Venezuela: la rivoluzione davanti alla crisi economica ed all'attacco imperialista - Falcemartello

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Negli ultimi 2 mesi gli eventi in Venezuela e in altri paesi dell’America Latina hanno enormemente approfondito le contraddizioni tra rivoluzione e contro-rivoluzione. Prima c’è stato il colpo di stato in Honduras alla fine di giugno che ha rappresentato un avvertimento per le masse del Salvador, della Bolivia, dell’Ecuador e del Venezuela.

 dal sito In defence of Marxism

In seguito c’è stato l’annuncio dei piani degli Stati Uniti di aumentare la loro presenza militare in Colombia che ha provocato una pesante crisi diplomatica tra il Venezuela e la Colombia e uno stato d’allerta tra le masse boliviane. Come fattore decisivo, comunque, la recessione economica mondiale ha avuto pesanti effetti sulla situazione in Venezuela dove i lavoratori stanno affrontando attacchi feroci da parte dei padroni.

Le basi militari statunitensi in Colombia

Dopo lo shock che il golpe in Honduras ha rappresentato per le masse, la firma a luglio di un accordo tra il governo colombiano e quello statunitense che permette agli USA di usare basi militari in Colombia ha scatenato un altro terremoto sociale in tutta l’America Latina. Secondo esperti militari, la più importante delle 7 basi di cui le forze armate statunitensi ora possono disporre è quella di Palanquero, con la quale potranno avere il pieno controllo della costa pacifica. Il governo americano ha investito 46 milioni di dollari nella sola Palanquero.

La reazione di Chavez è stata immediata. Tutte le relazioni diplomatiche con la Colombia sono state interrotte, così come gli scambi commerciali tra i due paesi. Anche l’Ecuador e la Bolivia si sono opposti fermamente all’accordo Colombia-USA. Ed infatti il presidente colombiano Alvaro Uribe si è trovato completamente isolato alla recente riunione dell’UNASUR a Bariloche, in Argentina, dove tutti i presidenti di sinistra – almeno a parole – hanno rigettato l’accordo.

Chiaramente il compito delle basi militari non è quello di “contrastare il traffico di droga” ma piuttosto quello di tenere sotto scacco qualsiasi movimento rivoluzionario in Colombia e negli altri paesi latinoamericani. Negli ultimi 10 anni la Colombia ha aumentato la spesa militare dal 2.5% al 5% del PIL. La Colombia è infatti attualmente il paese che spende di più in spese militari in termini di percentuale sul PIL dopo Israele e Burundi. Questo ultimo accordo con la Colombia è stato raggiunto dopo che il contratto per la base militare di Manta, in Ecuador, è scaduto e non è stato rinnovato dal presidente Correa.

Nonostante i sorrisi di Obama e la nuova apparente linea di dialogo con i presidenti dell’America Latina, non bisogna avere illusioni. Gli Stati Uniti rimangono una potenza imperialista e hanno bisogno di rafforzare e riaffermare la loro presenza nella regione che considerano come parte della loro sfera di influenza. Come rappresentante dell’imperialismo USA, Obama deve difendere gli interessi statunitensi in America Latina. L’acuirsi della lotta di classe e l’estensione dei movimenti rivoluzionari in tutta l’America Latina stanno mettendo gli imperialisti americani nella posizione di dover trovare un modo per porre un limite a questo processo. Questo è ciò che rappresenta l’ultimo contratto con la Colombia.

L’economia venezuelana in crisi

Mentre nel periodo tra il 2004 e il 2007 il Venezuela ha goduto di importanti tassi di crescita, le ultime cifre mostrano che ora l’economia del paese è stata definitivamente colpita dagli effetti della crisi mondiale. Nel secondo trimestre del 2009 il PIL è  caduto del 2.4%. Nel primo trimestre la cifra era stata di una crescita minima dello 0.5%.

Ciò è in parte dovuto alla mancanza di investimenti privati nell’industria e nel settore manifatturiero. Secondo la Banca Centrale del Venezuela, l’attività economica privata è crollata del 4% nel secondo trimestre di quest’anno. Un recente studio ha rivelato che la borghesia venezuelana ha chiuso negli ultimi 10 anni 4000 imprese di grandi o medie dimensioni.

A ciò bisognerebbe aggiungere il pesante calo nelle entrate statali da parte della produzione di petrolio. Nel secondo trimestre del 2008 lo stato aveva guadagnato 28,597 dollari statunitensi dalla produzione di petrolio da confrontare con i soli 13,576 milioni relativi allo stesso periodo del 2009: un crollo del 51.9%. Ciò è particolarmente deleterio in un paese in cui le entrate dalle esportazioni di petrolio rappresentano il 30% del PIL e il 50% del bilancio statale. Inoltre sono crollati i prezzi sul mercato mondiale anche di altre materie prime che il Venezuela esporta, come l’alluminio e il ferro.

Insieme ad altri paesi dell’America Latina, il Venezuela è stato colpito anche dagli effetti della caduta globale degli investimenti diretti esteri (IDE). Già nel 2008, nel periodo tra gennaio ed ottobre, gli IDE erano calati del 18% rispetto allo stesso periodo del 2007. Tutti questi fattori hanno concorso a peggiorare la situazione in cui si trova l’economia venezuelana.

I rappresentanti dell’ala riformista all’interno del governo venezuelano, come Alì Rodriguez, ministro delle finanze, sperano che il prezzo del petrolio risalirà velocemente portando una boccata d’ossigeno all’economia venezuelana. In ogni caso, anche se negli ultimi 2 mesi abbiamo assistito ad una lieve ripresa dell’economia, non è affatto detto che questa continuerà nei prossimi mesi. In realtà l’OPEC prevede un calo nella domanda complessiva di petrolio per il 2009 rispetto al 2008.

Qualsiasi siano le prospettive nell’immediato, ogni piccola ripresa nelle entrate del settore petrolifero non può essere all’altezza dei seri problemi che l’economia venezuelana sta affrontando, come la mancanza di investimenti, il sabotaggio, la speculazione e la fuga di capitali da parte della borghesia. Oltre ai normali effetti del ciclo economico, in Venezuela bisogna considerare 3 ulteriori fattori che condizionano l’economia. Uno è il fatto che c’è una rivoluzione in corso e che la classe dominante non si sente fiduciosa per fare investimenti. Il secondo è una cosciente campagna di sabotaggio economico da parte dell’oligarchia. E infine il fatto che tutti i tentativi dei riformisti di regolamentare l’economia di mercato sono serviti solo a provocare ulteriore caos.

La crisi ha già avuto conseguenze dirette sulla situazione che deve affrontare la classe lavoratrice venezuelana. Recentemente la General Motors, che fornisce al Venezuela il 40% di tutti i suoi veicoli, ha chiuso per tre mesi tutti i suoi impianti di produzione con la conseguenza che migliaia di lavoratori sono stati temporaneamente lasciati a casa. A Barcelona, abbiamo assistito alla serrata padronale alla Mitsubishi, illegale e motivata politicamente, che ha messo a rischio più di 1400 posti di lavoro. La serrata, il cui scopo era chiaramente quello di schiacciare il sindacato rivoluzionario che i lavoratori avevano messo in piedi, è stata sconfitta dalla decisa e combattiva reazione dei lavoratori. Simili eventi potrebbero svilupparsi nelle fabbriche di tutto il Venezuela e portare così a nuove esplosioni nella lotta di classe. Le cifre relative alla disoccupazione mostrano già un incremento dall’ 7.8% di giugno all’8,5% di luglio.

Il PSUV e la formazione delle pattuglie operaie

Nel PSUV, il partito socialista, ci sono stati importanti novità negli ultimi mesi. Chavez ha dato il nullaosta per la formazione delle “pattuglie”, un nuovo tipo di sezioni del partito che permetteranno una maggiore partecipazione da parte della base. Circa 2 milioni di persone si sono già iscritte alle pattuglie. E ancora più importante è stato l’appello di Chavez per la creazione di “pattuglie operaie”, cioè di sezioni del PSUV all’interno delle fabbriche. I lavoratori di molte fabbriche hanno risposto a questo appello. In aziende come la Mitsubishi, la Vivex, la Inveval e la SIDOR, sono nate  sezioni del PSUV a cui partecipano molti lavoratori.

Il congresso nazionale del partito era stato programmato per il prossimo ottobre ma molto probabilmente la direzione lo sposterà a novembre o dicembre. Qualsiasi sarà la data, il congresso del PSUV – che dovrebbe coincidere con quello della gioventù del partito – sarà l’occasione per nuovi e probabilmente forti scontri tra la destra e la sinistra, tra rivoluzione e riformismo. Con la formazione di numerosi circoli di partito nelle fabbriche è possibile che la classe lavoratrice eserciterà un’influenza più incisiva all’interno del partito e questo potrebbe essere molto pericoloso per la burocrazia. Si sono poste le premesse per aprire una discussione critica nel PSUV.

Prospettive

Dopo diversi tentativi apertamente controrivoluzionari, l’ala destra (o almeno i suoi settori più importanti) sembra aver adottato una tattica differente. L’obiettivo che si stanno ponendo in questo momento è più simile alla tattica adottata dalla controrivoluzione in Nicaragua negli anni ’80. Il loro scopo è di minare lentamente ma inesorabilmente le conquiste sociali della rivoluzione, intensificare il sabotaggio economico e in questo modo minare il morale rivoluzionario delle masse.

Nelle recenti manifestazioni contro la LOE (la nuova legge sull’istruzione) ci sono stati segnali di una certa crescita delle forze dell’opposizione. Nonostante la partecipazione delle masse bolivariane alle manifestazioni a favore della LOE sia stata maggiore, non possiamo sottovalutare il fatto che l’opposizione questa volta è stata in grado di mobilitare un numero importante di persone.

Nel dicembre del 2005 fecero il grande errore di boicottare le elezioni dell’Assemblea Nazionale rimanendo senza un singolo parlamentare. Solo grazie al tradimento del PODEMOS (un partito socialdemocratico che sosteneva Chavez ma è passato all’opposizione nel 2007) hanno potuto ottenere una piccola rappresentanza parlamentare. Ma questa volta non commetteranno di sicuro lo stesso errore. Attraverso un lavoro lento ma attento saranno probabilmente in grado di rappresentare una seria minaccia nelle prossime elezioni dell’Assemblea Nazionale a febbraio.

Il loro obiettivo è chiaro: conquistare un numero di parlamentari sufficiente per poterli usare in una continua campagna di attacchi contro le mancanze del governo, i disguidi burocratici, la carenza di cibo ecc. In questo modo sperano di creare un clima di opposizione contro il governo tra le classi medie e di apatia tra i lavoratori e i settori più poveri della popolazione. Questo è l’ambiente sociale di cui hanno bisogno per sbarazzarsi di Chavez e strangolare la rivoluzione, che sia con mezzi parlamentari o extraparlamentari.

Le masse di lavoratori e poveri che hanno difeso la rivoluzione venezuelana a più riprese negli ultimi 10 anni non permetteranno all’opposizione di portare avanti questo piano senza combattere. Ma dopo 10 anni di rivoluzione e con la situazione economica che adesso sta peggiorando, molti sostenitori di Chavez cominciano ad essere stanchi della lentezza con cui la rivoluzione avanza e dei discorsi sul socialismo ma senza che ci siano azioni decisive a sostenerli e senza un cambiamento radicale reale.

Le masse, a partire dai settori più avanzati, sta cominciando a capire che la rivoluzione non può essere realizzata con successo senza distruggere le radici del potere dell’oligarchia, cioè la proprietà privata dei mezzi di produzione. Questa idea è già stata discussa dagli attivisti del movimento sindacale, del PSUV e della gioventù del PSUV. Si tratta di uno sviluppo importante. La vita insegna, come dice il detto, e l’esperienza della rivoluzione bolivariana degli ultimi 10 anni è piena di lezioni. Se i settori più avanzati del movimento adottassero un programma genuinamente marxista potrebbero conquistare le masse ad un tale programma. Solo così il successo della rivoluzione venezuelana potrebbe essere assicurato. Non c’è via di mezzo!

10 settembre 2009

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