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Dopo anni di continui tagli ai finanziamenti all’università pubblica, dopo le misure volte a svilire la qualità dell’università e ad attaccare il diritto allo studio, riforme Berlinguer-Zecchino e Moratti in testa, la borghesia italiana, per mano del ministro Gelmini, pare intenzionata a muovere l’attacco definitivo all’università pubblica, cessando di farla esistere in quanto tale.

Le modalità di questo attacco sono contenute nel Decreto Legge 112/08, celermente approvato e convertito in legge durante l’estate, non a caso nel periodo in cui studenti e lavoratori dell’università avevano minor possibilità di mobilitarsi.

Non mancano nel decreto i canonici tagli ai finanziamenti pubblici: il fondo per il finanziamento ordinario delle università è ridotto di 63,5 milioni di euro già dal 2009 e per gli anni successivi rispettivamente di 190, 316, e 417 milioni, fino ad arrivare ai 455 milioni del 2013, per un taglio complessivo di quasi 1500 milioni di euro in 5 anni (art. 66, comma 13). A questa cifra è da sommare il taglio di 472 milioni alle spese correnti del ministero previsto per il 2010 dalla legge 93/08.

Non manca neanche il doveroso limite delle assunzioni, che per gli atenei non possono superare il 20% dei pensionamenti per il triennio 2009-2011, per poi passare al 50% dal 2012 (art. 66, comma 13).

Ma il pezzo forte del governo è un altro: da settembre le università pubbliche, con voto del solo Senato accademico, possono trasformarsi in “fondazioni di diritto privato” (art. 16). La così creata fondazione sostituisce in tutto e per tutto l’università, acquisendone anche il patrimonio e “la proprietà dei beni immobili già in uso alle Università trasformate”. Il tutto senza neanche dover pagare imposte o tasse. Quali caratteristiche avranno tali fondazioni? Lo deciderà sempre il Senato accademico che “contestualmente alla delibera di trasformazione” adotta “lo statuto e i regolamenti di amministrazione e di contabilità”.

Ovviamente, “lo statuto può prevedere l’ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati”. Questi soggetti potranno finanziare le fondazioni universitarie, anche qui in modo totalmente esente da tasse e imposte, con la deducibilità dal reddito della somma versata e una riduzione del 90% delle spese notarili per le donazioni. “Resta fermo il sistema di finanziamento pubblico” afferma il decreto, solo che la sua entità sarà determinata in base all’entità dei finanziamenti privati di ciascuna fondazione. Le fondazioni non potranno distribuire gli eventuali utili che dovranno essere reinvestiti all’interno della fondazione stessa dal momento che sono enti non commerciali, ma devono operare “nel rispetto dei principi di economicità della gestione” che “assicura l’equilibrio di bilancio”.

Cosa vuol dire tutto questo? Essenzialmente che le università pubbliche non saranno né università né pubbliche. Il passaggio a fondazione sarà per la maggior parte degli atenei una mossa obbligata, dal momento che non ricevendo più finanziamenti adeguati dallo Stato dovranno percorrere l’unica via per trovarne altrove, dove per “altrove” si intendono le aziende che hanno interesse a investire nelle fondazioni. Un interesse, quello delle aziende, che deriva dalla possibilità di decidere l’organizzazione, le regole e le caratteristiche della didattica all’interno delle fondazioni, così da poter creare dei corsi di laurea mirati esclusivamente al soddisfacimento delle necessità dell’azienda stessa, a detrimento di qualsiasi formazione culturale. Certo, ci saranno sempre dei corsi di eccellenza che sapranno dare a chi li frequenta una formazione di qualità, solo che li potrà seguire (ancor più di quanto già avvenga oggi) solo chi potrà permettersi di pagare le rette, per le quali è lecito aspettarsi un aumento vertiginoso. Vale la pena ricordare, a proposito di rette, che attualmente le sole tasse versate direttamente dagli studenti coprono in media il 19% del bilancio complessivo delle università italiane (fonte: la Repubblica), una cifra che ci dà l’idea di quanto poco sia garantita la possibilità per tutti di avere un’istruzione garantita.

Non sono risparmiati dall’attacco neanche coloro che in università lavorano: non solo il blocco delle assunzioni si mantiene immutato anche per le fondazioni, ma in più i lavoratori si trovano a sottostare a un’amministrazione privata, in poco o nulla differente da quella di una vera azienda. Questo ovviamente comporterà continui attacchi in termini di salari, precarietà, organico e condizioni di lavoro, esattamente come abbiamo potuto vedere in questi anni in tutti i servizi universitari esternalizzati. Si profila dunque uno scenario di “corsa al finanziatore” che creerà una gerarchia di atenei al cui apice troveremo poche strutture di eccellenza che concentreranno la quasi totalità dei finanziamenti, garantendo la propria sopravvivenza in cambio dell’asservimento ai desideri dei privati e dove per iscriversi bisognerà pagare rette sostenibili solo da una ristretta minoranza di studenti provenienti da famiglia di estrazione sociale agiata, che qui apprenderanno come prendere il posto dei propri genitori alla guida della società. In fondo alla piramide ci sarà invece una moltitudine di università o ex-università che dovranno sopravvivere coi sempre più ridotti finanziamenti statali e che vedranno la propria qualità precipitare fino a che saranno costrette a chiudere, rendendo così definitivamente impossibile l’accesso a un’istruzione universitaria a tutti quegli studenti che non possono permettersi di pagare cifre esorbitanti.

Per questo il decreto legge 112, pur essendo il coronamento di anni di attacchi all’istruzione pubblica, rappresenta un salto di qualità: esso non si limita più ad aumentare gradualmente il livello di selezione di classe nell’università ma distrugge il principio stesso di diritto allo studio, regalando tutta l’istruzione universitaria ai privati e permettendone l’accesso solo a chi se lo può permettere.

Per questo è prioritario che gli studenti universitari, insieme a quelli delle superiori e ai lavoratori, si organizzino per resistere agli attacchi, per difendere ciò che resta delle conquiste dei passati movimenti e per arrivare a un reale diritto allo studio.

16 settembre 2008

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