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 Sempre a difesa del profitto e dello sfruttamento

Mai, come attivisti impegnati nella costruzione di solidarietà politica con il processo rivoluzionario venezuelano, abbiamo avuto al nostro fianco il Partito Democratico e le sue emanazioni. Anzi, a dirla tutta, spesso anche la parte più moderata della sinistra e del sindacato si è mostrata piuttosto freddina su questo tema se non addirittura apertamente ostile.

Grande quindi è stato il nostro stupore nel ricevere la notizia che alcuni parlamentari del PD hanno presentato, il 26 maggio scorso, una interpellanza urgente di solidarietà col Venezuela. Ad una lettura più approfondita, tuttavia, l’equivoco si è chiarito: la mozione sottoscritta dalla capogruppo democratica, Anna Finocchiaro, è una mozione di solidarietà con gli imprenditori d’origine italiana vittime degli espropri del governo Chávez –  non certo con i milioni di lavoratori e contadini di quel Paese che nell’ultimo decennio sono impegnati in un corpo a corpo durissimo con l’oligarchia venezuelana e con il prepotente imperialismo statunitense.

Il PD non si è mai occupato dei drammi sociali dell’America Latina, della guerra sporca della CIA in Colombia, dei brogli elettorali in Messico o dei continui tentativi eversivi in Bolivia e nello stesso Venezuela. Vediamo dunque qual è la questione che ha invece immediatamente fatto drizzare le antenne del Partito Democratico.

Cosa prevede la legge contestata dal PD?

Il primo firmatario dell’interpellanza è un certo Claudio Micheloni, senatore per gli italiani all’estero della circoscrizione Europa. Costui informa il governo Berlusconi che il 7 maggio scorso sono state espropriate 76 imprese che lavoravano nel settore degli idrocarburi, “molte” delle quali “di proprietà di italo-venezuelani”.

Come è noto, il petrolio è la ricchezza principale di questo Paese che per decenni ha avuto una popolazione con moltissimi poveri nonostante abbia una delle maggiori riserve energetiche del pianeta: lo sfruttamento di questa ricchezza nazionale ad opera di capitalisti locali, multinazionali stranieri e burocrati statali asserviti agli interessi privati è la causa principale dietro questa contraddizione. L’unica soluzione, per evitare l’impoverimento delle masse venezuelane mentre si arricchiscono oligarchi e grandi compagnie petrolifere private, è nazionalizzare tutte le attività economiche legate al settore energetico e portarle sotto il controllo democratico dei lavoratori, insieme alla nazionalizzazione sotto controllo operaio delle principali fabbriche e aziende di servizi, all’esproprio e alla centralizzazione del sistema bancario e del sistema dei trasporti e della distribuzione commerciale.

Gli espropri ufficializzati il 7 maggio sono quelli previsti dalla “Legge Organica che riserva allo Stato i Beni e i Servizi Connessi alle Attività Primarie degli Idrocarburi”. Questa legge in sostanza cancella anni e anni di privatizzazione strisciante del settore petrolifero messa in atto dai governi pre-Chávez attraverso l’outsourcing, ossia l’assegnazione di parti del ciclo produttivo ad imprese private esterne. Sappiamo benissimo come anche in Italia l’outsourcing sia stato utilizzato per aumentare i profitti e peggiorare i ritmi e le condizioni di lavoro. Spesso d’altronde queste pratiche di sapore liberista sono state attuate proprio i governi e gli enti locali guidati da quelle forze politiche che sono entrate a far parte del PD.

Questa Legge permetterà un risparmio previsto di 700 milioni di dollari annui per le casse dello Stato venezuelano e al tempo stesso garantirà ai lavoratori di queste aziende le condizioni salariali e di copertura previdenziale molto migliori previste per i dipendenti dell’azienda petrolifera statale PDVSA, di cui entreranno a far parte. Se una misura del genere venisse applicata in Italia, centinaia di migliaia di lavoratori farebbero i salti di gioia!

Gli espropri mandano in rovina i piccoli imprenditori italovenezuelani?

L’ipocrisia dei firmatari dell’interpellanza del PD (oltre ai già citati Finocchiaro e Micheloni anche i senatori Randazzo, Morri, Zanda, Bertuzzi, Pegorer e Cabras) è sconfinata. Per giustificare la loro difesa dei capitalisti italovenezuelani (la comunità italiana in Venezuela annovera al suo interno famiglie molto benestanti, che costituiscono parte integrante della classe dominante locale), questi zelanti difensori della proprietà privata cercano di dipingere il ruolo di questi profittatori in modo veramente lirico: “i nostri connazionali hanno dedicato una vita a queste attività”, “superando crisi e momenti difficili anche a costo di grandi sacrifici” ma per colpa di Chávez “da un giorno all’altro hanno perso tutto”. In realtà gli espropri prevedono un indennizzo per i proprietari, anche se questo indennizzo è stabilito dalla Legge in termini piuttosto restrittivi – e giustamente (l’art. 6 stabilisce che “in nessun caso si terranno in conto né il mancato lucro né i danni indiretti”). Difficilmente i nostri poveri connazionali si troveranno a chiedere l’elemosina al bordo di una strada, tanto più considerando la continua fuga di capitali negli scorsi anni determinata dai privilegiati che hanno messo al sicuro le proprie fortune, attività criminale in cui la furba imprenditoria italovenezuelana ha primeggiato.

Chi conosce la vera situazione non può che sorridere di fronte alle lacrime da coccodrillo del Sig. Vito Tridente Sgherza, che ha scritto alla stampa locale del suo paese di origine, Molfetta (BA), dipingendo la sua condizione in questi termini:

La mia azienda è stata fondata nel 1964 ed è costata sudore, lacrime e sangue. Adesso è stata espropriata. Ogni giorno che passa il governo diventa più comunista. Il presidente nei suoi discorsi dice che il capitalista è un animale che deve scomparire dalla terra. […] Siamo in presenza di una dittatura con una facciata di democrazia. Ritornando alle nostre aziende, dopo un discorso del presidente, si è promulgata una legge per l'espropriazione delle ditte legate al settore petrolifero. […] L'8 Maggio sono entrati nelle nostre aziende e, possiamo dirlo, col fucile in mano ci hanno fatto abbandonare le nostre proprietà, dove non possiamo più entrare.
La nostra preoccupazione è che non pagheranno il giusto prezzo per le nostre ditte
[…]”

I capitalisti credono di essere sempre gli unici a conoscere il “giusto prezzo” delle cose…

Il PD parla di “una fitta rete di piccole e medie imprese” ma i lavoratori impiegati da queste 76 imprese sono circa 8mila; stiamo dunque parlando di imprese che non sono certo a conduzione familiare! Per dare un’idea delle dimensioni reali delle attività economiche coinvolte da questa iniziativa del governo bolivariano, gli asset espropriabili includono le imbarcazioni e le strutture usate nel lago di Maracaibo tra cui troviamo 300 lance, 30 rimorchiatori, 30 chiatte, 39 moli e terminal lacustri ecc. Non si tratta dunque di un accanimento contro la piccola imprenditoria, quanto di una necessaria opera di recupero di ingenti forze produttive in un settore strategico.

Un attacco bipartisan contro la rivoluzione bolivariana

L’interpellanza si rivolge al governo Berlusconi chiedendo di intervenire contro il governo venezuelano in difesa della proprietà privata. Intervenire contro quel governo vuol dire una cosa sola: sostenere manovre golpiste come quella che quasi precipitò il Paese in una dittatura filo-USA nell’aprile 2002.

La destra risponde volentieri e positivamente alle sollecitazioni, visto che alla Camera una mozione del tutto analoga è stata presentata dall’on. Marco Zacchera, ex camerata di Alleanza Nazionale e ora esponente del Popolo delle Libertà. Ancora una volta, i due partiti gemelli PD e PdL vanno a braccetto a difesa dei padroni, in Italia come su scala internazionale. Contro gli uni e gli altri, noi stiamo dalla parte della rivoluzione venezuelana e ci schieriamo a difesa di ogni passo fatto verso il socialismo in tutta l’America Latina e nel mondo!

Visita il sito del comitato Giù le mani dal Venezuela


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