Breadcrumbs

 

Follow the money”, segui il denaro. Il consiglio sempre utile per capire cosa si muove dietro le apparenze nelle indagini è valido anche per provare a capire cosa sta succedendo alla scuola e all’università italiane. Negli ultimi mesi si stanno susseguendo ipotesi di intervento legislativo in materia, ma non è chiaro cosa poi arriverà al traguardo. Fra discussioni sul valore legale del titolo di studio, fantomatici premi allo “studente dell’anno”, resurrezioni di ddl che sembravano sepolti (Aprea) è utile andare all’essenza per capire cosa si muove.

L’essenza sono i soldi: il governo deve fare cassa e tagliare. Il lavoro di Tremonti e Gelmini nel 2008, che tagliarono 8 miliardi di euro all’istruzione pubblica con un piano triennale, aveva permesso al governo di concentrarsi su altro, a partire da pensioni e lavoro. Ma ora i tre anni sono finiti e la questione torna sul tavolo. L’urgenza di intervenire si scontra però con il timore delle risposte che questo potrebbe suscitare: il governo si ricorda dei movimenti del 2008 e del 2010 (riforma Gelmini dell’università) e ha abbondanti esempi internazionali dei rischi che corre. Da qui i tentennamenti su tutto ciò che non è visto come indispensabile.

Evviva la “meritocrazia”

Si pensi all’abolizione del valore legale del titolo di studio, cioè della norma per cui uno stesso titolo di studio ha uguale valore indipendentemente dalla scuola o università in cui si è preso.

La finalità della sua abolizione è distruggere, anche nell’istruzione e impiego pubblico, il concetto di un servizio garantito uguale per tutti e che dia uguali possibilità e sdoganando così il messaggio: più “qualità” ti puoi comprare, più riconoscimenti potrai avere. Il che peraltro è già in larga misura affermato, nelle divisioni tra licei e istituti tecnici, università di serie A e di serie B, master e specializzazioni a pagamento, ecc. Alla fine, di fronte all’ampia opposizione che suscitava quella misura, il governo si è fatto due conti su quanto fosse essenziale a fronte dei costi politici e ha rinviato tutto. Poi è arrivata la riforma Profumo, che potremmo definire la riforma “uno su mille ce la fa”.

L’idea è che ogni scuola nomini lo “studente dell’anno”, che avrà un 30% di sconto sulla rata del primo anno dell’università e qualche agevolazione. Le università invece selezionano il 5% dei laureati più bravi, che saranno pubblicati sul sito del ministero e avranno accesso agevolato al lavoro, e così via, fra premi salariali ai docenti più “bravi” (in base a che valutazione?) e Olimpiadi della matematica. Una riforma a dire il vero un po’ grottesca, se si pensa che il grande premio è uno sconto del 30% su una retta che è aumentata ben più del 30% negli ultimi anni.

Il progetto di Profumo, anche qui, è stroncare l’idea che la scuola serva a dare un’istruzione, una formazione e strumenti utili a tutti e si trasformi invece in una corsa contro gli altri studenti o gli altri professori o gli altri istituti per accaparrarsi qualche briciola. Chi poi se la accaparrerà, se non vengono date le risorse per garantire un servizio di qualità, sarà sempre chi parte avvantaggiato. Chi deve lavorare per pagarsi gli studi, chi non può fruire di una formazione culturale in famiglia, chi non può pagarsi ripetizioni, è come se fosse messo coi piedi legati su una pista di atletica dove solo il primo sopravvive. Ma anche qui, davanti alle voci di opposizione che si sono levate, il governo sta prendendo tempo perché non sa se il gioco vale la candela.

Aprea: a volte ritornano

 

Ultimamente è tornata in discussione la riforma della scuola proposta nel 2008 da Aprea. Il testo era stato a suo tempo lasciato fermo per concentrarsi sull’approvazione dei tagli, ma ora si è riavviata la discussione nelle commissioni parlamentari. C’è chi vorrebbe arrivare a un’approvazione direttamente attraverso le commissioni, altri chiedono la discussione in parlamento. Pur con modifiche rispetto al testo originario, il succo della riforma è una struttura che rispecchia quanto fatto nell’università nel 2010: maggiore spazio all’autonomia, una stretta anti-democratica agli attuali organismi di direzione delle scuole, l’ingresso dei privati nella gestione della didattica.

La legge, infatti, prevede l’ingresso di privati nei due massimi organi istituiti dalla riforma che vanno a sostituire i precedenti organi decisionali: il Consiglio dell’autonomia (l’ex Consiglio d’istituto) e i nuclei di autovalutazione (in raccordo con l’Invalsi) che monitoreranno l’efficienza della scuola come se fosse una vera e propria azienda. Oltre all’ingresso dei privati negli organi di controllo e di gestione potranno entrare ingenti finanziamenti privati nei budget nella scuola e la figura del preside diventa a tutti gli effetti quella del manager aziendale. Come già nell’università, sono ridotti i rappresentanti degli studenti e dei lavoratori Ata in tutti gli organismi.

Addio istruzione pubblica?

 

Se le proposte di Profumo sono un attacco ideologico alla funzione sociale della scuola e dell’università, il progetto Aprea modificato garantirebbe una gestione normalizzata (cioè: con maggiore possibilità di repressione) del funzionamento scolastico. Ma la vera importanza materiale di questi provvedimenti sta nell’aprire la strada a un’intensificazione del disinvestimento statale nell’istruzione. Se faccio passare il messaggio che l’importante è il primo studente dell’anno in una scuola, mi preparo a lasciare ancora più a se stessi tutti gli altri; se dico che le scuole devono essere colonizzate da enti esterni e da essi devono prendere i finanziamenti (sempre interessati, inutile dirlo) mi preparo a tagliare ancora di più il finanziamento statale. È un meccanismo già in corso, che poggia le proprie basi sull’autonomia scolastica e universitaria, ha avuto decenni per svilupparsi e sta già mietendo le vittime della selezione di classe fra i giovani.

Il problema che ha davanti il governo è che deve prelevare più soldi e più in fretta. E infatti la misura su cui schiaccia l’acceleratore è quella più diretta: la spending review. Secondo le fonti stampa, fra una falciata e l’altra ce n’è una da 200 milioni di euro al Fondo di finanziamento ordinario dell’università (lo stesso colpito dai tagli 2008).

Casualmente, pare ci siano 200 milioni di euro in più alle scuole private, ma forse qualcuno giudicherebbe malevolo collegare le due cose. Ad essere colpita maggiormente stavolta è la sanità, ma l’istruzione sta tornando nel mirino e la gestione capitalista della crisi, si chiami Monti o in altro modo, sarà costretta a fare un salto di qualità nell’attacco, a partire dall’aumento dei costi diretti di iscrizione scolastica e universitaria, come già visto negli altri paesi e proposto in Italia da Ichino. Un attacco diretto e nitido di questo genere, magari in un impianto di riforma generale, sarebbe una sfida lanciata al movimento studentesco, che proprio in queste occasioni si è espresso in Italia e all’estero.

La classe dominante ha paura di lanciare questa sfida: provocherebbe un settore, gli studenti e i giovani, che sono al centro del processo di radicalizzazione internazionale, sui quali è più difficile un controllo burocratico come quello che sta mettendo in atto sui lavoratori con la catena Pd-maggioranza Cgil. Quel che è peggio, dal loro punto di vista, è che un’esplosione di questo settore sociale potrebbe trasmettersi poi al resto della società e ai lavoratori, come già visto in altri paesi.

Questo scenario la borghesia italiana lo vorrebbe evitare, e infatti fa passare i tagli in mezzo a misure più ampie (vedi lo spending review), ma più passa il tempo più si riducono gli spazi di manovra. Se sarà costretta a dare l’affondo, gli effetti che teme saranno proprio quelli per cui noi lavoreremo.

Joomla SEF URLs by Artio