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roma 28marzoQuale strategia sindacale dopo il Jobs act?

Ottimismo all’annuale festino padronale di Cernobbio, il 14-15 marzo: il costo del petrolio in discesa, i miliardi della Banca centrale europea e l’indebolimento dell’euro sul dollaro rappresentano per lorsignori la miscela ideale per avere nel 2015 la tanto attesa ripresa economica. Ripresa che sommandosi al Jobs act e alle tante “riforme” promesse dal governo Renzi dovrebbe assicurare lavoro e prosperità.
Le stime parlano di una crescita del Prodotto interno lordo per il 2015 dello 0,5% e dell’1,1% nel 2016, e si stimano dai 100mila ai 150mila posti di lavoro in più.
Tenendo conto che in questi anni di crisi la ricchezza prodotta dal paese è calata di oltre il 20% e che la disoccupazione è schizzata al 13%, oltre 3,2 milioni di disoccupati, quella che i padroni considerano ripresa (sempre che questi dati siano confermati) in nessun modo risolverà neanche uno dei problemi dei lavoratori e dei giovani di questo paese. In compenso grazie al Jobs act ora è molto più facile licenziare e di fatto il precariato è definitivamente esteso a tutti i lavoratori.
La ripresa in realtà è ancora molto fragile. A gennaio la produzione industriale è scesa dello 0,7% rispetto a dicembre e del 2,2% su gennaio 2014.
Solo alcuni settori come l’auto stanno attraversando un periodo di ripresa, fragile e probabilmente di breve periodo. I padroni sfrutteranno al massimo questa breve congiuntura per spremere ulteriormente i lavoratori, mentre nella maggioranza dei settori industriali e del terziario continueranno le ristrutturazioni.
Nostro compito è quindi comprendere la nuova fase in cui stiamo entrando e partendo da un bilancio chiaro di cosa ci ha lasciato l’autunno, per sviluppare una strategia adeguata.

 

La sconfitta sul Jobs act

Le responsabilità del vertice della Cgil nella sconfitta sul Jobs act sono note, la lotta senza quartiere promessa dai palchi delle manifestazioni, dopo lo sciopero del 12 dicembre è diventata una strategia confusa e balbettante in cui ci è stato spiegato che la seconda fase consiste nel modificare il famigerato Jobs act nella contrattazione. In un’epoca di grave crisi in cui i lavoratori sono sotto costante ricatto, scaricare prevalentemente sulla contrattazione aziendale la lotta contro il Jobs act è un atto irresponsabile. Significa far prevalere la logica del “si salvi chi può” favorendo quella balcanizzazione contrattuale che ha aperto la strada allo smantellamento dei contratti nazionali.
Ma la mobilitazione dell’autunno, al di là della sconfitta subita, segna un’inversione di tendenza rispetto al passato: anche nel nostro paese sono iniziate le mobilitazioni di massa contro la crisi e le politiche di austerità.
Il sentimento prevalente tra i lavoratori e i giovani era la consapevolezza che per fermare Renzi serviva ben altro che qualche manifestazione e qualche ora di sciopero. Sempre più lavoratori capiscono che per contrastare questi attacchi bisogna saper mettere in campo una lotta vera, una lotta che in questo paese non si vede da molti anni. Per questo pur partecipando in massa alle manifestazioni, non hanno certo mostrato particolari illusioni nei gruppi dirigenti della Cgil, e quando hanno visto che questi non erano disposti a fare sul serio si sono semplicemente messi di lato. Sbaglierebbe di grosso chi pensasse che questo significhi una ritirata o un ritorno a casa. Si trae il bilancio di una fase e ci si prepara necessariamente a una nuova tappa nello scontro: le condizioni non permettono facili vie d’uscita.
L’altro grande mutamento dell’autunno è stata la rottura definitiva tra il Partito democratico e la Cgil. Una rottura profonda e irreparabile. Per la prima volta la Cgil è senza un partito di riferimento. Questo significa che Renzi preparerà nuovi e più profondi attacchi puntando a mettere nuovamente alle corde la Cgil senza concedere nessun tipo di mediazione.

 

Ripresina e super-sfruttamento

L’approvazione del Jobs act non è che il primo atto di uno scontro destinato a protrarsi nel tempo, e intanto vediamo che i segnali di risveglio nella classe si esprimono nelle tante vertenze che si aprono quotidianamente e che vedono protagonisti spesso e volentieri lavoratori giovani alla prima esperienza.
Un esempio ci viene dalla vertenza Telecom Caring dove i vertici sindacali hanno firmato un accordo sulla riorganizzazione del lavoro contro il parere della maggioranza dei delegati della Cgil e sono stati sconfessati nel referendum dalla stragrande maggioranza dei lavoratori.
Alla Sata di Melfi da gennaio la produzione è salita a un ritmo forsennato. Dopo anni di cassa integrazione, con la ripresa del mercato dell’auto Marchionne vuole spremere i lavoratori fino in fondo. Tre modelli, 1.100 auto al giorno e quindi sabati straordinari a rotta di collo. Fim, Uilm e Fismic il 26 febbraio firmano una nuova turnazione che provoca un ulteriore peggioramento. Si lavora su 20 turni e le pause diventano un ricordo. Nelle assemblee sindacali la rabbia si esprime con dure contestazioni ai delegati appena nominati dai sindacati compiacenti a dimostrazione della distanza siderale che c’è tra questi sindacati e i lavoratori. La Fiom inizialmente convoca gli scioperi al sabato poi, preoccupata per la bassa partecipazione dopo i primi sabati, smette di convocarli senza però proporre una strategia alternativa per fermare la nuova turnazione. Solo una minoranza dei delegati Fiom, la sinistra sindacale, mantiene gli scioperi e un presidio ai cancelli sabato 14 marzo.
È una lotta difficile e controcorrente, ma stanno maturando le condizioni per rilanciare una piattaforma complessiva nel gruppo Fiat, alla quale dobbiamo lavorare incalzando la Fiom a partire dal dato obiettivo: la ripresina c’è, ma i padroni non contano sulla sua durata e intendono fare fronte con investimenti minimi, facendo assunzioni col contagocce, tagliando i “rami secchi” a partire dai lavoratori a ridotte capacità lavorative in quanto sono già stati logorati da anni di catena di montaggio.

 

Il ruolo della Fiom

Qui sta il punto: la stessa Fiom è stata presa in contropiede dalla rabbia dei lavoratori e, dopo aver tenuto duro dal 2010, ora che l’ambiente sta cambiando si fa trovare impreparata.
Nell’assemblea nazionale della Fiom tenutasi a febbraio a Cervia, Landini davanti a oltre 500 delegati di fabbrica ha lanciato la coalizione sociale, un movimento che dovrebbe coprire l’enorme vuoto lasciato a sinistra unendo tutti quelli che si oppongono alle politiche del governo Renzi. Ma una coalizione sociale, se proprio la si vuol chiamare così, dovrebbe in primo luogo rivolgersi ai lavoratori dando risposte precise a partire da quelli della Fiat, dove ci sono lavoratori spremuti fino all’osso mentre altri continuano a fare cassa integrazione e lavorano poche ore al mese. Dovrebbe saper spiegare ai lavoratori della Telecom cosa fare dopo che hanno bocciato un accordo e i vertici sindacali fanno finta di nulla. Prepararsi seriamente allo scontro in Finmeccanica dove il governo Renzi prepara nuove ristrutturazioni.
In una parola rompere l’impasse di cui i vertici della Cgil sono responsabili.
Di questo a Cervia si è discusso molto poco e il documento finale, al di là dei riferimenti di circostanza al contratto nazionale, si è limitato a un generico appello per una manifestazione per fine mese.
Eppure oggi si stanno ricreando le condizioni per una ripresa dell’iniziativa sindacale e politica tra i lavoratori, a patto che si sappia collegare una piattaforma di difesa immediata delle condizioni in fabbrica alla battaglia più generale iniziata con il precipitare della crisi economica.
Lo scontro generale sul Jobs act si è concluso malamente per responsabilità in primo luogo dei vertici sindacali. Ma lo scontro nella società continua e la ripresina economica non lo farà assopire, al contrario. Dalla capacità di costruire piattaforme, vertenze e lotte capaci di incidere in questa realtà passa anche la possibilità di rilanciare su basi più forti una mobilitazione di tutti i lavoratori che risponda alla sfida del governo Renzi e dell’intero fronte padronale che lo spalleggia.

 

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