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“L’Italia ha di fronte una grande sfida: rimettere il sapere al centro della politica,dell’economia, della società. (…) La formazione superiore e la ricerca libera costituiscono beni pubblici di fondamentale importanza ed è compito primario dello Stato sostenerle”. Con questi propositi l’Unione si è presentata alle elezioni 2006 in materia di Università e ricerca.

La realtà è differente: altro che discontinuità con le politiche del centro-destra; anche in questo settore si continua nella strada precedentemente trattata dal centrodestra.

La questione dei finanziamenti è emblematica. In un contesto che vede l’Italia spendere nell’università lo 0,88% del Pil contro l’1,2% della media Ocse vengono confermati dal maxiemendamento i tagli del 20%, pari a 200 milioni di euro, ai consumi intermedi (affitti, riscaldamento, pulizie…) previsti dal decreto Bersani.

Questa misura si inserisce nel quadro fallimentare delle politiche riformiste degli ultimi anni e della cosiddetta “autonomia” che, con conseguente trasformazione di presidi e rettori in “manager”, doveva portare ad una decurtazione delle spese per il personale e a una “migliore organizzazione” della didattica. I risultati, negativi, si sono fatti sentire anche sulla pelle degli studenti come dimostra l’innalzamento del 7% delle tasse solo nel biennio 2003-2005. Anche la Crui (la Conferenza dei rettori), che in passato ha sponsorizzato l’università-azienda, ha protestato contro le misure adottate dal Governo e in particolare Augusto Marinelli, rettore dell’Università di Firenze, ha deciso di non inaugurare l’anno accademico viste le pessime condizioni del bilancio.

Per quanto riguarda ricerca e sviluppo la situazione è altrettanto contraddittoria. Nonostante l’Italia investa in “ricerca e sviluppo” meno della metà della media Ocse (1,11% del Pil rispetto al 2,25%) i fondi destinati ai Prin (Programmi di ricerca di rilevante interesse nazionale) sono stati tagliati del 37%; al contrario aumentano i fondi statali destinati alle imprese private che per il solo 2007 riceveranno 700 milioni di euro aggiuntivi per l’innovazione (2.100 per il periodo 2007-2009). Inoltre le aziende italiane non fanno ricerca, né assumono ricercatori formati negli istituti pubblici; d’altra parte, perché dovrebbero cominciare a farlo ora se si possono socializzare i costi e privatizzare i profitti? La diretta conseguenza di questo percorso è la formazione di un’università-azienda completamente asservita alle esigenze del sistema industriale.

Questi provvedimenti vanno inseriti nel contesto più generale della crisi del capitalismo italiano. Chiunque voglia veramente superare questo stato di cose deve cercare di organizzare e unire le forze vive della società: una reale alternativa si può costruire solo nei luoghi di lavoro e di studio.

 

07/02/2007 

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