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Esplode il movimento contro il regime

 La stampa italiana ha quasi completamente nascosto l’insurrezione che da più di due mesi sta scuotendo l’Algeria. L’irruzione violenta e spontanea sulla scena politica delle masse algerine è un sintomo di come nel mondo ex-coloniale i lavoratori ed i giovani non siano più disposti a vivere come prima e sfidino apertamente anche i regimi più repressivi (lo stato algerino, oltre all’esercito, conta circa 300.000 uomini arruolati in reparti speciali armati). In tutto il mondo arabo, già scosso dall’Intifada, giovani e lavoratori sono entusiasti. Questa regione del mondo sta diventando una polveriera. Il re del Marocco è preoccupatissimo della stabilità nel suo paese e ha vietato ogni manifestazione di solidarietà col popolo algerino. Anche la Francia, dove vivono un milione di algerini, potrebbe essere toccata da questo movimento.

Attraverso il meccanismo del mercato mondiale ed i piani del Fmi, il controllo dell’imperialismo sul paese nell’ultimo decennio si è fatto ferreo. I dodici mesi precedenti la rivolta partita in Kabylia sono stati segnati da un’ondata di scioperi. Il più rilevante è stato quello che sei mesi fa ha costretto il governo a congelare il progetto di privatizzazione di Sonatrac, colosso petrolifero algerino molto appetito dai capitalisti occidentali. All’inizio della rivolta, i giornali si sono esercitati nell’arduo compito di mostrare che la rivolta nasceva e si sviluppava in base a rivendicazioni culturali berbere, essendo berbera la maggioranza degli abitanti di questa regione. Niente è più lontano dal vero e dopo qualche tempo anche i giornali borghesi non hanno più potuto nascondere questo fatto. Il 30 aprile il giornale francese Libération ammette che i rivoltosi hanno sorpassato il quadro della rivendicazione nazionale e culturale berbera per denunciare la corruzione ed il potere. Scandendo "Dateci il lavoro, una casa e la speranza e ritornerà la calma", i manifestanti si erano fatti portavoce del malessere e della povertà dei lavoratori, dei contadini e della gioventù algerina. La scintilla che ha acceso la lotta è stata l’uccisione il 18 aprile, all’interno di un commissariato, dello studente Massinissa Guermah. Saputa la notizia migliaia di giovani e giovanissimi hanno occupato le strade di Tizi Ouzou, capitale della Grande Kabylia, al grido di "potere assassino". Oltre ai commissariati ed agli uffici governativi i giovani hanno preso d’assalto anche le sedi dei principali partiti, l’Rcd (raggruppamento per la cultura e la democrazia, partito "berbero") e l’Ffs (fronte delle forze socialiste). La repressione è stata dura ed in due settimane ottanta giovani sono morti sotto il fuoco della polizia e dei reparti speciali. Il governo ha subito allontanato l’esercito di leva dalla Kabylia per paura che fosse contagiato dai manifestanti. In più, il presidente Bouteflika ha disperatamente cercato di isolare la protesta della Kabylia, facendo strombazzare dai media che si trattava di una rivolta berbera pagata da una potenza straniera. Contemporaneamente, gli islamici del Movimento Sociale per la Pace di Mahfoud Nahnah fanno appello al governo perché reprima senza pietà i manifestanti, definiti "una banda di criminali" (Liberté, 5 maggio).

Dodici giorni dopo l’inizio dell’insurrezione, Bouteflika propone di istituire una commissione d’inchiesta sui fatti di Kabylia per cercare di frenare le proteste. Il coordinamento degli aarch (comitati di villaggio) rifiuta questa proposta ed il giorno dopo, il primo maggio, l’Rcd esce dal governo sotto la pressione degli avvenimenti. Nonostante ciò, l’Rcd non è riuscito a recuperare l’autorità perduta ed alcuni suoi dirigenti storici sono stati cacciati fuori dalle manifestazioni a sassate. Il 3 maggio l’Ffs convoca ad Algeri una "marcia pacifica" in solidarietà con la Kabylia e vi partecipano 10-15.000 persone. E’ un tentativo di canalizzare le lotte su binari più tranquilli e cavalcare il malcontento sociale. .Il movimento però si rafforza politicamente con la formazione del coordinamento degli aarch e si estende ad altre zone del paese come Annaba, importante città portuale, Costantina e la regione molto povera dell’Aurès. Il 31 maggio 200.000 persone manifestano ad Algeri. Nel frattempo, il coordinamento dei comitati di villaggio e di quartiere lancia la sua piattaforma di 14 rivendicazioni. Non si chiede l’autonomia per la Kabylia ma si denuncia l’oppressione di questo popolo, rivendicando il riconoscimento ufficiale del tamazight (lingua parlata dai berberi) ed il ritiro della polizia dalla regione. Queste rivendicazioni sono unite ad altre di natura economico-sociale sul lavoro, la penuria d’alloggi e, in certe zone, la mancanza d’acqua corrente o gas. A Bejaia i comitati si pronunciano anche per l’abolizione del codice della famiglia d’ispirazione islamica instaurato nel 1988.

Che cosa sono gli aarch?

Forme pre-capitaliste di organizzazione dei kabyli, questi comitati di villaggio hanno assunto un contenuto nuovo come conseguenza dell’insurrezione di aprile. Gli aarch hanno tendenza a trasformarsi in organi delle masse in lotta e vigono forme di democrazia operaia. Un dirigente degli aarch intervistato dal giornale algerino El Watan del 14 giugno dice: "‘Per il momento, preferiamo adottare un’organizzazione di tipo orizzontale. Non ci sono capi, la presidenza cambia. L’aarch, che si riunisce in assemblea generale, elegge una presidenza sino all’incontro successivo (7-15 gg.)’. Le riunioni del coordinamento cui abbiamo assistito (Azazga, Tizi-Ouzou) non ci hanno dato un esempio di calma esemplare. Le discussioni su un singolo punto possono durare ore. Ad Azazga, i redattori finali del documento inserirono punti non votati dall’assemblea. Il giorno dopo questi delegati furono denunciati come sabotatori del movimento". Questi comitati si sono sviluppati soprattutto nelle due principali città della Kabylia, Bejaia e Tizi Ouzou, ma anche a Setif, Bouira, Algeri e nel sud del paese. I giovani sono i principali protagonisti, i vecchi "saggi" del villaggio spesso gli elementi frenanti; vi partecipano anche militanti di partiti politici come l’Ffs, il Pc algerino ed il Partito dei lavoratori. Un notabile di Tizi Ouzou confessa a Libération (15 giugno) che "gli aarch hanno successo perché sono in osmosi con la base. Se si avvicinano al potere, abbiamo il linciaggio garantito". Ed è proprio il coordinamento dei comitati interwilaya (intercomunale) che occupa la scena politica convocando per il 14 giugno una manifestazione nazionale ad Algeri. Più di un milione di persone vi partecipano. Molta gente non può nemmeno giungere ad Algeri a causa dei 35 km di coda formati da camion e macchine che trasportavano manifestanti alla capitale.

Un milione in piazza ad Algeri

Ad Algeri la manifestazione punta il palazzo presidenziale che è difeso da un apparato militare impressionante. Per ore avvengono scontri violenti tra manifestanti e forze dell’ordine. Due giornalisti sono uccisi, i feriti sono migliaia e centinaia di persone mancano all’appello. La polizia ha inseguito i manifestanti fin dentro gli ospedali. La sera, in un ennesimo tentativo di dividere e provocare il movimento, Bouteflika ha ringraziato alla televisione gli abitanti di Algeri per essersi dissociati dalla protesta. In realtà erano ben presenti, con anche delegazioni di fabbriche in lotta ed università in sciopero. Invece, una buona parte delle devastazioni e degli scontri sono stati causati da agenti in borghese, ultras di calcio della capitale pagati dal governo, islamici veri o presunti. I lavoratori della compagnia di trasporti di Algeri Etusa, in sciopero illimitato, hanno denunciato al quotidiano algerino Liberté (3 luglio) che gli autobus erano stati incendiati da ben noti agenti della polizia con la complicità del burocrate sindacale dell’azienda. Dopo la manifestazione enorme del 14 giugno il regime ha imboccato decisamente la strada della repressione per tentare di seminare il panico nella popolazione. Alcune migliaia di delegati degli aarch che volevano giungere il 5 luglio ad Algeri per presentare le loro rivendicazioni al presidente Bouteflika sono stati bloccati dalla polizia mentre erano in marcia verso la capitale. Nelle regioni più calde la polizia irrompe nelle case di chi è stato segnalato durante le proteste, saccheggia negozi ed intimidisce la gente con ogni mezzo. In alcuni villaggi o quartieri si sono formati comitati d’auto-difesa o di vigilanza. Il regime di Bouteflika è indebolito ed un settore, per ora minoritario, della borghesia domanda le sue dimissioni, considerando pericoloso il suo atteggiamento di sfida e di disprezzo. Il Forum Democratico, unione di quasi tutti i partiti d’opposizione, fa eco a questa posizione e designa come unico obiettivo la cacciata dei militari. Insistendo sul fatto che è ancora "presto" porre la questione di una trasformazione sociale, il Forum Democratico mostra la sua paura dell’azione rivoluzionaria delle masse; d’altronde, alcune componenti di questa coalizione sostengono apertamente un’accelerazione delle privatizzazioni e dell’apertura al capitale occidentale.

Dove arriverà la lotta del popolo algerino? Non possiamo ancora dirlo. La repressione feroce del regime pone la lotta davanti ad un bivio. In ogni fabbrica, scuola, università e villaggio si dovrebbero costituire comitati di sciopero e d’autodifesa. In una situazione di dualismo di potere, già oggi ne vediamo i germi, l’entrata in scena della classe operaia con uno sciopero generale potrebbe porre immediatamente la questione del potere nella società scuotendo le fondamenta di tutti i regimi reazionari della zona e porrebbe all’ordine del giorno una Federazione Socialista del Maghreb. I comunisti devono sviluppare in ogni paese azioni di solidarietà con le masse algerine in termini d’aiuti materiali ed analisi poli
tica.

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