Venezuela - Alan Woods: “Dobbiamo fare una rivoluzione nella rivoluzione” - Falcemartello

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Ultimas Noticias, quotidiano venezuelano a grande tiratura, ha formulato una serie di domande ad Alan Woods, direttore del sito www.marxist.com,  su alcune questioni centrali della Rivoluzione Venezuelana e sui pericoli che possono derivare da una situazione in cui manca l’iniziativa per far avanzare la rivoluzione e portarla fino in fondo con l’espropriazione dei settori chiave dell’economia.

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Alan Woods rappresenta l’ala intransigente della rivoluzione. Non si tratta di costruire nuove strutture su vecchie basi, come propongono gli ideologi riformisti. Per Woods, la rivoluzione ha bisogno di una nuova base, che sia una rottura netta con la vecchia oligarchia. Visitatore abituale del Venezuela fin da quando Hugo Chavez andò al potere, Woods ha parlato con Ultimas Noticias della situazione attuale del processo Bolivariano.

 

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 l'intervista sul quotidiano venezuelano

Come valuti un processo rivoluzionario che non ha toccato il settore finanziario, vero e proprio asse portante del capitalismo?

Questo è il problema centrale.

Abbiamo iniziato una rivoluzione, e molto è stato fatto, ma non abbiamo nessun diritto di dire che la rivoluzione è stata completata. Io penso che non lo sarà finché non completeremo l’espropriazione, non dico di tutto, ma almeno della terra, del settore finanziario e delle industrie strategiche.

Si parla molto di socialismo, ma se il potere economico rimane nelle mani della solita oligarchia nazionale, la rivoluzione non è possibile. Da qui il titolo del mio libro: Riformismo o Rivoluzione, Marxismo e Socialismo del 21° Secolo - una risposta a Heinz Dietrich.

Stiamo vivendo una riforma o una rivoluzione?

Stiamo vivendo una rivoluzione, che però non è stata portata alle sue conclusioni finali e questo è pericoloso, perché tutte le esperienze storiche dimostrano che è impossibile fare una rivoluzione a metà.

Quali sono i pericoli che ci troviamo di fronte?

Un certo numero di nazionalizzazioni sono state portate a termine, ma non abbiamo ancora toccato il fulcro del potere: il settore finanziario. Quindi, se da un lato non abbiamo  un economia pianificata di tipo socialista, dall’altro non permettiamo al sistema capitalista di funzionare secondo le sue leggi naturali, e questo alla fine della fiera porta al caos, al peggio di entrambi i mondi. Se gli investimenti sono in mani private, è chiaro che i padroni investiranno esclusivamente per il proprio profitto. Non puoi pianificare ciò che non controlli. Queste decisioni, così importanti per il Venezuela, non sono nelle mani dei Venezuelani.

E in che mani sono?

Sono nelle mani di chi le ha sempre gestite, un pugno di ricchi che continua a controllare settori chiave e parti fondamentali dell’economia, in particolare il settore finanziario. Finché questo problema centrale non sarà risolto, la rivoluzione sarà in pericolo.

Secondo questa prospettiva, le banche dovrebbero essere nazionalizzate….

Certo, questo è il punto numero uno. Senza nazionalizzare le banche è impossibile prendere le decisioni necessarie a controllare gli investimenti e il settore produttivo.

Per 11 anni, il popolo Venezuelano ha dimostrato grande lealtà verso il presidente Chàvez.  Ha salvato la rivoluzione nel 2002, durante il colpo di stato e poi durante il referendum.  Ma anche la pazienza del popolo ha un limite. Quando un contadino, un lavoratore, vede che i suoi problemi fondamentali non sono risolti, allora assistiamo ad un processo di disillusione, di stanchezza, e, spiace dirlo, ma c’è qualcosa di molto preoccupante in questo. La minaccia della contro-rivoluzione non è scomparsa, è ancora presente. Fino ad ora le masse hanno sempre votato per Chàvez, ma ci sono seri problemi che derivano da un certo peggioramento delle condizioni, con le riforme indebolite dalla crisi economica, e ci sono anche casi crescenti di corruzione, burocrazia, carrierismo.

In queste condizioni,  il pericolo è che la destra tenti una offensiva concreta. Questo credo che rappresenti una minaccia più seria della Colombia.

Il pericolo peggiore che io vedo non è esterno, ma interno.

Non pensi che a questo punto il governo sia diventato contro-rivoluzionario?

No. Non direi, ma è un governo che non sta facendo quello che dovrebbe. Ci sono vacillazioni, indecisione permanente, confusione. C’è inoltre un serio problema rispetto  alla burocrazia.

Io penso che il Presidente Chàvez sia davvero un uomo coraggioso e sincero, ma un uomo da solo non può fare una rivoluzione.

Chàvez è solo?

Si, credo di si, sotto di lui c’è uno strato compatto di burocrati che non condivide le sue idee. La burocrazia è contro-rivoluzionaria, riflette le idee della borghesia all’interno del movimento Bolivariano. Senza il controllo da parte della base il problema della burocrazia non può essere risolto.

Si può essere d’accordo a fare i sacrifici, ma devono esssere per tutti: in questo momento sembra che sia solo il popolo a fare sacrifici….

E’ vero, ha individuato i due problemi principali di questa rivoluzione

E’ per questa ragione che dobbiamo essere critici, la critica è davvero necessaria. Io non sto criticando la rivoluzione Bolivariana, e neanche il presidente Chàvez, ma queste deformazioni della rivoluzione che di fatto esistono.

Non pensa però che per quanto sia importante criticare, ci debba essere anche disponibilità da parte del governo ad ascoltare queste critiche?

Alcuni ascoltano, ma c’è un settore che non è interessato per nulla a queste critiche….

E il presidente Chàvez è uno di questi che non sono interessati?

Io penso che il presidente Chàvez sia consapevole di questi problemi. Ma come può un uomo combattere da solo contro tutto questo? È necessaria una rivoluzione nella rivoluzione.

Pubblicato sul quotidiano Ultimas Noticias, Caracas, Martedì 17 Novembre 2009