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I nodi vengono al pettine

La scure dei tagli che si è abbattuta negli ultimi mesi sull’Università italiana e sugli istituti di ricerca pubblici costringe gli atenei ad accelerare il processo di “autonomia” accentuando la concorrenzialità e preparando il terreno per ulteriori tagli e ridimensionamenti. Parma non fa eccezione. L’acuirsi della crisi economica e i tagli massicci alla spesa per l’università e la ricerca, pongono i rettori delle università italiane di fronte ad una scelta: mantenere inalterati i livelli di tassazione e i parametri contributivi (borse di studio, esenzioni varie, ecc), andando incontro ad un sicuro collasso dell’azienda-università; oppure adeguarsi alla tendenza e applicare tutta una serie di ulteriori aumenti per poter continuare a competere con gli altri atenei.


Un primo bilancio

Sono trascorsi ormai quasi 3 anni dall’entrata in vigore del decreto Zecchino: un periodo sufficiente per valutare e prendere atto degli effetti devastanti che tale riforma sta producendo sul mondo universitario.

Gli elementi strutturali di tale riforma sono molteplici e presentano degli aspetti piuttosto complessi, di cui è tuttavia possibile isolare i più rilevanti.

Il 31 maggio e l’1 giugno si è tenuta a Milano la Conferenza Nazionale del Csp (Comitato in difesa della Scuola Pubblica) e di fondazione del Csu (Coordinamento Studentesco Universitario) in un clima di entusiasmo andato ben oltre le nostre aspettative. Alla Conferenza hanno partecipato 95 compagni, di cui 26 delegati e 69 invitati, provenienti da Aversa (Ce), Napoli, Avellino, Pisa, Roma, Udine, Trieste, Bologna, Modena, Parma, Reggio Emilia, Crema, Cosenza, Milano, Catania e Viareggio.

Recentemente è stata approvata in via definitiva la riforma Moratti. Si tratta dell’ultimo atto in ordine cronologico di un processo di attacco all’istruzione pubblica che dura da anni. Lo stesso, identico e parallelo processo è stato portato avanti per l’università. La riforma Zecchino approvata nel 2001 dal centro-sinistra  è stata l’apice di 10 anni di attacchi selvaggi al diritto allo studio universitario.

I rapporti che pubblichiamo in questo numero del giornale dimostrano le enormi potenzialità del movimento contro la guerra all’interno di scuole ed università. Il giorno dello scoppio della guerra si sono registrate manifestazioni studentesche di una certa consistenza in quasi tutte le città italiane.

 Lo scoppio della guerra imperialista contro l’Iraq ha risvegliato il clima politico all’Università di Pavia. Già nei giorni precedenti era stato costituito un fronte giovanile per mobilitarsi allo scoppio della guerra, con la partecipazione di Giovani Comunisti, Sinistra Giovanile, Corsari (il collettivo che gestisce il centro sociale Barattolo), Coordinamento per il Diritto allo Studio (Udu), Spimo (collettivo studentesco cittadino) e altri.

Trasformiamo le università in roccaforti contro la guerra

La partecipazione in massa degli studenti universitari alla manifestazione del 15 febbraio a Roma era l’inequivocabile segnale che gli studenti sono disposti a mobilitarsi per fermare la guerra in Iraq e che in questa direzione doveva orientarsi il lavoro politico dei collettivi all’università.
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