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Un terremoto politico

 

Mentre scriviamo il neo eletto Tayyip Erdogan, leader del partito islamico moderato AKP che ha vinto le elezioni in Turchia si appresta a rendere visita al governo Berlusconi, prima tappa di un giro che lo porterà in tutte le capitali europee, nella speranza di ottenere una data per l’avvio dei negoziati di adesione della Turchia all’UE. Negli ambienti della sinistra italiana si parla in genere della Turchia, quinta colonna dell’imperialismo Usa, per l’oppressione della minoranza curda o la repressione nelle carceri, ben poco sappiamo invece della situazione del popolo turco soffocato dall’opressione dei militari che dirigono il paese da dietro le quinte, e dalla negazione dei diritti più elementari come il diritto di sciopero, di stampa o di costruire partiti e sindacati dei lavoratori che costringono il movimento operaio turco ad agire in condizione di semi-clandestinità.

Dopo la crisi di governo di agosto e le elezioni, presentate a torto sulla stampa come un possibile ritorno del pericolo islamico, si apre una nuova stagione che potrà in futuro vedere la classe operaia turca essere uno dei principali attori del movimento operaio internazionale.

 


L’establishment politico turco è stato colpito dalla schiacciante vittoria elettorale del partito islamico moderato Giustizia e Sviluppo (Akp). Recep Tayyip Erdogan, l’ex sindaco di Istanbul che guida il partito, ha ottenuto una vittoria schiacciante nelle elezioni di domenica 3 novembre.

 

Il suo partito ha conquistato 363 seggi sui 550 dell’Assemblea nazionale (il parlamento turco), arrivando a solo 4 voti di distanza dalla maggioranza dei 2/3 necessaria per modificare la costituzione. L’unico altro partito che ha superato lo sbarramento del 10% è il Partito repubblicano del popolo (Chp) che ha ottenuto il 19,5% guadagnando 178 seggi. I rimanenti 9 deputati eletti sono indipendenti, alcuni dei quali potrebbero appoggiare l’Akp. Nessuno degli altri partiti presenti nella scorsa legislatura è sopravvissuto. Particolarmente bruciante è stato il risultato dei partiti che componevano la coalizione di governo (Dsp, Mhp e Anap).

Il partito dell’ex primo ministro Bulent Ecevit (Dsp) non ha superato di molto l’1% e lo stesso vale per il partito nazionalista dei Lupi grigi (Mhp). Il partito liberale di Mesut Yilmaz (Anap), terzo partito della coalizione di governo uscente, ha ottenuto un risultato leggermente più incoraggiante arrivando al 5% ma non sufficiente per entrare in Parlamento. Questo stravolgimento drammatico è l’espressione della rabbia, frustrazione e disgusto delle masse verso i partiti e i rappresentanti della borghesia corrotta e degenerata, che hanno dominato il paese negli ultimi 4 anni.

Questo risultato ha creato molti problemi per la borghesia turca. Rimane aperta la questione della guida del nuovo governo dato che Erdogan, leader del Akp non potrà coprire questo ruolo essendo stato condannato dal tribunale per aver recitato i versi religiosi di un antico poema islamico durante un raduno elettorale, considerato un atto sovversivo dalla legge che difende la laicità dello Stato turco. Ma la vera ragione è un’altra: l’ostilità di una importante settore della classe dominante turca e degli apparati dello stato (in particolare l’esercito) verso i partiti “islamici” considerati un pericolo agli orientamenti pro-occidentali della Turchia. Per questo motivo il settore dominante della borghesia ha esercitato forti pressioni su questo partito nel tentativo di portarlo più in linea con i propri obiettivi. Tuttavia, nonostante questi conflitti le differenze tra questo settore della borghesia e il partito islamico moderato Giustizia e sviluppo (Akp) sono più apparenti che reali. Non appena vinte le elezioni Erdogan si è affrettato a rassicurare i suoi partner internazionali abbandonando la sua vecchia demagogia anti-occidentale per sottolineare il suo impegno rispetto agli “impegni internazionali della Turchia” cioè la Nato, le Nazioni unite e il Fondo Monetario Internazionale.

L’obiettivo di questa improvvisa passione di Erdogan per le questioni internazionali è molto chiaro: vuole mandare segnali rassicuranti agli alti comandi militari turchi, alle capitali europee e a Washington. Questa è la dimostrazione di come l’Akp abbia l’intenzione di portare avanti una politica borghese che non si discosterà in modo significativo dalla politica dei precedenti governi. La Turchia è uno dei maggiori paesi indebitati e Erdogan spera di poter ottenere facilitazioni dal Fmi rispetto alle restrizioni finanziarie pur essendo disposto ad accettare i dictat delle banche. 

La debolezza del capitalismo turco condizionerà inevitabilmente la politica del nuovo governo. Nonostante tutta la demagogia “islamica” vi sono pochi dubbi sul fatto che la Turchia sarà costretta a dare il suo appoggio all’aggressione degli Usa all’Iraq, nella speranza di ottenere concessioni dagli americani. Se poi queste concessioni ci saranno veramente è un’altra storia.

Oltre ai problemi sul versante internazionale ed economico Erdogan dovrà affrontare anche una potenziale crisi costituzionale. Fino ad ora ha evitato di pronunciarsi sulla questione se la larga maggioranza ottenuta dal suo partito in parlamento potrà essere utilizzata per cambiare le regole costituzionali che gli impediscono di far parte del governo (carattere laico dello stato). Nonostante la Turchia sia in teoria un regime “democratico” il potere reale non risiede nel parlamento ma nell’esercito che oltretutto costituisce un fortissimo conglomerato capitalista (la terza forza economica del paese). Qualsiasi tentativo di attaccare direttamente l’autorità dell’esercito poterebbe ad una crisi seria con implicazioni destabilizzanti.

Lo stesso Erdogan non ha potuto presentarsi alle elezioni perché è in attesa di giudizio e il partito potrebbe essere sciolto dal tribunale per anticostituzionalità come è successo a tutti i partiti islamici che lo hanno preceduto. Non dimentichiamo che l’esercito ha costretto il governo islamico a dimettersi 5 anni fa dopo che l’allora primo ministro Necmettin Erbakan aveva fatto infuriare i generali per i suoi contatti diplomatici con il mondo arabo. Per il momento, tuttavia, una mossa dell’esercito contro l’Akp non è all’ordine del giorno; con la rabbia diffusa delle masse, qualsiasi tentativo di colpire il nuovo governo potrebbe portare ad una situazione esplosiva che sarebbe molto pericolosa per la classe dominante.

In realtà non ci sono motivi per agire in questo momento. L’Akp e un partito borghese con una leggera colorazione “islamica”. Lo stesso Erdogan non si stanca di ripetere ad ogni occasione che l’Akp non è un partito politico che si basa sulla religione.

Cosa significa tutto questo? Semplicemente che i milioni di lavoratori turchi e di diseredati che hanno votato l’Akp nella speranza di un cambiamento radicale sono destinati ad essere amaramente delusi. La principale preoccupazione delle masse è la disoccupazione dilagante. Dopo il crollo economico del febbraio dello scorso anno la disoccupazione è enormemente aumentata. Attualmente il dato reale della disoccupazione è del 25%. Dopo il crollo l’economia turca si è contratta di quasi il 10% e i livelli di vita sono peggiorati drasticamente. Questa è la ragione della vittoria dell’Akp, presentare i risultati elettorali come uno spostamento dell’opinione pubblica a favore dell’Islam è completamente sbagliato.

In primo luogo, nonostante l’Akp abbia conquistato una larga maggioranza parlamentare, ha ottenuto solo il 34% dei voti, è solo grazie al sistema elettorale se ha potuto conquistare un risulato parlamentare che va ben al di là della sua reale forza nel paese. Lo sbarramento del 10% per poter entrare in Parlamento è stato introdotto dai militari dopo il colpo di stato del 1980 per impedire ai partiti di sinistra di entrare in parlamento. Adesso questa arma si è rivolta contro di loro dato che i vecchi partiti non sono riusciti a raggiungere neppure il 10% e non hanno ottenuto seggi. Il risultato è che il 45% degli elettori non sono rappresentati in parlamento.

Queste elezioni rivelano un forte scontento nella società turca frutto di un imponente sentimento di protesta che si sta sviluppando in Turchia da molto tempo. La maggior parte della popolazione è profondamente insoddisfatta della situazione attuale. Questo scontento non riguarda solo la situazione economica – anche se questo è molto importante – è una frustrazione che tocca tutti gli aspetti della vita: il problema degli alloggi, dell’istruzione, della giustizia e si rivolge contro lo Stato, l’esercito, la polizia, la classe politica, e la corruzione dilagante.

Uno dei motivi della popolarità di Erdogan è che era considerato un politico dalle mani pulite quando era stato sindaco di Istanbul. In realtà è un uomo molto ricco e anche lui si è riempito le tasche e quelle dei suoi amici “islamici”.

Nelle ultime elezioni le masse turche hanno mostrato di non sapere esattamente cosa vogliono ma di sapere benissimo cosa non vogliono! Questo è un primo passo molto importante. Ora dovranno imparare l’esperienza amara di cosa è realmente l’Akp. Erdogan ha già fatto sapere che bisognerà “tirare la cinghia” per almeno tre anni. Questo è un tentativo di soffocare le illusioni e ridurre le pressioni per le riforme, ma non funzionerà.

Nelle condizioni di una profonda crisi economica, disoccupazione di massa e l’eventualità di una guerra la Turchia sarà scossa dalle fondamenta. Erdogan e l’Akp non hanno risposte ai problemi delle masse. Dopo un iniziale periodo di illusioni, quando le masse avranno digerito l’esperienza, vedremo l’inizio di un movimento di massa particolarmente nel settore industriale, che porterà la classe lavoratrice in rotta di collisione con questo governo. Lo scenario sarà pronto per un massiccio ritorno della lotta di classe in Turchia.

5 novembre 2002


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