Capire la parabola dell’onda - Falcemartello

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Organizzarsi per vincere


è ora in discussione in parlamento il famoso Ddl Aprea. Se questo Ddl dovesse passare , questo significherebbe, come abbiamo spiegato in autunno, la trasformazione delle scuole in fondazioni private, del consiglio d’istituto in consiglio di amministrazione (con, al suo interno, rappresentanti del mondo produttivo e degli enti locali), insomma si passerebbe da un sistema pubblico ad un sistema di organizzazione e di gestione delle scuole privato. Buona parte dei finanziamenti da nazionali diventerebbero regionali, disarticolando completamente il carattere unitario del nostro sistema scolastico. Con buona pace per il cosiddetto diritto allo studio.

Se per le scuole superiori il governo ha aspettato la conclusione delle lotte dell’autunno per portare fino in fondo l’attacco alla scuola pubblica, per l’università gli effetti dei tagli approvati e del conseguente percorso di privatizzazione stanno per diventare realtà. Va detto chiaramente: nessuno dei nodi contro cui il movimento studentesco si è mobilitato, è stato risolto. Se questo è il quadro, altrettanto evidente è l’importanza dello sciopero nazionale di tutto il settore dell’istruzione (8 ore per le scuole di ogni ordine e grato, 4 ore per l’università) lanciato dall’Flc-Cgil. Per quanto ci riguarda, lavoreremo per far sì che in quelle manifestazioni non manchi il contributo fondamentale del movimento studentesco. Tuttavia sappiamo bene che non basterà questa importantissima giornata di mobilitazione per costringere il governo a una marcia indietro. Si tratta di attrezzarsi per uno scontro di lunga durata.


Un esito fisiologioco?


Lo scorso autunno abbiamo visto uno dei più grandi movimenti studenteschi almeno da vent’anni a questa parte. è necessario aprire una seria riflessione sui limiti fondamentali che non hanno premesso al movimento di vincere lo scontro con il governo. è impressionante vedere l’enorme sproporzione tra la disponibilità a lottare, la radicalità espressa e i risultati ottenuti che ha caratterizzato non solo queste mobilitazioni, ma che è una costante del movimento studentesco italiano, almeno degli ultimi 15 anni. Non era certo minore la determinazione e la disponibilità alla lotta delle centinaia di migliaia di studenti mobilitati quest’autunno qui, in Italia, rispetto a quelli che qualche anno fa, in Francia, si erano mobilitati contro il Cpe. Eppure qui i tagli sono passati, mentre il Cpe è stato ritirato. Siamo forse geneticamente diversi? Altrove sono da ricercare le risposte. Proviamo qui ad accennare alcuni elementi, dal nostro punto di vista, decisivi.

è mancata la capacità di darsi una concreta forma di coordinamento democratico (sia su scala locale a che a livello nazionale) di delegati eletti dalle varie assemblee, che potesse portare ad un’azione efficace. Si è ripetuta per l’ennesima volta la cattiva tradizione, tutta italiana, per cui le assemblee nazionali sono il canto del cigno del movimento. Non esistendo dinamiche democratiche, è mancata anche la chiarezza sulle idee, e senza idee chiare, sappiamo bene, nessuna lotta può vincere. Se nelle assemblee si rinuncia a mettere alla prova, e al voto, le varie proposte costruendo così una piattaforma rivendicativa e una strategia, la mobilitazione rimane, com’è successo, senza sbocco. Perché stupirsi poi se molti degli studenti, preso atto della situazione, lentamente hanno abbandonato assemblee e cortei sempre più autoreferenziali? Costruire un’alternativa credibile a chi ha diretto queste mobilitazioni non è sicuramente affar semplice. Tuttavia solo costruendo un’organizzazione nazionale studentesca con un programma alternativo chiaro, dei metodi democratici, e radicata nei luoghi di studio, è possibile vincere questa sfida. Pensiamo che nel prossimo periodo una prospettiva del genere possa intrecciarsi sempre di più con le conclusioni a cui arriveranno i migliori studenti che sono stati protagonisti dello scorso autunno.

Cosa lascia il movimento?


è presto per dire cosa questo movimento abbia sedimentato. Tuttavia, pur tenendo in considerazione le inevitabili differenze tra le vare zone, ci pare utile far emergere alcuni primi elementi orientativi. Primo: centinaia di migliaia di giovani, dopo anni e anni di riflusso, hanno fatto una prima esperenza di lotta di massa, che ne ha plasmato, a livelli differenti, le coscienze: dalle botte dei fascisti nascosti dietro all’apoliticismo, alle provocazioni del governo, alla subordinazione del Pd, fino alla totale inadeguatezza della logica spontaneista.

Questo non significa affatto che tutti, automaticamente, ne abbiano tratto le adeguate conclusioni, ma più di qualcuno si sta ponendo domande corrette e sta cercando una strada differente. Secondo: il fatto che il movimento non abbia superato la “prova del panettone” non significa che la radicalità espressa sia volata via da un giorno all’altro. Non è casuale che i migliori protagonisti dell’onda li abbiamo poi visti alle manifestazioni per il caso Englaro, ai cortei contro l’attacco alla Palestina, o contro lo sgombero degli spazi sociali a Milano. Un nuovo protagonismo da parte di un settore di giovani che, a tentoni, cerca una strada per reagire all’offensiva a tutto campo del governo Berlusconi. E questa strada non può che essere la lotta. Terzo: il significato dirompente dello slogan più sentito nei cortei di questo autunno “noi la crisi non la paghiamo”, con l’acuirsi della crisi economica è stato un esempio per tutti quei settori della società, a cui la classe dominante vuole far pagare il prezzo della sua crisi. Lo sviluppo delle lotte del movimento studentesco, per fare un salto qualitativo, dovrà sempre più fondersi con le lotte della classe lavoratrice.

Solo attraverso questa strada sarà possibile mettere in discussione i rapporti di forza esistenti e riconquistare il diritto all’istruzione, al lavoro e, in generale, al futuro. Se la prima battaglia per gli studenti si è conclusa questo autunno, di certo la guerra fra le classi in lotta non è finita. Non stiamo parlando di una sconfitta frontale che manda tutti a casa, ma di un’anticipazione delle lotte future. è per prepararci a tutto questo che abbiamo deciso, come Comitato in difesa della Scuola Pubblica (Csp) e Coordinamento Studentesco Universitario (Csu) di convocare la nostra Conferenza nazionale attraverso un percorso di discussione tra in comitati e i collettivi delle varie zone, la cui base di partenza sarà una bozza di documento (visibile sul sito www.cspitalia.org) che prova, in maniera ben più articolata di questo breve testo, a tracciare bilanci e prospettive per il movimento studentesco. Un percorso di discussione, da condividere con tutti coloro che, memori dell’esperienza dell’autunno, vogliono dare un contributo nel superare i limiti mostrati dal nostro movimento.


* Coordinatore nazionale Csp-csu