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Apprendere dall’esperienza per preparare le nuove lotte!

Il fattore propulsivo del movimento studentesco nella prima fase della mobilitazione è stato costituito dalla protesta dei ricercatori. Le disposizioni normative del D.d.l. Moratti, delineano un’incisiva precarizzazione delle loro relazioni di lavoro.

Le forme di protesta dei ricercatori si sono concretizzate nella sospensione delle lezioni. La spinta iniziale del movimento dei ricercatori si è in breve tempo incontrata con le assemblee studentesche che emergevano spontaneamente in molte facoltà, particolarmente nelle facoltà di Biologia e Farmacia dove i corsi non attivati erano più numerosi.

Il 15 Ottobre si è arrivati all’assemblea generale dell’università nella quale hanno partecipato circa 700 studenti. Negli interventi degli studenti emergeva una spinta istintiva ed elementare a correlare tutte le questioni parziali circa i problemi dell’università agli aspetti più generali della riforma. Perno del dibattito e di un programma di lotta successivo erano le questioni dell’autonomia universitaria e del farraginoso ordinamento dei corsi di studio, il famigerato 3+2. Il 20 Ottobre una possente manifestazione studentesca di circa 2.000 partecipanti promossa dal neonato collettivo C.S.I.M.U. riempiva l’ateneo dell’Unical, concludendosi con l’occupazione dell’aula Zenith.

Le settimane successive sono state caratterizzate dal convergere di due fenomeni: il mancato generalizzarsi della protesta alle altre università italiane, unito al declino del fermento di dissenso all’interno dell’ateneo calabrese, e dall’assenza di una chiara impostazione programmatica da parte del movimento studentesco.

Cos’è mancato

La caratteristica principale del movimento è stata la sua spontaneità, sia nei suoi aspetti positivi, il modo appassionato di gettarsi nella lotta, e sia nei suoi aspetti negativi, i limiti programmatici nella definizione di un chiaro manifesto di lotta. La mancata elaborazione di una piattaforma rivendicativa ha orientato il modo d’azione del collettivo studentesco verso un disordinato arrancare dietro fatti contingenti e verso un’empirismo politico nella pianificazione delle attività di lavoro.

Un corretto lavoro politico all’interno dell’università esige un orientamento pratico imperniato verso la creazione di una tradizione d’intervento fra gli studenti e verso l’accrescimento delle informazioni sulle questioni fondamentali della riforma con l’obbiettivo di aumentare progressivamente il grado di consapevolezza e di critica degli studenti. In questa fase bisogna lavorare per il rafforzamento di una direzione politica sulla base di assetti programmatici chiari e condivisi. Quando le contraddizioni materiali nella quotidianità di ogni studente assumeranno la forma di una nuova protesta organizzata è essenziale sapere cosa fare.

Un limite politico molto evidente si è manifestato in occasione dello sciopero della scuola pubblica del 15 novembre indetto dai sindacati confederali solo per le scuole superiori. Era necessario avanzare la proposta di estendere lo sciopero a tutte le componenti universitarie (studenti, ricercatori, personale ATA); tale proposta doveva essere impugnata dagli studenti dell’Unical che rappresentavano il punto più alto della protesta universitaria e per il palese motivo che la struttura generale della riforma Moratti tende a scardinare l’intero sistema pubblico d’istruzione.

Una programma di lotta studentesco deve prevedere un orientamento sistematico intorno alla costruzione di una sostanziale unità politica fra studenti e lavoratori. Il movimento studentesco ha ottenuto i maggiori successi quando ha integrato coerentemente la propria lotta con le lotte dei lavoratori.

Nelle assemblee è stata ripresa una frase di Guido Viale “l’università produce idioti specializzati”, completiamo il suo pensiero ricordando che continuava affermando “non può esistere una buona università in una società di merda”. L’odierna protesta è nata dal peggioramento delle condizioni di lavoro dei ricercatori, ma la distruzione sistematica dei diritti dei lavoratori è portata avanti dal governo Berlusconi in ogni settore ed area del mondo del lavoro e come studenti, una volta terminato il corso universitario saremo immessi in segmenti bassi del mercato del lavoro, smantellati di tutte le precedenti tutele. È necessario quindi dotarsi di una serie di proposte programmatiche e di una struttura nazionale di lotta per opporsi efficacemente alla riforma. Come Csu proponiamo questa piattaforma, che a nostro parere non può prescindere dai seguenti punti:

• Ritiro di qualsiasi taglio di spesa all’istruzione pubblica. Raddoppio dei finanziamenti destinati alla scuola e all’università pubblica. Chiediamo che il 7% del Pil venga speso per l’istruzione.

• Gratuità a tutti i livelli d’istruzione. In una società basata su profonde disuguaglianze, l’unica garanzia di accesso reale dei ceti meno abbienti all’istruzione è la sua totale gratuità(dall’iscrizione, ai libri, ai mezzi di trasporto agli alloggi per gli studenti fuori sede)

• Ritiro della riforma Moratti e di tutte le precedenti riforme scolastiche che le hanno spianato la strada, come la riforma Berlinguer e la riforma Zecchino.

• Fuori i privati dall’università. L’autonomia universitaria ha sostituito i fondi che non vengono più dallo stato con l’accrescimento delle tasse d’iscrizione, del costo dei libri, delle mense, del biglietto, del pullman degli affitti, ecc.

• Ritiro del sistema dei crediti che elimina la figura dello studente lavoratore introducendo forme più o meno velate di obbligo di frequenza, producendo inoltre un’insostenibile intensificazione dei ritmi di studio.

• Ritiro del nuovo ordinamento 3+2; la laurea triennale è una laurea di base dequalificata e completamente inutile ai fini lavorativi. Le lauree specialistiche sono invece lauree con numeri chiusi ed estremamente costose.

• No all’intromissione delle aziende nella determinazione della ricerca e dei corsi universitari.

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