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Il Ministro dell’istruzione, Stefania Giannini, ha recentemente dichiarato che ritiene possibile l’abolizione del test di ingresso per chi si vuole iscrivere a Medicina.

L’attuale test di ingresso è uno sbarramento molto selettivo: nel 2014 per più di 64mila richiedenti erano disponibili solo 10.551 posti. L’alto rigore accademico della selezione è presto descritto: 60 domande con risposte a crocette (5 per domanda) divise in logica, cultura generale e discipline di riferimento. Si commenta da sé che uno studente debba essere scelto per nozioni che non c’entrano con quel che deve studiare, o che si suppone debba apprendere proprio nel corso a cui vorrebbe accedere.
Ma oltre ad essere irrazionale da un punto di vista generale, questa selezione è legata alle condizioni economiche degli studenti. È inevitabile che chi ha avuto maggiori possibilità culturali negli anni precedenti (scuole superiori di qualità, contesto culturale familiare, tempo e spazi per studiare, materiali didattici, esperienze formative, eventuali ripetizioni) sarà notevolmente avvantaggiato; ma chi avrà avuto questi benefici? Chi se li sarà potuti permettere.
L’abolizione del test di ingresso è quindi un fatto di per sé positivo, ma l’alternativa proposta non risolve il problema. La Giannini ha lanciato infatti il modello francese, che si struttura con un accesso libero e due livelli di sbarramento, al termine del primo e del secondo semestre. In quel sistema, a superare lo sbarramento è un 15-20% degli studenti, anche perché i posti disponibili sono comunque limitati. La stessa Giannini ha dichiarato che con lo spostamento in avanti di un anno “si dovrà accompagnare una selezione più dura”.
Cambia quindi solo lo strumento, ma il meccanismo resta, e la selezione su base economica permane. Basti pensare, visto che la selezione si basa su risultati e velocità del primo anno, a chi deve lavorare (in modo ultraprecario) per pagarsi gli studi. Per non parlare di chi non ci prova neanche ad accedere perché non potrebbe sostenere i costi in alcun modo. Permettere a tutti una formazione di qualità sarebbe possibile se si annullassero i tagli e si finanziasse adeguatamente l’università. Ma proprio mentre annunciava il cambio sui test, la Giannini diceva che sono in arrivo altri 15 milioni di euro di tagli. La volontà dietro al numero chiuso o programmato è quindi politica: da una parte tagliare la spesa per il diritto allo studio, dall’altra preservare i posti di lavoro privilegiati per i figli di chi è già privilegiato. Medicina è uno di questi casi, visto che anche una volta passato lo sbarramento iniziale si susseguono dighe su dighe, fra cui le scuole di specialità, per poi arrivare alla gestione clientelare degli incarichi di maggior prestigio.
Resta chi dice: “eh, ma ci sono già troppi medici in Italia”. Il dato Ocse dice che l’Italia ne ha in attività 4,1 ogni mille abitanti, un livello fra i primi (e meno male!). Il 43% è però oltre i 55 anni, quindi si prepara una crisi, come è accaduto da qualche anno in Gran Bretagna dove infatti oggi si importano medici e specializzandi dagli altri paesi. Ma soprattutto, chi decide di quanti medici c’è bisogno? Certo se lo decide chi sta massacrando il servizio sanitario nazionale ci dirà che ce ne sono già troppi. Basti guardare al caso della Grecia, dove con l’applicazione delle politiche di austerità l’aspettativa di vita, anche per il collasso del sistema sanitario, è scesa di 7-8 anni. Oppure se lo decide chi deve tenere le prestazioni mediche una merce rara con liste di attesa di mesi e mesi in modo da poter costringere (chi può) a spendere centinaia o migliaia di euro per una prestazione privata, ancora una volta ci dirà che ci sono troppi medici.
Contro i numeri chiusi e programmati, si potenzi piuttosto l’università, la ricerca e il sistema sanitario e li si metta sotto il controllo di chi ci studia, di chi ci lavora, e di tutte quelle persone che di più medici e personale sanitario (in un sistema pubblico e gratuito) hanno bisogno eccome.

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