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La vittoria di Chavez in Venezuela ha scatenato l'isteria dei commentatori dei quotidiani e dei rotocalchi televisivi della borghesia. Su Repubblica e il Corriere non si capacitano come questo "dittatore" abbia potuto vincere quattordici consultazioni elettorali di fila dal 1998 ad oggi. Quello che non possono perdonare a Chavez in realtà è che abbia sfidato apertamente l'imperialismo e che parli pubblicamente di socialismo.

 

In tal modo, risveglia la speranza che possa esistere un mondo migliore ini milioni di lavoratori e di giovani. Pubblichiamo un'analisi di Jorge Martin, della Tendenza marxista internazionale

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Hugo Chavez ha vinto le elezioni presidenziali in Venezuela con il 54.84% di voti contro il  44.55% del suo avversario, Henrique Capriles. Un altra vittoria per la Rivoluzione bolivariana che deve essere usata per portare la rivoluzione fino in fondo.

Con oltre il 95% dei voti scrutinati, Chavez ha ricevuto 7.860.982 voti mentre il candidato dell’oligarchia e dell’imperialismo ne ha ottenuti solo 6.386.155. L’affluenza è stata dell’81%, straordinaria, un dato che ha battuto anche il record precedente delle presidenziali del 2006, quando fu del 74% Una percentuale che ha dimostrato anche la natura estremamente polarizzata della campagna elettorale, dove entrambe le fazioni hanno mobilitato tutti i propri sostenitori.

Una delle principali caratteristiche di queste elezioni è stato precisamente il livello altissimo di affluenza alle urne. Il fonte bolivariano ha rivolto un appello alla popolazione a recarsi alle urne nelle primissime ore di apertura dei seggi,  così da ragguiungere un risultato che non desse alcun adito a dubbi e impedisse ogni tentativo dell’opposizione di gridare alla frode elettorale.

Un compagno venezuelano ci ha raccontato come in diversi avessero già cominciato a stazionare davanti ai seggi la notte prima. Alle tre di notte la sveglia chavista è partita in tutti i quartieri operai e poveri di Caracas e delle altre città del paese e alle sei di mattina si erano già formate lunghe code di gente pronta a votare, code che si sono prolungate durante tutto il giorno ed anche dopo la chiusura delle urne, alle sera.  La legge venezuelana dice che fino a che c’è gente in fila davanti ai seggi che vuole votare, questi ultimi devono rimanere aperti. Ed è stato così anche ieri: alcuni seggi sono infatti rimasti aperti fino alle 20,30.

É stato allora che fra le fila dell’opposizione è cresciuto il nervosismo. Capriles ha chiesto che le urne chiudessero alle 18.01, e la ragione era chiara: mentre nelle zone benestanti di Caracas i seggi erano deserti nei quartieri popolari c’erano ancora lunghe file.

L’affluenza nei quartieri popolari dove Chavez ha ottenuto i maggiori consensi è stata tra il 3 e il 5% più alta delle zone più ricche dove si è imposto Capriles.

Anche prima della chiusura dei seggi l’opposizione si stava preparando al gioco sporco. Alcuni “exitpolls” venivano fatti circolare  deliberatamente, nei quali Capriles era accreditato di un vantaggio consistente sui Chavez, in alcuni casi di addirittura dieci punti. Il senso di questa operazione era far apparire Capriles come il vincitore, e così mettere in dubbio ogni risultato ufficiale che indicasse la riconferma di Chavez. È stata questa l’operazione del quotidiano di destra spagnolo Abc che sul suo sito web riportava il titolo “Il primo sondaggio consegna la vittoria a Capriles”.

Era il proseguimento di una campagna propagandistica durata tutti questi mesi che abbiamo già analizzato altrove. Il  giorno stesso delle elezioni il quotidiano “progressista” spagnolo El Pais intitolava un suo editoriale  “Molto più di un voto, i venezuelani alla scelta di due modelli sociali in antagonismo.”

Passava poi a descrivere le elezioni come un plebiscito tra “la continuazione del regime autocratico del presidente… un modello di governo basato sul carisma personale e sulla perversione della democrazia” . Nella edizione del lunedì (andata in stampa prima che fossero noti i risultati), continuava con lo stesso rirornello “Due progetti politici opposti si confrontano: l’egemonia del caudillismo populista e il recupero della democrazia liberale. I sondaggi più affidabili prevedono un pareggio tecnico.”

Le elezioni presidenziali venezuelane sono state indubbiamente anche un momento di scelta fra due modelli. Nonostante la campagna di Chavez fosse iniziata in maniera molto moderata con slogan come “Chavez è il cuore del Venezuela” è poi proseguita su toni più radicali ed ha assunto un chiaro contenuto di classe. In queste ultime settimane Chavez ha concentrato i suoi comizi elettorali sulla critica ad un documento scritto da alcuni consiglieri economici di  Capriles che svelava i suoi veri piani. Se avesse vinto, la destra avrebbe portato avanti un pacchetto di durissime misure di austerià, compresi tagli allo stato sociale e attacchi alle pensioni e ai diritti dei lavoratori.

Chavez ha avvertito in maniera corretta che se questi piani fossero stati messi in pratica avrebbero condotto alla guerra civile (come successe nel 1989 con Carlos Andres Perez quando cercò di imporre un piano di tagli suggerito dal Fmi). Nel suo comizio di chiusura, che ha radunato oltre due milioni di persone, ha spiegato che “è stato nelle strade di Caracas che la rivoluzione è iniziata nel 1989 ed ora ha raggiunto le piazze della Grecia, della Spagna, del Portogallo e del resto del mondo”.

I mass media hanno travisato ad arte queste dichiarazioni e hanno riportato che Chavez minacciava una guerra civile se avesse perso le elezioni. Ma le masse hanno capito molto bene quello che c’era in gioco. La recente ondata di proteste in Grecia e in Portogallo, ma soprattutto in Spagna, ha giocato un ruolo importante nella mobilitazione dei lavoratori e delle masse rurali in Venezuela. Sapevano che, aldilà della retorica sul candidato “giovane e di centrosinistra”, Capriles avrebbe condotto gli stessi attacchi brutali di Rajoy in Spagna. L’effetto è stato molto maggiore perchè in Venezuela ci sono state conquiste reali della rivoluzione che hanno accresciuto il tenore di vita della maggioranza della popolazione e il suo accesso alla sanità, all’istruzione, e recentemente anche all’edilizia popolare.

Il fatto che Capriles abbia dovuto nascondere il suo vero programma e si sia presentato come un socialdemocratico alla Lula, è un indicazione di quanto a sinistra si sia spinta l’opinione pubblica venezuelana negli scorsi 14 anni. La sua unica possibilità era tentare di ingannare la gente e farle credere che fosse un sostenitore dei programmi sociali della rivoluzione. Ma la gente non si è lasciata ingannare.

Nonostante tutte le critiche, presenti all’interno della base del movimento bolivariano, contro la burocrazia e il carrierismo dilagante nelle alte sfere delle istituzioni governative le masse si sono mobilitate ancora una volta contro la minaccia che la controrivoluzione potesse prevalere.

Chavez ha vinto in 21 dei 23 stati del paese secondo le cifre del Commissione elettorale nazionale. C’è un dubbio su chi abbia vinto nello stato di Miranda, dove Capriles è governatore. Le ultime cifre ufficiali, con il 98,3% dei voti scrutinati, danno a Chavez un vantaggio minimo di 743 voti su 1,5 milioni espressi, che in percentuale porterebbe Chavez al 49,76% e Capriles al 49,71%.  Se questi risultati fossero confermati, ciò significherebbe che la rivoluzione bolivariana potrebbe riconquistare stati importanti come Zulia, Carabobo e Anzoategui, che aveva perso alle scorse elezioni politiche. L’opposizione sarebbe riuscita a mantenere una maggioranza solo nei due stati andini di Tachira e Merida.

Chavez ha ricevuto mezzo milione di voti in più di quelli che ha preso nel 2006 e circa un milione e mezzo di voti in più rispetto a quelli che il Psuv ottenne alle elezioni per l’Assemblea nazionale del 2010. Tuttavia è da notare come anche l’opposizione abbia preso due milioni di voti in più rispetto al 2006

Quando il risultato è stato annunciato ufficialmente dal Cne, c’erano varie ipotesi su quello che avrebbe fatto l’opposizione. Tutti sapevano che aveva pronto un “piano B”. Se lo scarto fosse stato molto ridotto avrebbero gridato ai brogli e seminato confusione, scendendo in piazza e creando caos e violenza, per dare l’impressione che Chavez avesse vinto usando mezzi scorretti.

Le masse bolivariane erano già pronte nelle piazze e nei quartieri popolari a rispondere alle eventuali provocazioni. Ma le dimensioni della sconfitta sono state tali che all’opposizione non rimaneva altro che riconoscere la sconfitta. Tuttavia il riconoscimento del risultato non rappresenta affatto una dimostrazione di sincerità democratica da parte di Capriles: al contrario quest’ultimo ha compreso che lanciarsi nella contestazione del risultato avrebbe avuto l’effetto opposto, avrebbe radicalizzato la rivoluzione mettendo in un pericolo mortale il potere e i privilegi della classe dominante.

I settori più intelligenti della classe dominante hanno capito che ora non possono vincere contro Chavez. Vogliono capitalizzare questi sei milioni di voti (il loro miglior risultato di sempre) e giocare una partita di lunga durata, sperando che la malattia di Chavez gli impedisca di concludere  il suo mandato.

Il loro obiettivo è vincere le elezioni regionali di dicembre, dove sanno che nessun dirigente del movimento bolivariano possiede la stessa popolarità e autorità di Chavez fra le masse. Non sarà così facile infatti ottenere lo stesso livello di affluenza alle urne avute in queste elezioni per dei personaggi che sono considerati, e molto spesso a ragione, corrotti e carrieristi

Quella di domenica scorsa è una vittoria straordinaria che rivela l’istinto di classe e il livello politico molto alto delle masse venezuelane. La vittoria stessa riempie queste stesse masse di entusiasmo; ancora una volta hanno sconfitto l’oligarchia reazionaria. Allo stesso tempo i riformisti e la burocrazia all’interno dello schieramento bolivariano cercheranno di spiegare come il “paese sia diviso a metà” e che quindi il Presidente “deve governare per tutti i venezuelani” e proveranno a tramutare una vittoria in una sconfitta.

Le masse hanno  votato come nel 2006 in modo chiaro per il socialismo. Nei fatti uno degli assi fondamentali del programma di Chavez è precisamente l’idea che la rivoluzione debba essere completata. Nella suo comizio immediatamente successivo alla vittoria, dal balcone del Palazzo presidenziale di Miraflores, Chavez ha affermato chiaramente  “Il Venezuela continuerà la sua marcia verso il socialismo democratico del 21° secolo”

Esiste un sentimento di grande indsoddisfazione nei confronti della burocrazia e dei riformisti che è stato tenuto sotto  controllo durante la campagna elettorale e che ora ceramente ritornerà a far sentire la propria voce. Questa corrente è rappresentata da movimenti come il Movimento nazionale per il controllo operaio e i consigli operai, la Corrente Bolívar Zamora (collegata al Fronte nazionale contadino Ezequiel Zamora), il Plan Guayana Socialista, e altri

Per ora il pericolo principale è stato allontanato per mezzo del voto delle masse, ma una rivoluzione non può rimanere a metà strada all’infinito. Chavez ha sottratto spazio all’agibilità e ai diritti della proprietà privata, ma l’economia venezuelana e l’apparato statale rimangono fondamentalmente capitalisti e sono ancora dominate dalle cento famiglie dell’oligarchia, collegate in maniera inestricabile all’imperialismo straniero.

L’unico modo per garantire alle conquiste della rivoluzione una base solida è di espropriare le leve chiave dell’economia sotto il controllo operaio, così da utilizzare tutte le enormi risorse del paese e soddisfare i bisogni della maggioranza sulla base di un piano democratico di produzione. Una misura del genere porterebbe all’abolizione del capitalismo e si dovrebbe immediatamente scontrare con la furia della classe dominante a Caracas, a Washington e a Madrid. Allo stesso tempo potrebbe contare sulla simpatia di milioni di lavoratori e contadini che stanno soffrendo le conseguenze della crisi del capitalismo in America latina e in Europa.

I mass media capitalisti hanno ragione su un fatto: che in Venezuela è in atto una lotta fra due sistemi sociali opposti. Da una parte il capitalismo, che ha dimostrato la sua bancarotta agli occhi di milioni di persone,  e dall’altra il socialismo che significa la proprietà collettiva dei mezzi di produzione e la pianificazione democratica.

 

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