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In questo numero di Falcemartello si parla dei lavoratori delle cooperative Esselunga, della Wagon Lits, degli operai della Jabil (che da metà dicembre occupano fisicamente la fabbrica), del prosieguo dello scontro fra Fiom e Fiat e di molte altre vertenze operaie.

Queste sono solo una parte delle tante vertenze in campo destinate ad aumentare nel prossimo periodo.

È notizia di questi giorni di una nuova procedura di licenziamenti di massa all’Alcoa (in Sardegna), che segue l’accordo separato in Fincantieri, 1.300 esuberi, e che va ad aggiungersi alla lunga lista di fabbriche che vogliono licenziare.

Lista destinata ad allungarsi perché, come ci spiegano i dati economici, la crisi che martella da oltre tre anni non si esaurirà a breve e nel 2012 è previsto un aggravarsi della recessione. Una crisi che viene sfruttata dai padroni per ridisegnare i rapporti di forza nelle aziende, ovvero per aumentare lo sfruttamento.

Le storie che i lavoratori ci raccontano nei presidi di queste lotte parlano delle difficoltà, la disperazione, la paura per il proprio futuro e soprattutto per quello dei propri figli. Ma ci raccontano anche altro: le condizioni schiaviste del lavoro nelle cooperative, i ricatti, il caporalato a cui vengono sottoposti lavoratori arrivati in Italia per sfuggire a una vita di stenti. Oppure quello che ci raccontano le operaie e gli operai della Jabil e della Wagon Lits, dove alla determinazione nella lotta si aggiunge la rabbia per aver dato alle rispettive aziende i migliori anni della propria vita e la propria salute per poi venire gettati in mezzo alla strada.

Lotte dure, dove non sono mancate in alcuni casi le manganellate delle forze dell’ordine, ma che non arretrano. E mentre questi lavoratori lottano, nei palazzi che “contano” prosegue un surreale dibattito sull’ennesima revisione del mercato del lavoro.

Le ipotesi per “riformare” il mercato del lavoro sono tante e articolate. L’obbiettivo, ovviamente, è aumentare la produttività, diminuire il precariato, aggiornare la contrattazione del Paese, che a dire di lor signori è ancorata a un arcaico modello di contrattazione responsabile di tutti i mali dell’economia italiana.

Si va dalla proposta Ichino che prevede una nuova forma di contratto solo per i neo-assunti, dove questi ultimi non beneficerebbero del fatidico articolo 18 e dove al massimo è previsto un indennizzo commisurato agli anni di lavoro. Altre proposte come quelle di Boeri e Damiano, sempre della famiglia del Partito democratico quindi, sarebbero “in alternativa” perché il contratto a tempo indeterminato scatterebbe dopo tre anni di prova, insieme al diritto di poter usufruire dell’articolo 18. In compenso si prevede un’indennità di disoccupazione più bassa sia economicamente che come durata di quella ipotizzata da Ichino.

Dibattito surreale, si badi bene, non certo per padroni e banchieri, ma per i dirigenti di quelle organizzazioni, Cgil in particolare, che a queste controriforme dovrebbero opporsi senza esitazione e che invece si prodigano per strappare tavoli di discussione nei quali inevitabilmente soccombere.

I delegati delle cooperative dell’Esselunga in provincia di Milano sono stati licenziati perché hanno osato pretendere l’applicazione dei diritti già previsti in un contratto nazionale apposito, contratto scadente ma ancora troppo avanzato per i padroni, per i quali l’unico contratto che sono disposti ad applicare nella pratica è quello che permette condizioni da schiavi, dove l’operaio vale quanto il bancale o il muletto con cui lavorare.

Questa è la realtà che hanno davanti i lavoratori, altro che contratto unico.

La propaganda padronale ci dice che tutto ciò è necessario per rilanciare la produttività e la crescita del
Paese. Ma di produttività si parla anche al presidio della Jabil, fabbrica che chiude non perché obsoleta, e neanche per assenza di mercato, ma perché per il padrone è molto più remunerativo speculare sul terreno in cui sorge la fabbrica. Storia che abbiamo visto in decine e decine di altre aziende dal Sud al Nord del paese: da Fincantieri a Trenitalia, che cancella i treni di lunga percorrenza notturni per far posto all’Alta velocità (800 lavoratori a casa), fino alla Fiat che impone un contratto dell’auto dove è vietato opporsi all’aumento dello sfruttamento.

Il famoso recupero della competitività del sistema italiano si può riassumere nella vertenza delle lavoratrici dell’Omsa, produttore di calze: 240 licenziamenti e chiusura dello stabilimento di Faenza per spostare la produzione nell’Europa dell’est. L’operaio per evitare che l’azienda venga delocalizzata deve guadagnare 300 o 400 euro al massimo, deve poter essere licenziato senza problemi in qualsiasi momento, e con quello stipendio non solo ci deve far vivere la famiglia, ma anche contribuire a rilanciare i consumi, far studiare i figli, curarsi la salute e farsi pure una pensione integrativa.

Servirebbe che la Cgil, invece di occuparsi di inseguire tavoli di trattativa, incominciasse seriamente a occuparsi del conflitto mettendo a disposizione una piattaforma adeguata alle necessità. Spesso ci si sente dire, dai dirigenti sindacali e anche da diversi delegati, che il problema è che i lavoratori non vogliono lottare. Per paura, per sfiducia, per la frammentazione creata della precarietà e la chiusura di tante aziende importanti. Sicuramente argomenti non privi di fondamento ma che nei fatti diventano un alibi per chi pur ricoprendo un ruolo di direzione tutto vuol fare tranne che le lotte.

Ma chi li avrebbe firmati questi accordi che hanno aperto le porte alla precarietà e chiuso le fabbriche?

C’è inoltre da tener conto che vent’anni di concertazione in nome della compatibilità tra interessi padronali e dei lavoratori non sono passati invano. Una intera generazione di delegati e attivisti è stata cresciuta con l’idea che un compromesso lo si trova sempre. Peccato che i compromessi di questi vent’anni sono stati solo a perdere per i lavoratori e oggi l’unico compromesso che i padroni sono disposti ad accogliere è la capitolazione davanti alle loro esigenze. E se questo non bastasse c’è la pratica sindacale quotidiana a fare il resto. Quando un’azienda apre uno stato di crisi o chiusura l’apparato si preoccupa di portare a casa più ammortizzatori sociali possibili. Solo quando sono i lavoratori a imporre la volontà della lotta contro i licenziamenti o la chiusura allora, non sempre, il sindacato assume una posizione più radicale.

La sfiducia dei lavoratori non risiede nella indisponibilità a lottare, ma nella sfiducia verso le organizzazioni che dovrebbero organizzare queste lotte.

Che credibilità poteva avere lo sciopero convocato dalla Cgil il 12 dicembre di tre ore contro la controriforma delle pensioni qualche ora prima che venisse approvata in parlamento?

E ancora, che percezione possono avere i lavoratori della coerenza e reale determinazione del sindacato se si persegue continuamente l’unità burocratica dall’alto con Cisl e Uil che intanto firmano l’accordo separato in Fincantieri e sono i più fedeli sostenitori della linea dura di Marchionne e di Federmeccanica nelle fabbriche?

Di lotte ne stiamo vedendo molte, molte altre le vedremo esprimersi nel prossimo periodo, è il terreno su cui si comincia a costruire una nuova generazione di attivisti sindacali ma anche politici, compito di chi come noi persegue ostinatamente la battaglia per avere un sindacato adeguato alle esigenze dei lavoratori è stare in queste lotte, sostenerle, promuoverle, aiutarle.

La lotta all’Esselunga è diretta da un piccolo sindacato di base che attraverso un intervento durato anni nel settore é riuscito a conquistare la fiducia di molti lavoratori, spesso disgustati dall’immobilismo di sindacati ben più grandi. Cosa potrebbero fare delegati e lavoratori determinati, organizzati in una sinistra sindacale in Cgil che rompe con le logiche d’apparato e si rivolge direttamente ai lavoratori nei luoghi di lavoro?

Queste sono le basi necessarie per rilanciare il conflitto. Le basi per sviluppare una piattaforma che parli di salari e condizioni dignitose, di contrapposizione ai licenziamenti con la riduzione dell’orario di lavoro e controllo dei lavoratori sulla produzione.

Su queste basi può e deve essere messo all’ordine del giorno lo sciopero generale per cacciare il governo Monti.

Qui risiede l’unica possibilità di riscossa in grado non solo di riprendere la strada per il riscatto operaio, ma anche in grado di porre all’ordine del giorno la messa in discussione del sistema capitalista.

 

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