La Spagna e l'aborto: un ritorno ai tempi di Franco! - Falcemartello

Breadcrumbs

Il 20 dicembre 2013 il Consiglio dei ministri spagnolo ha votato un progetto di legge che, una volta approvato anche in Parlamento, eliminerebbe di fatto la possibilità di abortire. Da cosa è motivato questo grave attacco ai diritti delle donne?

Facciamo un attimo un passo indietro: sotto la dittatura franchista per le donne era impossibile abortire, l’unico modo era emigrare all’estero, ovviamente solo per chi ne aveva le possibilità. Le cose cominciarono a cambiare nel 1985, a dieci anni dalla morte di Franco, quando fu gentilmente concesso l’aborto esclusivamente per problemi gravi di salute della madre e del bambino.
Nel 2010 il governo Zapatero, modificando la legge del 1985, introduceva il sistema dei termini per l’aborto su richiesta della madre. Con la nuova legge le donne potevano liberamente decidere di continuare o interrompere la gravidanza nelle prime 14 settimane con un periodo di riflessione di tre giorni.
Oggi il testo presentato dal Ministro della giustizia Gallardón si fonda macabramente sugli stessi presupposti della legge del 1985 e del periodo franchista: l’aborto è concesso solo in caso di stupro e di rischio per la salute della madre.
Gallardón, presentando il progetto di legge, ha con orgoglio affermato che non è possibile far dipendere la decisione della vita dalla volontà della donna. Ben altri soggetti devono decidere di mettere al mondo un bambino in condizioni disagiate. Gli stessi che poi, quando sarà il momento di assicurargli la sanità, l’istruzione e la casa che gli spetta, potranno tranquillamente rimanere indifferenti e chiusi nella loro santità moralista.
Dopo queste dichiarazioni subito si è levato un applauso da parte della Chiesa e dei cosiddetti “difensori integerrimi della vita”. Chi ha osato invece opporsi come le donne riunite in protesta nelle principali città spagnole ed europee, è stato ridotto al silenzio.
Tutti gli altri gravi motivi che potrebbero legittimare l’aborto sono (secondo le cliniche che si occupano di queste procedure) “impossibili da soddisfare”. Ancora una volta si torna al trionfo dell’aborto clandestino, con tutte le mortali conseguenze che esso implica o al ricorso al viaggio all’estero, impraticabile per la maggior parte delle donne che non riescono ad arrivare a fine mese.
Le misure reazionarie del governo Rajoy non sono nuove, né si limitano per qualche oscuro motivo a colpire solo le donne. Fin dal suo insediamento lo abbiamo visto sostenere misure altrettanto gravi e reazionarie, tra tutte la limitazione dell’assistenza sanitaria per gli stranieri irregolari e le numerose limitazioni al diritto di manifestazione.
Quello che è importante evidenziare è come Rajoy non sia solo in questa “sua follia reazionaria”. Essa in regime di crisi è piuttosto contagiosa. In tutta Europa vediamo la mano pesante dei governi sempre impegnata a tagliare diritti o a reprimere il dissenso, partendo dalle parti più deboli della società per poi continuare a falciare le altre. Tutto ciò sta semplicemente ad indicare come i margini di riforma in un sistema capitalistico devastato dalla crisi siano del tutto scomparsi. L’illusione borghese dei diritti sta piano piano scomparendo lasciando dietro di sé l’illusione del suo volto paterno e amorevole.
Rajoy sta comunque giocando col fuoco: subito sono scoppiate proteste contro la proposta di legge in tutta la Spagna, che si sono riflesse in una opposizione aperta anche all’interno della direzione del Partido popular.
La provocazione di Rajoy si inserisce in un contesto di radicalizzazione e determinazione alla lotta da parte di milioni di donne e uomini, giovani e lavoratori, nel paese iberico. Il governo del Pp si mantiene infatti al potere principalmente grazie alla finta opposizione del Psoe, il Partito socialista. Non abbiamo dubbi che la lotta di massa saprà travolgere tutti gli ostacoli se armata di un programma rivoluzionario: la reale conquista dei diritti delle donne e di tutti i lavoratori passerà esclusivamente da qui.