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Lo stato dell’università italiana e del diritto allo studio necessita indubbiamente di un intervento, ma tutte le “riforme” che abbiamo visto susseguirsi negli ultimi 15 anni hanno prodotto solo maggiore selezione di classe, peggioramento della didattica e delle condizioni di studio. E anche il nuovo ministro si sta muovendo sulla stessa strada. Vediamo perché.

 

Innanzitutto è stata approvata l’attuazione della riforma a “Y”, da completarsi entro il 2011.

La “Y” o 1+2+2 è il completamento ideale del percorso iniziato con il “3+2” della riforma Zecchino (laurea triennale più specialistica). La Moratti ha presentato questa proposta ben tre anni fa, per aumentare la selettività degli atenei sin dal primo anno. Con questo meccanismo tutta una serie di filtri che ora vediamo concentrati soprattutto (ma non esclusivamente) nel passaggio tra triennale e specialistica (numeri chiusi praticamente ovunque, lievitazione delle tasse, e avanti così), potrebbero essere antcipati alla fine del primo anno.

Si formalizza una situazione già in vigore in molte facoltà, in cui il primo anno è un anno con esami comuni nella maggior parte dei corsi di laurea “affini”, mentre dal secondo anno inizia la differenziazione.

Se consideriamo che in molti atenei il 90% degli studenti alla fine del primo anno non riesce a completare gli esami in tempo, possiamo avere un’idea del livello di selezione messo in campo da questa riforma: decine di migliaia di studenti potenzialmente tagliati fuori.

Nel frattempo, rimane in vigore la riforma Zecchino con tutte le conseguenze del caso: autonomia universitaria (con conseguenti tasse astronomiche) e sistema dei crediti.

Come se non bastasse, qualcuno pochi giorni fa ha “scoperto” che nel decreto Bersani sulle liberalizzazioni è presente un taglio del 10% alle spese di gestione degli Atenei.

Gli interessi di Confindutria e dei rettori

Per Mussi la nuova università “non può essere realizzata buttando nel cestino le precedenti leggi, quanto piuttosto intervenire per modificarle” (La Repubblica online, 3 settembre). Non solo il ministro è di parola, ma fa di più:

1) D’ora in poi spetterà ad ogni singolo ateneo decidere quanti e quali crediti riconoscere agli studenti .

2) Viene proposta la creazione di un’agenzia con il compito di dare valutazioni di qualità agli atenei, su cui basare poi la ripartizione dei fondi.

Le “novità” di Mussi hanno solleticato l’entusiasmo dei rettori, che per bocca del loro presidente Trombetti hanno fatto sapere: “Diciamo che Mussi per il momento ha mostrato grande attenzione alle richieste della Crui (la conferenza dei rettori – ndr)” (La Repubblica, idem). Non ne dubitiamo. Gli aspetti di cui sopra vanno catalogati nell’ambito di tutte quelle misure che proseguono lungo la via maestra dell’Autonomia Universitaria: una sempre maggiore suddivisione in atenei di serie A (con relativi costi e assicurazione di uno sbocco lavorativo) e di serie B (con lauree sempre meno spendibili sul mercato del lavoro).  E nel sistema dell’Autonomia, i singoli atenei sono sempre più aziende legate alle sovvenzioni delle imprese, di cui i rettori sono i garanti.

L’esperienza degli ultimi anni ha mostrato come ogni passo verso una maggiore liberalizzazione del sistema universitario non porta ad un miglioramento effettivo nelle condizioni di studio e di lavoro, anzi. La scuola e l’università sono sempre più gestite come imprese che devono avere un bilancio in attivo - e il bilancio in attivo si realizza con gli aumenti delle tasse e risparmiando: aule sovraffollate, precarietà a macchia d’olio fra i dipendenti dell’università, sfruttamento degli studenti, esternalizzazione dei servizi essenziali (come le mense).

È quello che chiedeConfindustria: “Gli ingredienti essenziali per un piano d’azione immediato ed efficace sono, secondo Confindustria, l’attribuzione di quote crescenti del finanziamento pubblico su base concorrenziale, utilizzando i sistemi di valutazione della qualità già oggi disponibili, il rafforzamento dell’autonomia degli atenei, la modifica dei criteri di reclutamento e remunerazione di professori e ricercatori e il superamento del valore legale del titolo attraverso sistemi di accreditamento dei percorsi formativi in linea con le migliori esperienze internazionali.”, si legge sulla Repubblica online del 23 marzo.

Non crediamo che servano molti “tavoli di confronto” fra studenti e governo su questi temi. Quello che conta è che tutti i problemi dell’Università e della scuola, i problemi degli studenti e dei lavoratori, non quelli dei signori di Confindustria, sono ancora sul piatto, semmai ulteriormente aggravati. Compito di ogni collettivo studentesco e organizzazione di sinistra sarà spiegare come l’unica strada per difenderci e riconquistare quello che ci spetta è quella della lotta.

Settembre 2006. 

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