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Il 4 giugno 2013 a Fabriano, l’Indesit Company, multinazionale dell’elettrodomestico, annuncia 1.425 esuberi in Italia. Già dal giorno successivo gli operai si mobilitano e non si accontentano del semplice pacchetto di quattro ore di sciopero ma occupano gli uffici centrali dell’azienda, occupandoli.

Nei giorni successivi chiudono il numero verde dell’assistenza e bloccano le strade, tirando dentro oltre 30 sindaci, 5 presidenti di provincia e 2 di regione.

Si sciopera a gatto selvaggio per causare i maggiori disagi possibili con il minimo impegno di salario: per mezz’ora si fermano le donne, la mezz’ora successiva gli uomini, i nati in anni pari poi quelli in anni dispari e via così fino a che la gestione delle linee di montaggio diventa impossibile.

L’azienda, il 28 giugno con estrema arroganza dichiara la messa in libertà degli operai che, in corteo, rientrano nello stabilimento per protestare. Tutto questo fino alla manifestazione nazionale del 12 luglio con operai da tutti e cinque gli stabilimenti italiani e 5mila persone in corteo per Fabriano. E, visto che gli incontri tra azienda e sindacati al Ministero del lavoro non producevano nulla, sono continuate proteste e scioperi fino al 2 agosto, ultimo giorno di lavoro prima delle ferie.

L’azienda convoca la Rsu per chiedere di lavorare alle presse per alcuni giorni durante la chiusura estiva, giustificando questa esigenza con il fatto che vi sia stato un fermo tecnico, minacciava inoltre la messa in libertà alla riapertura per mancanza di scorte ed offriva come garanzia che questa produzione straordinaria avrebbe riguardato solo semilavorati per il nostro stabilimento.

Fiom e Uilm non accettano. Innazittutto, a fronte di sette ore perse vengono richieste ore per oltre dieci volte tanto. La Fim firma l’accordo da sola vanificando nei fatti, almeno in parte, gli scioperi dei giorni precedenti.

Ma non finisce qui. Il venerdì prima della riapertura, l’azienda ci riprova. Chiama dei lavoratori su base volontaria per iniziare in anticipo la produzione di semilavorati su tre presse per due turni: Uilm e Fiom decidono per un picchetto. Alle 5 del mattino siamo davanti ai cancelli, parliamo con i lavoratori e alla fine le presse non partono. Adirittura gli operai del turno pomeridiano, saputo del picchetto, non si presentano a lavoro. Un successo, anche se va detto che i lavoratori davanti ai cancelli erano solo una ventina.

I delegati della Fim hanno concesso all’azienda recuperi di produttività che vanno solo a danno della lotta. Se un lavoratore subisce significative decurtazioni salariali (perché crede nella lotta per difendere il proprio posto di lavoro) e poi vede questo sacrificio vanificato, è chiaro che poi si genera un ambiente di sfiducia e anche di passività, tutto a beneficio dell’azienda.

L’unità a prescindere tra le sigle sindacali, che nella pratica si concretizza in azioni poco incisive se non addiritttura a favore della controparte, sono dannose per i lavoratori. Bene perciò ha fatto la Fiom, con la Uilm, a contrapporsi alla Fim. L’unità che serve ai lavoratori è quella tra gli operai che devono difendere tutti i posti di lavoro.

I lavoratori devono attivarsi per imporre un maggiore controllo sulla vertenza, sui delegati e la gerarchia sopra di loro. Le decisioni che riguardano gli operai, come ad esempio la possibilità di attivare i contratti di solidarietà, devono essere prese da chi subirà le conseguenze di tali decisioni.

Dobbiamo essere capaci, ad esempio, di forzare la Rsu quando è divisa al suo interno a convergere sulle posizioni volute dagli operai. Formare una coscienza di classe che imponga una maggiore trasparenza sugli incontri a tutti i livelli tra azienda e sindacato e coinvolga il maggior numero possibile di operai.

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