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La vertenza dei ricercatori universitari, iniziata nell’ottobre del 2003, attraversa attualmente uno stato di crisi. Le ragioni di questa smobilitazione sono da imputarsi innanzitutto al ruolo giocato dalle burocrazie dei sindacati e dei partiti della sinistra all’interno di questa lotta.

Da un anno a questa parte la mobilitazione dei ricercatori è andata scemando, soprattutto per i limiti imposti dalle burocrazie sindacali. Negli atenei dove il movimento aveva avanzato le parole d’ordine e i metodi più radicali, con blocchi della didattica e degli esami, i dirigenti sindacali hanno lavorato per deviare la lotta su di un terreno puramente istituzionale, limitandosi ad appelli di protesta nei vari consigli di facoltà e senati accademici. Laddove i ricercatori si erano mobilitati con meno convinzione, invece, i sindacati confederali se ne sono addirittura lavati le mani, lasciando la lotta senza una direzione e un’organizzazione. Da una parte una situazione del genere poteva creare dei margini per radicalizzare la mobilitazione, ma la mancanza di coordinamento e le pressioni del baronato e della Crui hanno permesso che la lotta si consumasse solo su di un terreno testimoniale.

Già più volte abbiamo spiegato che dinanzi ad attacchi frontali come la riforma Moratti l’unica via che realmente abbia le potenzialità di portare a casa una vittoria sia quella della mobilitazione organizzata e compatta. Il solo terreno istituzionale si è sempre dimostrato fallimentare ed è utilizzato da chi non ha interesse a sviluppare un vero movimento di lotta, che gli si potrebbe ritorcere contro in futuro. A conferma di questo vediamo come gli emendamenti presentati dall’Unione nell’ultimo mese (la rinuncia alla cacciata della Moratti è implicita) raccolgano solo una parte delle rivendicazioni dei ricercatori. 

In particolare i Ds e il Prc si limitano a proporre un bando per avviare nuove assunzioni, ma al tempo stesso si impegnano a mantenere il precariato di otto anni (compreso il dottorato) e a garantire che la docenza rimanga divisa in tre distinti ruoli, riconfermando la logica gerarchica e corporativa sulla quale l’università è strutturata. È quindi palese che un futuro governo dell’Unione non avrà garanzie da offrire neanche su questo terreno. Gli interessi delle lobby accademiche e dei poteri forti in università avranno la meglio sulle richieste dei ricercatori se non tentiamo, fin da ora, di costruire un fronte unito contro chi sta attaccando e attaccherà ancora l’università e la ricerca nel nostro paese.

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