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Le forze di polizia turche stanno intervenendo pesantemente in Piazza Taksim fin dalla mattinata di stamane, 11 giugno. Hanno rimosso le barricate e, con l’ausilio di gas lacrimogeni e idranti, hanno caricato più volte i manifestanti, con l’intenzione di sgomberarli dalla piazza simbolo del movimento delle masse turche. Ogni volta, centinaia di giovani e di lavoratori sono tornati ad occupare la piazza.

 

L’esito della battaglia per Piazza Taksim è ancora incerto, ma sicuramente costituirà un momento di svolta per il movimento “occupy Gezi”.

“La pagherete cara” così aveva detto il primo ministro Erdogan, appena tornato nel paese, in un suo comizio, tenutosi domenica scorsa.

Detto fatto, il governo ha deciso di mostrare il pugno di ferro. Il governatore di Istanbul ha affermato che “le operazioni di polizia continueranno giorno e notte finchè la piazza sarà ripulita”.

Come spesso succede, questa svolta repressiva era stata anticipata da una mossa apparentemente conciliatoria. Nella giornata di lunedì, infatti, Erdogan aveva affermato di essere disposto ad incontrare una delegazione di manifestanti.

I settori più combattivi del movimento avevano già bollato questa mossa del governo come tipica di una tattica alla “divide et impera”, volta a creare confusione e smarrimento nei settori più conciliatori di “occupy Gezi”.

L’attacco a piazza Taksim di oggi rivela che Erdogan e il suo partito, l’Akp, non avevano alcuna intenzione di fare un passo indietro. L’entrata in scena della classe operaia organizzata, unitasi ai cortei nella giornata di giovedì scorso, ha sicuramente fatto suonare un campanello d’allarme nei palazzi del potere ad Ankara. La situazione poteva facilmente sfuggire di mano, se si lasciava mano libera ai “vandali”, termine col quale Erdogan è solito chiamare gli oppositori.

Il dado è tratto, il governo ha mirato al cuore del movimento.Una volta spezzata la resistenza di Piazza Taksim, passerà alla repressione delle altre cento piazze che si sono mobilitate in questi ultimi giorni.

Gli avvenimenti di oggi dimostrano inoltre che la fase delle illusioni democratiche e della gioia, inevitabile nel momento del primo risveglio alla politica delle masse dopo un lungo torpore, è finita.

I gas lacrimogeni, gli idranti e le cariche hanno fatto a pezzi le illusioni di chi voleva “più democrazia” o semplicemente che “qualcuno ci ascoltasse”.

Questo movimento ha messo in campo qualcosa di più: una sfida aperta al governo reazionario dell’Akp e al sistema nel suo complesso. Ciò è stato ben compreso dalla classe dominante che non ha perso tempo ed ha scatenato la repressione.

Anche il movimento deve quindi fare un salto di qualità, estendendo e generalizzando la mobilitazione. Lo sciopero dei sindacati Disk e Kesk del 5 giugno, che ha portato in piazza settori importanti dei lavoratori del pubblico impiego deve essere un esempio per azioni future che devono avere un carattere di urgenza.. Il movimento operaio turco deve organizzare subito un nuovo sciopero generale in risposta alla repressione di governo e polizia, come primo passo verso uno sciopero generale a oltranza che abbia come obiettivo la caduta del governo. Solo la classe lavoratrice, fermando il paese, può fermare il disegno di Erdogan.

Il movimento, nelle sue articolazioni locali, e i sindacati devono organizzare comitati di autodifesa per proteggersi dalla violenza dello stato.

Gli avvenimenti odierni dimostrano che non è possibile alcun dialogo con questo governo di ladri e assassini. Come recitava uno striscione in un corteo dei giorno scorsi a Istanbul: “Non è solo un parco, è la rivoluzione”. Questa consapevolezza si sta facendo certamente strada tra tanti giovani e lavoratori in Turchia: deve essere organizzata.

 

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