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A poco più di due mesi dalla caduta di Viktor Janukovich, la situazione in Ucraina precipita sempre più, assumendo i contorni di una vera e propria guerra civile.


Nella pagina a fianco analizziamo il cambiamento dei rapporti di forza tra Usa e Russia, di cui gli avvenimenti in Ucraina sono una delle conseguenze. A Kiev l’intervento dell’amministrazione Obama ha portato ad avere un governo debole, quello guidato da Yatsenyuk. In realtà è un vero e proprio protettorato Usa, che sopravvive solo grazie all’appoggio finanziario politico e militare degli americani. Aiuti cospicui: un miliardo di dollari a fine marzo, altri cinquanta milioni per organizzare le elezioni presidenziali previste per il 25 maggio. Per non parlare di quelli stanziati dal Fmi: 18 miliardi di dollari in due anni per impedire la bancarotta del paese. Aiuti non disinteressati: la contropartita imposta al governo ucraino è quella dell’aumento del 50% delle bollette del gas e del licenziamento del 10% dei dipendenti pubblici.

 

La longa manus degli Usa

La longa manus degli Stati Uniti non si limita solo alle questioni economiche, ma si estende anche a quelle militari: il capo della Cia, John Brennan, si è recato in visita a Kiev in occasione della prima offensiva del governo Yatsenyuk nei confronti delle regioni dell’Est. Non sembra casuale che una seconda offensiva sia scattata subito dopo Pasqua, in occasione della visita del vicepresidente Biden.
Gli Usa hanno offerto anche “aiuto militare non letale” (?) a Kiev, a patto che venga usato “in modo misurato e responsabile”. Gli Stati Uniti hanno senza dubbio molto da insegnare in quanto a interventi “misurati e responsabili”, come dimostra l’esperienza dell’Iraq e dell’Afghanistan.
Il problema per Obama e Biden è che, dal punto di vista militare, il governo di Kiev non può imporsi su Mosca. In Crimea l’esercito ucraino si è ritirato senza sparare un colpo. L’offensiva intrapresa il 13 aprile, annunciata in pompa magna dal presidente Turchynov, si è rivelata una vera e propria Caporetto. In diverse occasioni, le divisioni di Kiev si sono sciolte come neve al sole.
A Kramatorsk, una folla di manifestanti filorussi ha fermato l’avanzata delle truppe ucraine, impadronendosi di sei blindati. A Slaviansk, 300 soldati si sarebbero arresi tra gli applausi della folla.
L’esercito ucraino è male armato e con un morale molto basso, poco propenso a immolarsi in un conflitto con quelli che, alla fine dei conti, sono loro connazionali. L’aiuto americano, inoltre, non ha certo giovato alla popolarità di Yatsenyuk e soci. Inoltre per compiacere l’opinione pubblica occidentale, il governo ha usato la mano dura contro le milizie del Pravij Sektor, così preziose nella cacciata di Yanukovich. Ora prova a utilizzarle di nuovo, concedendo loro libertà d’azione nelle città orientali, ma potrebbe non essere sufficiente.
Ma, soprattutto, la resistenza delle regioni dell’Est non è il mero prodotto di un complotto ordito da Putin, anche se le assicurazioni di Mosca riguardo all’assenza di propri uomini sul territorio ucraino non sono da prendere sul serio.
I provvedimenti presi dal governo di Majdan nelle prime settimane, sia quelli economici, che quelli politici, come quello di abolire il russo come lingua ufficiale, hanno compattato non solo la popolazione russofona, ma anche tutti coloro che temono le conseguenze di un governo asservito ai voleri dell’imperialismo.
Le milizie filorusse che si sono formate in queste settimane godono di un sostegno popolare di massa. Gli elementi di autorganizzazione sono reali e rendono improbabile uno sfondamento dell’esercito ucraino. Le bandiere con la falce e martello e i riferimenti al periodo sovietico sono popolari soprattutto fra la classe operaia delle miniere del Donbass. Riflettono tutto il risentimento contro quei capitalisti criminali che hanno saccheggiato le repubbliche dell’ex-Urss negli scorsi vent’anni. Un risentimento che potrebbe ritorcersi contro quei magnati alla Akhmetov che sostengono, a parole, le rivendicazioni di autonomia delle regioni dell’Est.

 

È possibile un accordo?

Il compromesso del 17 aprile scorso a Ginevra, che proponeva una tregua agli scontri armati, il disarmo e la “riconsegna” degli edifici governativi occupati e l’avvio di un dialogo tra le parti era destinato ad avere vita breve, ed infatti gli scontri sono ricominciati nemmeno una settimana dopo e con maggior vigore.
I miliziani filorussi sanno che potranno ottenere le loro richieste solo mantenendo le posizioni conquistate, mentre Kiev non è disposta a perdere altri territori dopo la Crimea, e soprattutto quelle regioni orientali che sono il cuore del sistema industriale del paese.
Sul versante russo, Putin a prima vista ha accumulato un vantaggio di posizione. Eppure l’annessione della Crimea (epilogo non desiderato, all’inizio del conflitto, dalla Russia), ha sviluppato delle forze centrifughe che potrebbero mettere in difficoltà il governo di Mosca. L’annessione della Crimea, russa per popolazione e per tradizione è stata un’impresa semplice. Putin può fare della penisola una sorta di “Las Vegas sul Mar Nero” ma ciò non può essere ripetuto nel Donbass o a tutti quei territori le cui popolazioni richiedessero la protezione russa.
Nelle regioni dell’Est la popolazione è molto più eterogenea rispetto a Sebastopoli. C’è una parte di essa che si sente minacciata dal nazionalismo “grande russo” sfoggiato da Putin e si opporrà al passaggio alla Federazione russa con ogni mezzo. Se i miliziani di estrema destra sono oggi in difficoltà, in una situazione di scontro etnico come quella attuale si possono riprendere con estrema rapidità.
Un accordo duraturo, oggi, è possibile solo sulla base di uno spostamento netto degli equilibri a favore di uno dei due contendenti.
Su basi nazionali, e vale a dire quelle offerte dagli attori principali del conflitto, la prospettiva è quella dell’approfondimento dello scontro e l’allargamento ad altri territori dell’ex Unione sovietica.
La soluzione dunque non può essere quella del ritorno alle piccole patrie (o grandi, nel caso della Russia), ma nemmeno quella invocata da tanta parte della sinistra italiana, di un maggior protagonismo dell’Unione europea. Se l’Ue intervenisse con maggior peso sarebbe per difendere gli interessi della borghesia tedesca o francese, e non certo quelli del popolo.
Oggi, per le avanguardie rivoluzionarie in Ucraina, nel resto dell’ex-Urss ma anche in Italia, è necessario difendere una posizione di indipendenza di classe, sia dal nazionalismo ucraino e dall’imperialismo Occidentale, ma anche dal nazionalismo russo. Un nazionalismo che non propone un ritorno all’Urss (della cui generazione stalinista non siamo certo i sostenitori, ma che ha rappresentato un sistema superiore rispetto all’economia di mercato) ma il più brutale sfruttamento capitalista per mano degli oligarchi russi.

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