Venezuela: grande vittoria per la rivoluzione - Falcemartello

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Ora bisogna passare ai fatti!
 
Nuova vittoria per la rivoluzione venezuelana. Con il 54, 36% le masse hanno detto “sì” all’emendamento costituzionale che permette di rendere rieleggibili le principali cariche pubbliche, compresa quella di capo di Stato.

Quasi 6,3 milioni di venezuelani hanno dato luce verde alla modifica della norma che permetterà al Presidente Chávez di ripresentarsi alle elezioni presidenziali del 2012. Ma il successo ottenuto domenica 15 febbraio è soprattutto la prova tangibile che la correlazione di forze in Venezuela è ancora favorevole alla rivoluzione.

“Chavez presidente a vita” come hanno titolato molti giornali italiani? Nulla di più lontano dalla realtà: ricordiamo a questi signori che la costituzione del Venezuela prevede la possibilità di revoca di ogni carica elettiva, compresa quella del Capo dello Stato. La realtà è che la borghesia occidentale non può sopportare che un presidente che si definisce “rivoluzionario” e “socialista” goda, dopo oltre dieci anni di mandato, di un così ampio sostegno popolare.

Questa vittoria iniezione di fiducia necessaria dopo la vittoria a metà alle amministrative del novembre scorso. Allora, nonostante il Psuv avesse conquistato 17 su 22 regioni, nelle mani della controrivoluzione erano passate regioni importanti come il Tachira, il Carabobo e lo Stato Miranda. Anche nelle città, come ad esempio Caracas, l’opposizione era riuscita a strappare vittorie consistenti.

Tuttavia, è stata forse la frusta della controrivoluzione, che a novembre è tornata a farsi sentire, a spingere milioni di venezuelani riversarsi nelle strade durante la campagna elettorale per il referendum. E proprio la mobilitazione di massa è stata la principale ragione della schiacciante vittoria del 15 febbraio.

 Nonostante i problemi che a distanza di dieci anni dall’inizio del processo rivoluzionario continuano ad affliggere le masse venezuelane, in pochi mesi centinaia di migliaia di militanti si sono organizzati nei “battaglioni per il sì”. Nelle fabbriche invece, è stato il settore più avanzato della classe operaia a costruire il “Fronte dei lavoratori per il sì” e portare avanti la campagna anche nei posti di lavoro. Imponenti anche le mobilitazioni di piazza, come quella del 12 febbraio quando un milione di persone hanno manifestato per le vie di Caracas a favore del sì.

E i risultati non hanno tardato a arrivare. In pochi mesi, le forze della rivoluzione sono riuscite a recuperare quasi 800mila voti rispetto alle amministrative di novembre, passando da 5,5 a 6,3 milioni. Un segnale evidente della prospettiva di classe con cui le masse venezuelane hanno affrontato il referendum. Per loro, in gioco non c’era semplicemente l’eliminazione del limite di mandati, ma dieci anni di conquiste sociali.

Nell’ultimo decennio, in Venezuela, la povertà estrema è calata dal 20.3 al 9.4 per cento, la mortalità infantile  da 21.4 a 13.9 su mille nati vivi, mentre grazie a programmi come la Mision Barrio Adentro  o i Cdi (i poliambulatori gratuiti di quartiere) l’accesso alle cure mediche fa registrare un più 60 percento. Inoltre, l’aumento dell’investimento statale nella scuola pubblica e i programmi di alfabetizzazione di massa hanno fatto sì che l’Unesco nel  2004 dichiarasse il Venezuela “paese libero da analfabetismo”.

Tutte conquiste che una vittoria del No, avrebbe seriamente messo in pericolo. La sconfitta delle forze rivoluzionarie avrebbe dato infatti alla destra, ancora ebbra dei parziali successi del novembre scorso, nuova energia per ricostituire la propria base e nessuno più delle masse sa cosa possa significare un ritorno dell’opposizione al potere. Un assaggio lo hanno già avuto subito dopo le amministrative. Nei distretti governati dall’opposizione centinaia di attacchi sono stati registrati contro le cliniche popolari, come ad esempio a Valencia o Miranda,  e le università statali, come nello stato Miranda dove gli studenti sono stati costretti ad abbandonare le aule. A Puerto Cabello, in Carabobo, i sostenitori del neo-eletto governatore Salas Feo, hanno minacciato i medici cubani di Barrio Adentro, mentre nella città di Los Teques, anche la radio comunitaria è finita sotto tiro.

La risposta delle masse è stata immediata. Nei mesi scorsi, centinaia di persone sono scese in piazza a manifestare contro gli attacchi dell’opposizione e in difesa delle conquiste della rivoluzione. Con lo stesso animo la maggior parte dei venezuelani sono andati alle urne il 15 febbraio: le masse erano coscienti che questo referendum sarebbe stato un fattore cruciale nel destino della rivoluzione.

Tuttavia, nonostante la straordinaria generosità delle masse abbia regalato a Chávez una nuova vittoria, dalle urne viene fuori anche un chiaro segnale  d’allarme che il processo rivoluzionario non può permettersi di ignorare. Per la prima volta dal 1998, la controrivoluzione ha superato la barriera dei 4 milioni di voti, arrivando a toccare quasi i cinque milioni, mentre il Psuv è riuscito a recuperare solo in parte l’astensione che, nel dicembre 2007, ha regalato all’opposizione l’inaspettata vittoria al precedente referendum costituzionale.

La stessa astensione che, nonostante non abbia impedito la netta vittoria del Psuv, il partito di governo, con il 58% dei voti, ha raggiunto livelli preoccupanti in tradizionali feudi chavisti nelle elezioni regionali del novembre 2008.

Il risultato è che se alle presidenziali del 2006, la rivoluzione staccava la destra di piú di 26 punti, adesso il margine di vantaggio si è ridotto a meno di 10. Un  chiaro segnale di stanchezza da parte delle masse che da dieci anni sentono parlare di socialismo, ma non hanno ancora visto risolti i propri problemi.

Nonostante il tenore di vita e l'accesso allo stato sociale siano migliorati, la maggioranza dei venezuelani vive ancora in povertà, le infrastrutture e il sistema di trasporti urbani sono insufficienti, i prezzi delle case sono troppo alti.  E contrariamente a quanto sostenuto dalla burocrazia riformista e dai suoi alfieri come il Ministro della Pianificazione, Haiman El Troudi, la crisi economica internazionale peggiorerà la situazione.

L’economia venezuelana è ancora strettamente legata al petrolio e il crollo del prezzo del greggio, passato dai 147 dollari al barile di luglio ai poco piú di 40 degli ultimi mesi, potrebbe avere presto effetti devastanti.  Pdvsa, la compagnia petrolifera nazionale, vedrà una riduzione del 40% del prossimo budget annuale e i primi ad essere colpiti saranno i progetti sociali, le cosiddette misiones, che sono in parte o totalmente finanziate dalle entrate petrolifere. Ma non è solo il calo del greggio a mettere in crisi l’economia venezuelana: anche i prezzi di altre materie prime come l’alluminio e l’acciaio stanno crollando.

D’altra parte c’è un altro fronte su cui il paese dimostra tutta la sua debolezza: l’estrema dipendenza dalle importazioni di altri beni, specialmente di prodotti alimentari. Di conseguenza l'inflazione ha colpito il Venezuela abbastanza duramente, secondo le cifre fornite dal ministero dell’economia l'inflazione solo sui prodotti alimentari ha raggiunto il 15,3%, tuttavia  solo nell’ultimo anno i prezzi a Caracas sono cresciuti del 49,9%.  Secondo dati ufficiali, a chiusura del 2008 il tasso complessivo di inflazione era pari al 31,9%, uno dei piú alti dell’America Latina e del mondo.

Il Governo ha cercato di aggredire il problema promuovendo appelli ai capitalisti, invitandoli ad investire nell'economia. Ma come c’era da aspettarsi, la borghesia venezuelana, che controlla ancora le leve fondamentali dell’economia, ha continuato a speculare e a tenere deliberatamente bassa la produzione per causare scarsità di generi alimentari e dare un ulteriore impulso all'inflazione. Secondo dati forniti da Federcamaras (la Confindustria venezuelana), negli ultimi anni l’investimento medio da parte dei privati è stato pari al 13, 8% dl Pil, mentre degli ultimi 200mila posti di lavoro creati, 155 mila si devono a investimenti statali.

Di fronte a questi dati,  l’idea di “socialismo petrolifero”, un socialismo finanziato dalle entrate provenienti dal petrolio, promossa particolarmente dal settore riformista del governo, crolla come un castello di carte. La destra chavista ha cercato di usare le alte entrate provenienti dal petrolio come pretesto per non espropriare i capitalisti, ma oggi il crack economico internazionale e i suoi effetti in Venezuela mettono totalmente in crisi questa strategia. L'unico rimedio per affrontare la situazione sarebbe stimolare e sviluppare l'economia pianificata, l'unica in grado di far partire la produzione in campi come l'agricoltura, il settore alimentare e del vestiario

Il Governo venezuelano ha adottato alcune misure mirate ad attaccare il sabotaggio economico a beneficio dei lavoratori e dei poveri, come la nazionalizzazione della gigantesca acciaieria Sidor nell’aprile scorso. A questo  vanno aggiunte  quelle del Banco de Venezuela, dell'azienda produttrice di latte “Lacteos Los Andes”, dell'intera industria del cemento, della fabbrica di alluminio Rialca e altre ancora.

Misure giunte spesso al termine di dure lotte nelle fabbriche e negli stabilimenti e accolte con entusiasmo da molti lavoratori e giovani, che correttamente le vedono come un passo avanti nella giusta direzione. Tuttavia le nazionalizzazioni, in sé per sé, non risolvono il problema, soprattutto se sono isolate e non fanno parte di una strategia generale. Solo una pianificazione dell’economia nazionalizzata e sotto il controllo dei lavoratori può fare in modo che la catena della produzione funzioni in maniera armoniosa e tale da soddisfare i bisogni della popolazione.

Ma nonostante la generosità della classe operaia che da piú di dieci anni vive in stato di mobilitazione quasi permanente, fino ad oggi in Venezuela le nazionalizzazioni sono rimaste limitate a particolari settori dell'economia mentre grandi aziende capitaliste in settori strategici non sono state neanche toccate.

Se questi passi fondamentali non sono ancora stati compiuti, non è tra i lavoratori venezuelani che va cercato il colpevole. Coloro che hanno frenato l’avanzata del Venezuela verso il socialismo sono quei settori della burocrazia che dall’interno del chavismo hanno tentato di bloccare qualsiasi passo verso il completamento della rivoluzione. Sono loro che hanno dato alla controrivoluzione il tempo di riorganizzarsi e riconquistare spazi nel paese.

Quelli che oggi fanno appello alla moderazione e al dialogo con l’opposizione, sono il vero pericolo della rivoluzione venezuelana. Se la destra è ancora in vita in Venezuela, si deve solo all’ossigeno che il settore riformista del governo non ha fatto che fornirle. E se il 15 febbraio piú di un milione di persone che avevano votato per Chávez nel 2006 hanno deciso di non farlo, mentre l’opposizione ha guadagnato quasi un milione di voti, i responsabili vanno cercati fra chi ha frenato il processo rivoluzionario.

Chiamate per l’ennesima volta alle urne, le masse venezuelane hanno lanciato un messaggio chiaro: non si tratta di un nuovo assegno in bianco, la rivoluzione va portata a termine .

Un messaggio che il presidente Chávez sembra aver saputo cogliere: “Sapevo che non mi avreste traditi. Adesso tocca a me mantenere quello che ho promesso”, ha detto dal Balcon del pueblo, “Voglio invitarvi a unire gli sforzi, accelerare il passo e seguire bene la bussola per costruire al meglio la nuova patria socialista”.

La vittoria del “Sí” al referendum è una nuova opportunità per portare a termine la rivoluzione, ma questo non sarà mai possibile attraverso le fallimentari tesi riformiste che per uscire dal collo d’imbuto della crisi economica  ripropongono le vetuste teorie keynesiane classiche o quelle di nuovo conio come il socialismo petrolifero. Si tratta di misure parziali e a corto respiro che non mettono in discussione lo stato di cose esistente. Al contrario, l’unica soluzione è smantellarlo dalle fondamenta.

Questo compito, fondamentale perché la rivoluzione non venga sconfitta, non sarà certo una direzione burocratica e riformista a portarli a termine. Oggi piú che mai è necessario che la classe operaia faccia un passo avanti e si metta alla testa delle masse. Solo così, in Venezuela, la rivoluzione sarà definitivamente portata a termine.

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