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"Tremate, oligarchi, tremate". Hugo Chavez Frias, Presidente del Venezuela.

"Si vuole cambiare l’ordinamento giuridico del paese, passando da un’economia di mercato a un sistema statalista, centralista, socialista." Pedro Carmona, Presidente di Federcamaras. (Clarin, 11/12/2001)

Il Venezuela è attraversato da uno scontro senza precedenti tra il Presidente Hugo Chavez e i principali gruppi finanziari e industriali. Grazie ai poteri speciali che il Parlamento, dove il suo "Movimento V Repubblica" ha la maggioranza assoluta, gli ha conferito, Chavez ha promulgato 49 decreti-legge. Venti di essi secondo la principale organizzazione padronale sono "un vero e proprio attacco alla proprietà privata".

La legge sugli idrocarburi stabilisce che lo Stato dovrà avere la maggioranza in ogni nuova impresa petrolifera e raddoppia le imposte alle compagnie private. La legge sulla terra concede allo stato la facoltà di ridistribuire le terre di cui i privati non siano in grado di dimostrare la proprietà. “La fine dello scandalo per cui l’1% dei latifondisti possiede il 60% delle terre arabili” secondo le parole dello stesso Chavez. Il decreto sulla Pesca protegge i piccoli pescatori a scapito delle grandi imprese oltre a favorire l’equilibrio della vita marina, ampliando la zona di protezione costiera.

Non c’è da stupirsi della reazione del padronato…

Promesse disattese

Insomma l’ex colonnello dei paracadutisti sembra deciso di attaccare decisamente gli interessi dei capitalisti, venezuelani e stranieri. Questo dopo tre anni in cui il suo governo aveva disatteso le promesse e le speranze che lo avevano portato trionfalmente al potere.

Le ragioni della vittoria del Movimento V Repubblica consistevano nella pressione delle masse, artefici di due insurrezioni, nel 1989 e nel ’92 e nella disintegrazione di tutti i partiti tradizionali sotto la scure della devastazione economica in un paese che grazie alle enormi ricchezze petrolifere, potrebbe essere uno dei più ricchi del mondo.

Al momento dell’insediamento, il programma di Chavez era alquanto confuso. Si inneggiava e si inneggia ancora alla “rivoluzione bolivariana” (da Bolivar, eroe dell’indipendenza del Sudamerica) e contro il neoliberismo. Ma nei primi anni nulla si era fatto per lenire le sofferenze dell’80% della popolazione che vive sotto la soglia della povertà. Anzi la disoccupazione è aumentata, raggiungendo il 23% ufficiale. Mezzo milione di dipendenti pubblici sono stati licenziati. Sono state privatizzate alcune imprese, tra cui tutto il settore dell’alluminio.

La politica condotta nel settore petrolifero è sintomatica di come non possa esistere una terza via tra il capitalismo e il socialismo. Il governo di Caracas è stato tra i fautori all’interno dell’Opec dell’aumento del prezzo del greggio. Per arrivare a ciò l’azienda petrolifera statale (PDVSA) ha diminuito la produzione, e la conseguenza è stata il licenziamento di 8000 lavoratori.

Per tutto il 2000 e i primi sei mesi di quest’anno i consensi al “nuovo Bolivar” erano in costante diminuzione. La sua rielezione a presidente nel luglio 2000 è avvenuta col 59% dei voti, più del 20% in meno rispetto al ’98, col 40% di astenuti. Tutti i sondaggi davano Chavez in calo di popolarità. Allo stesso tempo la borghesia venezuelana non si fidava affatto di lui, e affrontava la crisi economica trasferendo i propri profitti all’estero. Secondo il Financial Times (24/07/01) nel 2000 la fuga di capitali ammontava a 7200 milioni di dollari, equivalente al 30% degli introiti delle esportazioni del paese. L’ennesima conferma di come la borghesia, nel periodo attuale del capitalismo non possa tollerare governanti che portino avanti una politica anche in misura minima indipendente.

Serrata

Stretto tra il boicottaggio cosciente dei padroni, la crisi economica e la pressione dei lavoratori e dei contadini, Chavez ha operato una decisa sterzata a sinistra. Quest’estate ha lanciato i “circoli bolivariani”, sulla falsariga dei comitati di difesa della rivoluzione cubani, invitando la popolazione a “organizzarsi in ogni quartiere, luogo di lavoro o di studio, a difesa della rivoluzione”. (Il Manifesto, 20/06/2001). Allo stesso tempo ha stretto l’amicizia con Fidel Castro e il Venezuela è diventato il principale partner commerciale dell’Avana. Ha criticato l’Alca, l’accordo di libero commercio delle Americhe, con cui gli Usa affermano il loro dominio sul continente, e l’intervento militare in Afghanistan. Queste ultime dichiarazioni è stato poi costretto in parte a smentirle, visti i legami commerciali con Washington, a cui vanno l’80% delle esportazioni del Venezuela.

Con i 49 decreti lo scontro con la borghesia indigena e nordamericana ha però compiuto un salto di qualità. La Federcamaras, organismo paragonabile alla nostra Confindustria, ha convocato una serrata per lo scorso 10 dicembre, a cui ha aderito anche la vecchia centrale sindacale (CTV), storicamente legata alla socialdemocrazia. I dati sull’adesione allo sciopero-serrata sono trionfalistici, l’80%. Ci chiediamo però come sia possibile valutare l’effettiva partecipazione dei lavoratori allo sciopero, data la chiusura preventiva delle fabbriche e degli uffici da parte del padronato. Federcamaras e CTV non hanno organizzato alcuna manifestazione di piazza, mentre nel settore petrolifero, asse portante dell’economia, lo sciopero è stato un fallimento.

Chavez ha rilanciato con un “contrattacco rivoluzionario” approvando in una manifestazione pubblica alla presenza di Fidel la legge sulla pesca. “Mai mi siederò a un tavolo di trattativa con chi ha tradito mille volte il popolo.”Pagina12, 12/12/01) ha proclamato, intenzionato ad andare fino in fondo. “Queste sono leggi liberatrici che rompono le catene che hanno oppresso il popolo per molto tempo. È arrivata l’ora della verità, il momento di cambiare a fondo.” (ibid.)

Lo scenario apertosi può far ricordare il Cile di Allende. La tragica fine del governo di Unidad Popular sembra un’esperienza da cui l’ex Colonnello abbia tratto qualche lezione. “A differenza della rivoluzione disarmata di Allende, questa è una rivoluzione pacifica, ma armata. Quando dico armata, significa che abbiamo fucili, lanciarazzi, carri armati, aerei e migliaia di soldati armati, e siamo armati col volere del popolo” (Reuters, 28/11/2001)

Venezuela come il Cile?

Non sappiamo quali delle classi uscirà vincitrice dalla lotta in atto, ma riteniamo che il programma di Chavez non sia il più adatto per sconfiggere la borghesia. Sul piano economico l’ambiguità regna ancora sovrana. Secondo Ruben Dario Molina, della Forza Bolivariana dei Lavoratori, nuovo sindacato che appoggia il governo, la priorità è “sviluppare un’economia produttiva, democratizzando la distribuzione della ricchezza.” (Liberazione, 08/12/2001)

Le nuove leggi hanno indubbiamente un contenuto progressista e devono essere appoggiate, ma per rilanciare l’economia e neutralizzare la reazione borghese serve ben altro. La nazionalizzazione delle grandi industrie, degli istituti finanziari e dei grandi mezzi d’informazione lascerebbe impotenti i signori della Federcamaras. Di pari passo bisogna che entrino in scena, come protagonisti, gli attori che fino ad oggi sono stati semplici comparse nel progetto di Chavez: i lavoratori. La classe operaia dovrebbe esercitare il controllo delle industrie nazionalizzate ed essere il primo difensore della rivoluzione dagli inevitabili attacchi dell’imperialismo americano. Un popolo in armi, non soldati armati dal volere del popolo!

Al massimo invece Chavez fa giocare alle masse il ruolo di truppe di manovra senza alcun ruolo indipendente. I “comitati bolivariani” di recente creazione servono ad appoggiare passivamente i proclami e le gesta del leader, senza nessun potere propositivo né tantomeno decisionale. In questo Chavez assomiglia più a Peron che a un leader sinceramente rivoluzionario. Il modo con cui ha affrontato la questione del sindacato, sostituendo la vecchia CTV con un nuovo sindacato di sua creazione attraverso un… referendum popolare (peraltro poco partecipato), evidenzia ancor di più il carattere bonapartista e dirigista del regime. Nessun appello ai lavoratori perché si liberassero dei propri dirigenti corrotti e rinnovassero loro stessi le strutture sindacali.

Quanto Hugo Chavez si potrà spingere nella messa in discussione del capitalismo dipende da una serie di fattori, tra cui le proprie intenzioni non sono quelli più determinanti. L’andamento dell’economia mondiale, con la prospettiva della bancarotta finanziaria argentina sempre più reale costituisce un elemento importante per le prospettive. Ma ancora di più lo sarà l’irruzione della lotta classe in Venezuela e nel resto dell’America Latina.

Le masse venezuelane devono imparare fino in fondo dall’esperienza del Cile. Saper contare solo sulle proprie forze, quelle del proletariato e dei contadini poveri, senza alcuna illusione in “caudillos” progressisti, in borghesie “antimperialiste” o in eserciti “democratici”. Così non dubitiamo che saranno in grado di respingere la reazione e costruire un mondo nuovo, socialista.

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