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Organizzare la resistenza alla Gelmini


Dopo i partecipati cortei dell’8 ottobre, gli studenti sono tornati in piazza in ordine sparso il 16 ottobre nel grande corteo convocato dalla Fiom. Il 17 ottobre si è riunita alla Sapienza l’assemblea dei movimenti convocata dall’appello “Uniti contro la crisi”. In quella discussione, alla presenza fra gli altri di Rinaldini, Landini e Pantaleo, si è discusso come dare continuità alle mobilitazioni studentesche e come unirle a quelle per i beni comuni, per l’acqua, per l’ambiente e soprattutto alla lotta dei lavoratori che ha al centro il conflitto fra gli operai della Fiat e l’azienda guidata da Marchionne.

Rispetto all’assemblea del 2008, convocata sempre alla Sapienza nella fase di rientro dell’Onda, il dibattito ha fatto molti passi avanti. Non ci si è soffermati su quelle posizioni, autoriforma in testa, che avevano fatto arenare il movimento del 2008. Alla luce delle mobilitazioni operaie e delle proposte della Fiom si è invece discusso di come unire i fronti per arrivare a uno sciopero generale che possa rilanciare le lotte a livello nazionale.

I problemi sono però sorti dal giorno successivo. Come abbiamo visto all’assemblea della Sapienza, una volta trovate finalmente le linee corrette la questione è saperle tradurre nella pratica. L’unità coi lavoratori è in questo momento il punto fondamentale che si deve porre il movimento studentesco per poter giocare il proprio ruolo nel conflitto sociale che si sta sviluppando. È d’altronde il principale elemento che può evitare che le mobilitazioni studentesche si spengano con la fine dell’autunno. Purtroppo nella maggior parte delle città non abbiamo visto mobilitazioni dopo l’8 ottobre e soprattutto l’unificazione fra movimento studentesco e operaio è rimasta sulla carta. Troppo poche sono le presenza organizzate degli studenti a sostegno delle lotte dei lavoratori e troppo poche le assemblee o gli interventi con lavoratori in lotta nelle scuole e nelle università: lo studentismo giustamente superato a parole nel dibattito nazionale e da parte di molte strutture locali riaffiora poi nel momento in cui si tratta di organizzare concretamente le iniziative di movimento.

Gioca un ruolo in questo il fatto che le mobilitazioni dei ricercatori universitari e dei precari della scuola siano nei fatti rientrate. Se per i primi assistiamo ormai a una normalizzazione o a una riduzione a vertenza categoriale, per i secondi il corteo nazionale del 30 ottobre a Napoli ha segnato un pesante ridimensionamento della lotta: una manifestazione, pur nazionale nelle intenzioni, regionale nei fatti, che ha scontato le difficoltà organizzative dei comitati dei precari e il mancato sostegno reale da parte dei sindacati.

Questo però non impedisce, da una parte, di stringere i rapporti fra studenti e lavoratori di scuola e università, in modo da poter rilanciare in futuro la mobilitazione con una forza maggiore. Dall’altra, non mancano le situazioni in cui gli studenti sono chiamati a intervenire. La lotta degli immigrati di Brescia e Milano ne è un esempio: i presidi permanenti dei lavoratori immigrati alla base della gru di Brescia e della ciminiera di Milano si trovano a fronteggiare una repressione durissima da parte della polizia e solo con un allargamento della partecipazione e campagne di solidarietà nelle città potranno continuare a resistere. Gli studenti possono giocare un ruolo molto importante in questa direzione, ma è necessario che oltre alla sacrosanta solidarietà organizzino volantinaggi in scuole e università, iniziative in cui spiegare la situazione e chiedere un aiuto, interventi di solidarietà attiva ai presidi. Lo stesso vale per le tante vertenze aziendali che si stanno sviluppando in tutto il paese.

Il 17 novembre, in occasione della giornata internazionale per il diritto allo studio, assisteremo probabilmente a cortei studenteschi meno  partecipati e combattivi in tutte le città. La combattività da sola però non è garanzia di resistenza. La rabbia che sale nel vedere ogni giorno la propria scuola o la propria università fatte a pezza dai tagli del governo, la voglia di rispondere alle provocazioni dei fascisti e alla repressione di presidi e rettori, la determinazione con cui si vuole mettere la parola fine a questo governo sempre più in crisi, sono ingredienti senza i quali nessuna mobilitazione sarebbe possibile. Ma perché queste battaglie possano vincere – e lo possono fare – è necessaria una crescita politica e organizzativa del movimento studentesco.

I cortei del 17 non devono essere né qualcosa di esclusivamente studentesco né degli appuntamenti al termine dei quali ci si lascia fino alla prossima data di mobilitazione nazionale. È necessario che una nuova generazione di attivisti studenteschi cominci a porsi quotidianamente il problema di come organizzarsi. Si è rotto un legame con le tradizioni del movimento studentesco e le istituzioni ne approfittano per impedire agli studenti di organizzarsi: scuole chiuse il pomeriggio, presidi che non danno l’autorizzazione per la riunione dei collettivi o vogliono metter becco addirittura sui nomi dei collettivi, un’idea per la quale nulla può esistere in una scuola se non passa dai canali della rappresentanza istituzionale, pretese di disciplinare addirittura le forme di protesta come le autogestioni. Ora più che mai si pone l’urgenza di ricostruire una presenza organizzata nelle scuole e nelle università: ricreare collettivi che possano fare quel lavoro di discussione, controinformazione e organizzazione che serva a preparare le mobilitazioni e a non farle cadere nel vuoto il giorno dopo. Le strutture esistenti hanno il compito di mettersi a disposizione per questo lavoro e di contribuire con franchezza spiegando le proprie posizioni e presentando le proprie proposte in un dibattito aperto e democratico dove a decidere devono essere gli studenti stessi.

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