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Come il resto d’Europa anche la Spagna affonda sotto i colpi della crisi. I disoccupati sono arrivati all’impressionante cifra di 6 milioni. 85mila studenti universitari abbandoneranno gli studi quest’anno, per effetto della controriforma del ministro Wert che da una parte alza le tasse e dall’altra taglia le borse di studio.


Il 50% delle famiglie ha rinunciato a mandare i propri figli all’asilo nido per l’insostenibile aumento dei costi.
La cassa integrazione (Ejercicio de regulacion de empleo-Ere) è letteralmente esplosa e riguarda ormai 2,8 milioni di lavoratori (16,4% del totale della forza lavoro). Moltissimi lavoratori sono stati costretti a trasformare i loro contratti da tempo pieno a part-time continuando però a lavorare a tempo pieno. Secondo l’Instituto nacional de Estadìstica, i lavoratori spagnoli hanno fatto 3,1 milioni di ore straordinarie non remunerate (il 40,5% del totale delle ore straordinarie). Nel frattempo le pensioni continuano ad essere tagliate, mediamente un punto percentuale ogni anno.

 

I dati della crisi

La scorsa estate il governo ha cominciato a parlare dei primi segnali di fuoriuscita dalla crisi. È stato sufficiente che nel secondo trimestre del 2013 il Pil calasse solo dello 0,1% con una previsione per il terzo trimestre che potrebbe raggiungere la spettacolare cifra dello 0% (per alcuni addirittura un + 0,1%). In realtà la produzione industriale, vera e propria colonna vertebrale dell’economia sta diminuendo da 23 trimestri consecutivi (ben 6 anni!).
Il deficit commerciale si è ridotto, ma questo non si deve all’aumento delle esportazioni ma al crollo delle importazioni dovute alla recessione e alla caduta dei consumi delle famiglie che obbliga le imprese a collocare i prodotti nel mercato estero.
È in corso un cambio di tendenza? La realtà è che il debito totale delle imprese spagnole ha raggiunto ormai il 130% del Pil, il livello più alto dei paesi dell’Unione europea. Le banche sono altrettanto indebitate e le morosità ha raggiunto il livello più alto nella storia, l’11,6%.
Nonostante i tagli continui alla spesa, il debito pubblico continua a crescere e gli investimenti (pubblici e privati) sono ai minimi storici.
Su queste basi è altamente improbabile che si possa invertire, nel breve e medio termine, un quadro di alta disoccupazione, compressione salariale e nuovi tagli allo stato sociale.
È normale che dopo due anni di mobilitazioni ininterrotte ci sia stato un parziale riflusso dettato dalla stanchezza e dalla delusione di non aver ottenuto conquiste.
La classe lavoratrice e i giovani hanno fatto tutto quello che era loro possibile per fermare le politiche reazionarie di Zapatero e soprattutto di Rajoy.
I principali responsabili di questo insuccesso sono stati i dirigenti del Psoe che hanno collaborato con il governo del Pp, limitandosi a un’opposizione puramente di forma.
Ma soprattutto i dirigenti sindacali di Ugt e CcOo che hanno abbassato la testa, accettando gli argomenti del governo e del padronato sul fatto che non c’è alternativa alla politica di tagli e limitazione dei diritti sindacali e sociali.
Nonostante tutto continua ad esserci un settore ampio di lavoratori avanzati e di giovani combattivi che non si arrende e continua a mobilitarsi.
C’è molto materiale infiammabile nella società. Il capitalismo non può risolvere la sua crisi e la massa sarà spinta più volte alla mobilitazione, per la semplice ragione che non hanno nessun’altra alternativa per risolvere i loro problemi.

 

Izquierda Unida e le mobilitazioni d’autunno

C’è una grande domanda di direzione e orientamento. Izquierda unida potrebbe avere questo ruolo.
Iu ha dato vita al cosiddetto Bloque social y politico, per promuovere la mobilitazione sociale. Decine di organizzazioni sociali e popolari si sono unite al Bloque.
È arrivato però il momento che il Bloque si radichi nel movimento operaio, tra gli attivisti più combattivi, i consigli di fabbrica, le sezioni sindacali e generalizzarlo in tutte le regioni, provincie e città, a partire dalle più importanti.
È positivo che il Bloque, con Iu alla testa abbia convocato a novembre una manifestazione che si annuncia molto partecipata, contro le politiche di austerità e la disoccupazione di massa. Tra le parole d’ordine della manifestazione c’è la richiesta di dimissioni del governo.
A fine ottobre sono state convocate anche delle manifestazioni studentesche.
È un dato di fatto che Iu è in forte crescita nei sondaggi, ma tale crescita non è ancora solida e radicata nella coscienza di massa. L’elemento che prevale ancora è una spinta verso l’astensione.
Per quanto Iu sia vista in maniera diversa dagli altri partiti della “casta” (non avendo mai governato in Spagna) ancora non ha risvegliato delle forti aspettative per l’assenza di un programma dal forte impatto sociale.

 

Per un programma rivoluzionario

È necessario che Iu nella prossima fase si caratterizzi con un programma di alternativa al sistema che affronti alla radice i problemi sociali.
Non si esce da una crisi economica così profonda lasciando le leve dell’economia nelle mani del grande capitale.
Come marxisti della tendenza Lucha de clases pensiamo che Iu debba avanzare un programma che proponga apertamente di nazionalizzare le banche e i grandi gruppi strategici. L’economia deve funzionare in base a un piano controllato democraticamente dai lavoratori.
Proponiamo inoltre di espropriare le case di proprietà delle banche e delle immobiliari per assegnarle a chi non ne dispone con un affitto non superiore al 10% del salario.
Bisogna anche distribuire il lavoro riducendo l’orario di lavoro a 35 ore settimanali a parità di salario.
L’unico modo per recuperare risorse per le politiche sociali è attraverso il non pagamento del debito pubblico, limitandoci a indennizzare i piccoli risparmiatori che ne dispongono di una minima parte attraverso i titoli di Stato. Il resto è controllato dalle banche e dalle finanziarie che sono responsabili di questa crisi.
L’aspetto centrale del programma è quello di elevare il livello di coscienza che è imprescindibile per un cambiamento radicale della società.

 

La minaccia nazionalista

Ma in assenza di un tale programma del genere, per le particolarità storiche della Spagna, può farsi avanti anche un’altra minaccia: quella nazionalista. Esiste un piano cosciente da parte della borghesia catalana di incanalare l’enorme rabbia accumulata nella società a proprio favore.
Lo scorso 11 settembre oltre un milione di catalani si sono mobilitati formando una catena umana lunga oltre 350 chilometri che ha attraversato l’intero territorio catalano.
Per i suoi limiti riformisti, l’intera sinistra del paese è stata totalmente subalterna e succube del discorso nazionalista. Questo non da oggi, è un processo che si è fortemente radicato da quasi trent’anni a questa parte, fin dai tempi in cui il Pce ha dato vita ad Izquierda unida.
Come marxisti difendiamo il diritto all’autodeterminazione dei catalani, dei baschi, dei galiziani ma allo stesso tempo consideriamo la via nazionalista una via falsa per risolvere i problemi economici, sociali e politici.
Siamo favorevoli a una Federazione dei popoli iberici, ma questa solo in un quadro socialista, con l’abbattimento del capitalismo, può avere un ruolo progressista.
Il nazionalismo in Spagna ha le sue basi storiche che si legano alla brutale repressione subita dalle minoranze nazionali sotto la dittatura di Franco. A questi elementi se ne sono aggiunti altri, con le recenti provocazione del governo di Rajoy contro i diritti linguistici e autonomistici dei catalani (ad esempio la nuova legge educativa riduce il diritto della lingua catalana ad essere insegnata nelle scuole o la pretesa del governo del Pp di dichiarare incostituzionali alcune parti dello Statuto dell’autonomia).
Ma il punto da chiarire e se la borghesia catalana può giocare un ruolo meno reazionario di quella spagnola.
Non pensiamo che sia così e lo dimostra il fatto che Ciu (il partito della borghesia catalana) in passato si è fatto paladino dell’austerità governando con il Psoe o il Pp a seconda di chi aveva la maggioranza.
I padroni catalani nell’ora della verità, quando avanzava il movimento operaio, si sono sempre uniti con la borghesia spagnola contro l’unità dei lavoratori di tutte le razze, religioni e nazionalità.

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