Breadcrumbs

Prepariamo la controffensiva

Lo scorso 27 maggio il Consiglio dei ministri ha approvato lo schema di decreto legislativo sul secondo ciclo della cosiddetta “riforma” Moratti. La ministra, dopo aver a lungo utilizzato una strategia basata su lunghi tempi di discussione e applicazione, sta ora tentando di procedere celermente per portare a compimento, entro fine legislatura, il processo di smantellamento della scuola pubblica.

 

Un simile cambio di marcia, proprio mentre le scuole erano chiuse, non appare inaspettato: il 17 ottobre prossimo infatti scadrà la delega per l’emanazione dei decreti attuativi della “riforma”.

I tempi sono stretti, cosi la Moratti, per riuscire nel suo obbiettivo, salta a piè pari i problemi. Il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione e la Conferenza Stato-Regioni esprimono giudizi negativi su buona parte della riforma? Visto che sono solamente pareri consultivi, la “ministra” non modifica minimamente la propria rotta. E quando questi giudizi diventano vincolanti, come nel caso del comma 5 dell’art. 2 del decreto attuativo dell’art. 5 della legge 52/2003, relativo alla formazione iniziale e al reclutamento dei docenti, bloccato dalla Conferenza Stato-Regioni, la Moratti cosa fa? Semplice, cancella completamente il comma dalla bozza di decreto che, anche se un po’ disorganica(!), riprende il suo iter.

Il “doppio binario”

Lo schema del decreto non aggiunge nè modifica molto rispetto a quanto annunciato dalla famosa legge 53. E’ utile tuttavia fare chiarezza in merito ai punti decisivi.

Per quanto riguarda le medie superiori, viene confermato il cosiddetto “doppio binario”, selettivo e classista, costituito dai licei, che rimangono nazionali, e dalla formazione professionale, che viene completamente regionalizzata. Questo comporta la cancellazione degli istituti tecnici, i quali dovrebbero diventare, in parte, licei tecnologici. In merito a ciò, viste le controversie, si preferisce non rendere noti i dettagli dell’operazione.

Il dato di fatto incontrovertibile è che, passando da istituti tecnici a licei, il campo delle competenze tecniche viene notevolmente ridimensionato, eliminando molte ore di laboratorio e, di conseguenza, anche gli insegnanti tecnico - pratici. Questo varrà per i più “fortunati”, visto che non per tutti gli attuali tecnici c’è la corrispondenza con i nuovi indirizzi del liceo tecnologico; ad esempio gli Istituti tecnici per il Turismo verranno, molto probabilmente, dequalificati al livello di formazione professionale.

I licei

Dureranno cinque anni e saranno suddivisi in 2+2+1. Particolarmente significativo è che si riconosce in termini espliciti solamente agli studenti che frequentano il liceo classico la possibilità di accedere ad ogni facoltà universitaria ritornando alla situazione precedente al ’68, quando un diploma dava la possibilità di iscriversi solo a determinate facoltà.

Oltre al classico, si istituiscono altri sette percorsi: artistico, economico, linguistico, musicale e coreutico, scientifico, tecnologico, delle scienze umane. Questa divisione opera una gerarchizzazione non solo tra sistemi ma anche tra gli stessi licei, all’interno dei quali si afferma la superiorità, culturale e sostanziale, del classico che sarà molto differente dagli altri; infatti la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” è prevista per tutti i licei escluso il classico. In questo mondo si elimina, di fatto, la possibilità non solo di passare da un sistema all’altro ma anche tra gli stessi licei, in quanto diversi tra loro sia da un punto di vista contenutistico che strutturale.

Viene completamente stravolta la stessa idea di orario scolastico, che viene spezzettato in orario obbligatorio, orario opzionale obbligatorio e orario facoltativo, con una generale riduzione delle ore di lezione a favore della scuola - lavoro, degli stage e delle varie attività opzionali magari finanziate e gestite da enti o imprese private, in totale sintonia con il concetto, tanto caro al centro-sinistra e alla Cgil, dell’autonomia scolastica.

La formazione professionale (regionalizzata)

In essa confluiranno una parte dei tecnici e i professionali, cioè circa il 60% di tutti gli studenti delle superiori. La durata sarà di 3 o 4 anni, nel primo caso lo studente raggiungerà una “qualifica professionale” mentre nel secondo caso avrà un “diploma professionale”. In questo arco di tempo poche saranno le ore di lezione frontale in quanto lo studente, a partire dai 15 anni, potrà esercitare il proprio “diritto dovere all’istruzione e alla formazione”, in alternanza scuola-lavoro o persino attraverso la formula dell’apprendistato. Mano d’opera gratuita, o a basso costo, e senza alcun diritto: proprio ciò che vuole Confindustria.

La regionalizzazione di questo canale comporta una totale dequalificazione per i tecnici (quei tecnici che ovviamente entreranno in questo canale) e per i professionali, che di fatto verranno privatizzati, in quanto diventeranno come gli attuali centri di formazione professionale che, pur essendo finanziati dalle regioni, sono gestiti da lobby di imprese o da enti confessionali che, avendo come obbiettivo il profitto, non si curano minimamente della qualità dell’insegnamento.

L’incertezza e la confusione della Moratti sta già portando dei cambiamenti nella scuola superiore: per la prima volta vediamo come molte famiglie, allarmatesi, preferiscano iscrivere i propri figli ai licei piuttosto che a tecnici e professionali, molto probabilmente perché iniziano a considerare già di “serie B” questo tipo di scuole.

Più poteri alle regioni: quali effetti?

Lo spostamento di competenze fondamentali dal livello nazionale al livello regionale porta chi vuole combattere questi progetti di controriforma a dover fare i conti con il potere delle istituzioni regionali.

Quanto avvenuto in Friuli Venezia Giulia è significativo: il governo locale di centro-sinistra di fronte al progetto Moratti a parole ha manifestato la propria contrarietà, in realtà poi c’e stata una spaccatura tra chi, di fatto, sostiene l’inevitabilità dell’accettazione della controriforma Moratti, e cioè l’assessore alla formazione professionale moderato Cosolini (in quota ai DS e fanatico difensore della flessibilità ad ogni costo) che poi si ritroverà a gestire per buona parte il secondo canale, e chi, come l’assessore all’istruzione del Prc Antonaz, si limita a tentare di arginarne, gli effetti più contraddittori, facendo di tutto per non mettere in discussione l’integrità di una giunta, quella Illy, fautrice di politiche ipermoderate e conservatrici. In questo contesto è emersa una grande disponibilità a intraprendere percorsi di lotta radicali da parte di un nucleo significativo di insegnanti tecnico-pratici che giustamente hanno riconosciuto come avversari non solo il governo Berlusconi e la Moratti, ma anche la giunta Illy e, in particolare, i suoi assessori più moderati.

Tale disponibilità alla mobilitazione tuttavia non è stata minimamente presa in considerazione dai sindacati, Cgil in primis, desiderosi di mantenere la “pace sociale” con la giunta “amica”, ed è di fatto stata ignorata da un partito come Rifondazione, ormai intrappolato nelle logiche della coalizione.

Sconfiggere la Moratti, ma come?

Questo esempio è utile in quanto fa emergere un concetto decisivo: il movimento studentesco ed il movimento antimorattiano più in generale non possono permettersi di delegare il compito di sconfiggere la Moratti alle istituzioni, le quali (come nel caso delle regioni) nulla di significativo ed efficace fanno per fermare realmente la controriforma anzi, in molti casi, al di la di qualche dichiarazione altisonante, la accettano.

Seminare illusioni in questo senso, affermando che “Ci appelliamo pertanto al centro-sinistra che dopo l’ultima tornata elettorale governa quasi tutte le regioni italiane, affinché in Conferenza Stato-Regioni, ascoltando le rivendicazioni di chi in questi anni è sceso in piazza contro la Moratti, si faccia di tutto per fermare il decreto attuativo.” come fanno i dirigenti dell’Uds, significa voler relegare il movimento studentesco in un angusto ruolo di subalternità rispetto al centro-sinistra.

Una posizione del genere, che è per altro anche la posizione dei vertici della Cgil, lascia sottintendere la necessità di “aspettare” fino alle elezioni politiche del prossimo anno, quando l’attuale governo probabilmente sarà sconfitto, mettendo così tutto il destino, in questo caso della scuola pubblica, nelle mani del centro-sinistra. Il che non vorrebbe dire di certo l’automatica cancellazione della riforma Moratti.

L’alternativa a questa strada fallimentare, che come Comitato in difesa della Scuola Pubblica sosteniamo, è quella della mobilitazione. Una mobilitazione che, per essere efficace, deve vedere uniti nella lotta il movimento studentesco, gli insegnanti, il personale ATA assieme al movimento operaio più in generale, la quale necessita di una piattaforma rivendicativa all’altezza dello scontro.

Il Csp si batte per una scuola pubblica, democratica, gratuita e laica, contro ogni selezione di classe. Abbiamo diritto a un’istruzione dignitosa, per il solo fatto di essere nati, indipendentemente dalla nostra condizione economica. Chiediamo innanzitutto:

- la cancellazione della controriforma Moratti, dell’autonomia scolastica e di ogni forma di “doppio binario”

- l’estensione dell’obbligo scolastico fino ai 18 anni

- il raddoppio dei finanziamenti alla scuola pubblica, punto di partenza fondamentale per garantire un’istruzione di qualità per tutti.

Il Governo, prima di piangere per la mancanza di fondi, sospenda innanzitutto tutti i finanziamenti alle scuole private (invece che rifinanziarle profumatamente, come fatto di recente), e alle curie per gli insegnanti di religione.

Questo deve essere il primo passo fondamentale per una reale difesa della scuola pubblica.

07-09-2005

 

Joomla SEF URLs by Artio