Breadcrumbs

Con il deposito dei quesiti referendari parte ufficialmente la campagna di raccolta firme. Il cartello composto da Idv, Fiom, Sel, Prc, Pdci e altri promotori ha depositato due quesiti importanti. Il primo si propone di ripristinare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che tutela il lavoratore dal licenziamento senza giusta causa, di fatto demolito dalla riforma Fornero con la graziosa collaborazione dei vertici della Cgil. Il secondo chiede l’abolizione dell’art. 8 della Legge Sacconi, ultimo regalo del governo Berlusconi. Meno noto dell’art. 18 dello Statuto, non è meno micidiale in quanto autorizza con semplici accordi sindacali aziendali (di fatto resi possibili anche senza il consenso della maggioranza dei lavoratori e dei sindacati realmente rappresentativi) di derogare sia dalle norme dei contratti nazionali che dalle stesse leggi a tutela del lavoro. Giustamente si disse che quell’articolo era stato scritto sotto la dettatura della Fiat.


Di Pietro aggiungerà poi i suoi referendum “anticasta” (necessari quanto il prezzemolo) mentre Rifondazione sta lavorando a due quesiti sulla riforma delle pensioni e sulla legge 30 (precarietà).
Sarebbe troppo facile fare la lista dei punti deboli di una campagna referendaria come questa: il voto, se ci si arriverà, sarà non prima del 2014; la disparità delle forze in campo e il meccanismo del quorum mettono a rischio la effettiva efficacia dello strumento; modifiche parlamentari di dubbio contenuto potrebbero far saltare la consultazione; soprattutto abbiamo l’esempio recente dei referendum sull’acqua pubblica, vincenti nell’urna ma senza incidenza su quanto poi realmente avviene con il perdurare delle scelte privatizzatrici di governo ed enti locali.


Tuttavia queste obiezioni non devono trattenerci dall’usare ampiamente questo strumento di battaglia politica. In primo luogo perché i quesiti sono giusti e sacrosanti. In secondo luogo perché l’alto coro di voci contrarie ci deve far riflettere. Soprattutto in campo Pd, nonché nella maggioranza Cgil, il coro è stato tanto unanime quanto ipocrita: fatta salva la buona fede dei proponenti, si dice, i referendum sono “inopportuni”, “dividono”, “tolgono autonomia alle parti sociali”, e avanti così fino alla nausea.
I fini strateghi ci dicono di avere pazienza: nel 2013 il Pd guiderà un governo che “migliorerà” la legge Fornero; perdono l’occasione di spiegarci come mai il Pd, che la sa tanto lunga, non ha deciso di chiedere elezioni dopo le dimissioni di Berlusconi ma si è sdraiato di fronte a Monti votando lo scempio delle pensioni, della legge Fornero e tanti altri.
Ci sono poi gli strenui difensori del “ruolo del sindacato nella contrattazione”, che forse un giorno ci spiegheranno perché questi dirigenti sindacali (in primo luogo Susanna Camusso) tanto capaci di contrattare a difesa dei nostri diritti hanno avuto la faccia tosta di revocare uno sciopero generale annunciato e poi rimandato per tre mesi e di dirci che la legge Fornero è buona perché salvaguarda il principio del reintegro nel posto di lavoro; salvo poi, in sede non ufficiale, convenire tutti che trattasi di schifezza ma che altro non si poteva fare. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse in ballo la pelle dei lavoratori.


Raccoglieremo dunque le firme, innanzitutto nei luoghi di lavoro, e invitiamo tutti a farlo; non perché i referendum bastino a ridarci quanto ci hanno scippato, ma come strumento di controinformazione, per aggregare forze, per andare a stanare tanti ipocriti “amici del popolo” che su questo mantengono un silenzio di tomba (vero Grillo?), per rompere il coro dell’unanimità dei “sacrifici per uscire dalla crisi”.


Al tempo stesso ad ognuno che si fermerà a firmare ai banchetti diremo con chiarezza: la tua firma non basta, solo con l’impegno diretto nella battaglia quotidiana nei luoghi di lavoro, contro un padronato sempre più aggressivo, contro il suo governo e anche contro le burocrazie sindacali che ci hanno condotto fin qui, potremo finalmente invertire la situazione.

Joomla SEF URLs by Artio