Studenti e lavoratori - Una sola lotta una sola piazza - Falcemartello

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L’assemblea del 15 e 16 novembre alla Sapienza di Roma ha chiuso una prima fase del ciclo di lotte studentesche contro i decreti Gelmini-Tremonti.

è necessario farne un bilancio alla luce delle opportunità che la convocazione dello sciopero generale ha dato allo sviluppo delle lotte giovanili.


Cronaca di una divisione annunciata
Diversamente dal passato, la portata storica e di massa di questa mobilitazione ha consegnato a questa assemblea nazionale una partecipazione comunque significativa di attivisti studenteschi a livello nazionale, pur con tutti i limiti presenti nelle modalità di convocazione. Nel primo giorno circa un migliaio di studenti si sono confrontati nei tre gruppi di lavoro: un numero destinato a dimezzarsi nella giornata successiva dedicata all’assemblea plenaria. La direzione disobbediente del movimento studentesco romano, padrone di casa e teorica del concetto di “autoriforma”, ha fatto di tutto perchè al dibattito degli studenti presenti non seguisse una sintesi fedele nei documenti pubblicati e offerti alla stampa. Sebbene giornali di sinistra come Liberazione e Il Manifesto abbiano attinto a piene mani dai resoconti dei tre gruppi di lavoro, la realtà ha visto un dibattito tutt’altro che omogeneo.

Se la direzione disobbediente, romana e milanese per lo più, si è strappata i capelli per parlare e scrivere nel modo più confuso possibile, ben diverso è stato il tenore di studenti che portavano la propria esperienza di lotta dalle rispettive realtà: alle disquisizioni sull’autoriforma si opponevano vere e proprie analisi sulla necessità di avere una piattaforma politica all’altezza di un movimento che non solo ha intenzione di vincere, ma necessita delle energie per durare a lungo. Per quanto nobili possano sembrare le intenzioni di chi scrive: “Autoriformare dal basso per noi vuol dire travolgere questa università, attraversarla con i nostri desideri e le nostre proposte” (dal documento della Sapienza), gran parte degli interventi sollecitavano a entrare nel merito delle leggi che hanno bloccato materialmente l’accesso ai gradi più alti dell’istruzione: l’autonomia scolastica, la Berlinguer-Zecchino etc..., e quale piattaforma contrapporre ad esse.

Così, mentre nei documenti si poteva scrivere in tutta tranquillità in merito allo sciopero generale del 12 dicembre: “Non è tutto merito del movimento, indubbiamente, è senz’altro vero, però, che senza questo movimento tutto ciò non sarebbe stato possibile”, l’assemblea plenaria del 15 novembre sanciva sì la disponibilità a partecipare allo sciopero generale, ma con i propri cortei in nome della “irrappresentabilità” dell’Onda. A tanta generosità cartacea si contrappone spesso la volontà di ritagliarsi una vetrina senza voler realmente unificare le mobilitazioni: su queste basi un settore significativo di studenti non ha condiviso le sintesi proposte dalla presidenza della due giorni romana. Ma di questo, né sulla grande stampa, né su quella amica, non v’è traccia.


Bisogna lottare non autoriformare
La lotta studentesca ha scosso alla base le organizzazioni dei lavoratori: la partecipazione agli scioperi del 30 ottobre e del 14 novembre e l’entusiasmo studentesco hanno impresso una spinta importante per costringere il vertice della Cgil, a convocare uno sciopero generale. Il primo problema di chi si pone alla testa di una mobilitazione, tuttavia, è quello di concepire le adeguate parole d’ordine per per estendere la lotta e garantirle il respiro necessario. Né gli studenti, né i lavoratori possono rimanere per sempre sulle barricate: ci vogliono i metodi giusti e un approccio corretto per imparare dagli errori del passato. Come attivisti del Csp abbiamo sempre ritenuto insufficiente la parola d’ordine dell’autoriforma non solo per la sua pericolosa vicinanza all’autonomia, che tanti danni ha fatto non solo sul profilo economico ma anche didattico, ma anche perchè non coglie l’essenza dei compiti che i collettivi in lotta dovrebbero darsi in questa fase: con l’ingresso nella lotta dei lavoratori, il compito degli studenti è  quello di contribuire ad aprire una discussione dentro e fuori i luoghi di studio su come unificare le mobilitazioni.

Per quanto si possa “autoriformare” l’università o la scuola al chiuso delle stanze di un’auletta occupata, la lotta giovanile necessita ora di nutrirsi del dibattito politico più generale, esattamente come la lotta dei lavoratori avrà bisogno di una spinta per incalzare i dirigenti sindacali a mantenere la rotta di una lotta dura contro il governo.


La matita e la chiave inglese uno stesso pugno una stessa piazza
Si possono spendere fiumi di inchiostro per incensare l’irrappresentabilità del movimento studentesco, ma le lotte che potranno aprirsi dopo lo sciopero generale porranno all’ordine del giorno ben altri problemi: il primo di questi è la necessità di fare chiarezza su chi dovrebbe pagare la crisi economica che i lavoratori stanno già pagando. Come Csp continuiamo a lottare nel movimento studentesco non solo per l’unità nella lotta di studenti e lavoratori, ma anche per aprire una discussione su quale società possa garantire un diritto allo studio per tutti indipendentemente dal proprio reddito e un’istruzione pubblica e di qualità.

La crisi economica significherà ulteriori tagli all’istruzione pubblica e alla ricerca, oltre alla perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro: gli studenti che vogliono lottare fino in fondo meritano ben altro trattamento che vuote analisi sociologiche, soprattutto perchè genitori disoccupati significheranno ancora più selezione di classe nell’istruzione. Per ottenere cambiamenti significativi e duraturi la lotta dei giovani, per quanto generosa, non è sufficiente.

Solo invertendo i rapporti di forza nei luoghi di lavoro, si porranno le condizioni per rivoltare scuole e atenei come un calzino.

è quindi nostra intenzione essere conseguenti allo slogan: “Noi la crisi non la paghiamo” che ha attraversato le scuole e le università: faremo di tutto perchè questa parola d’ordine dilaghi anche in ogni posto di lavoro e cominci a esprimere non più solo il rifiuto a pagare la crisi, ma anche la volontà di farla pagare a baroni e padroni.

17 dicembre 2008