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La creazione di spazi conflittuali comuni a studenti e lavoratori, in particolare attorno alla Fiom, ha portato alla luce diverse contraddizioni riguardo all’“utopia del capitalismo cognitivo” ed ai percorsi di liberazione attraverso la “disobbedienza civile”. Queste teorie basate sull’idea che siamo in una nuova fase economica, dove la produzione industriale è sostituita da una produzione immateriale e facilmente socializzabile, dove la cultura è fattore economico centrale e liberatorio, sono messe in crisi dal ritorno sulla scena politica della classe lavoratrice e dalla centralità operaia nella creazione di percorsi conflittuali credibili, a partire dalla lotta di Pomigliano e Mirafiori, fino agli scioperi Fiom prima e Cgil poi.

 

I luoghi del lavoro cognitivo si sono dimostrati organici all’espansione da parte del capitale ed utili alla diffusione della precarizzazione del lavoro e delle vite. In nessun modo il sistema ha offerto spazi di liberazione, come annunciavano molti intellettuali di sinistra, ma ha sempre e soltanto riproposto forme di sfruttamento ogni volta più selvagge, in continuità con i metodi del capitalismo ottocentesco. La contraddizione fondamentale tra capitale e lavoro ha dimostrato di essere più che mai attuale.

 

I percorsi di “Autoformazione ed Autoriforma”, così come le pratiche del “Copy-Left” e del “Common Creative”, cercavano di realizzare percorsi alternativi all’interno del sistema e non in aperto contrasto ad esso. Tuttavia, non è possibile creare isole felici all’interno della compatibilità con il capitalismo, che per sua stessa natura cerca di espandersi in ogni anfratto della società pur di aumentare i profitti.

La creazione di corsi autogestiti, la difesa di “riserve di autonomia” in cui formare conoscenze critiche si sono rilevati una pia illusione rispetto alla creazione di un’università migliore. Il più delle volte legittimano il sistema capitalista, là dove accettano di ritagliarsi uno spazio nel modello dei crediti e/o dell’autonomia universitaria e cadono nel compromesso con le amministrazioni baronali. Nei fatti hanno allontanato le forze vive del movimento studentesco dal lavoro radicale di difesa dell’istruzione pubblica, impedendo l’organizzazione di un percorso di lotta di lungo respiro e la creazione di un chiaro programma rivendicativo, centrato sui bisogni degli studenti e sulla gratuità assoluta dello studio.

Da dove ripartire? Su cosa rifondare il movimento? Si evince sempre più chiaramente come la difesa (o la riconquista) dell’istruzione pubblica e statale sia il punto fondamentale da cui partire per ottenere gratuità, qualità, laicità dello studio per tutti.

Non chiediamo piccoli spazi in un deserto di miseria, ma vogliamo che l’intero sistema sia messo sotto il controllo di studenti e lavoratori, in modo da soddisfare gli interessi della società. Tale rivendicazione presuppone un concreto piano di investimenti pubblici ed il ritiro di tutte le controriforme dell’istruzione, comprese quelle di centro-sinistra. Tutti i privati vengano sbattuti fuori dalle nostre università: non solo le aziende, ma anche le fondazioni e le associazioni, che rappresentano solo una copertura per gli interessi padronali.

Tutte le decisioni relative agli atenei devono essere affidate ad organi paritetici di studenti, lavoratori e professori. Solo in questo modo gli studenti potranno agire concretamente sui percorsi di studio, controllando tutti gli aspetti della vita universitaria, dal livello economico fino all’intero piano didattico. E solo così si potrà smantellare il sistema pachidermico e putrefatto basato sulla corruzione ed il baronato.

È indispensabile, esigere la fine di tutti i contratti precari, l’assunzione di tutti i ricercatori, l’assunzione a tempo indeterminato da parte dell’università per tutti i lavoratori di ditte appaltatrici, borse di studio garantite e dignitose separate dal sistema del punteggio a crediti e legate al solo reddito che permettano di raggiungere l’indipendenza dalla famiglia. Il tutto all’interno di una battaglia per il salario minimo garantito che permetta di rompere il circuito del ricatto capitalista.

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