Cambiamenti climatici - Falcemartello

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Cosa c’è in gioco?

L’estate del 2003 si è distinta per una importante siccità in tutta l’Europa del sud, ma soprattutto per le temperature massime raggiunte, che in diversi giorni hanno superato di 8-10 gradi le medie stagionali. È fuori discussione un aumento di decine di migliaia di morti in Europa dovuti all’ondata di caldo. Ma già nel mese di settembre la situazione è radicalmente cambiata e abbiamo visto delle gravi inondazioni nel sud e centro Italia, in Francia e in Spagna.

 Questi processi hanno aumentato l’interesse per lo studio del clima tra l’insieme della popolazione, ma spesso – oltre alle battute sullo scioglimento del giaccio nei poli o il buco dell’ozono – non si ha una visione globale dei cambiamenti in atto.


Sicuramente contribuisce a ciò l’atteggiamento dei governi e delle classi dominanti nella stragrande maggioranza dei paesi. Dopo trent’anni di conferenze sul clima quella di Kyoto nel 1997 propose finalmente di ridurre le emissioni di anidride carbonica (prodotta dall'impiego dei combustibili fossili), del metano (derivante dalle discariche e dalla zootecnia), del protossido di azoto (derivante dalle attività agricole e dalle produzioni chimiche) e di tre composti fluorurati impiegati nell'industria. Il Protocollo impegnava i paesi industrializzati a ridurre le proprie emissioni, entro il 2012, nella misura complessiva globale del 5,2 per cento rispetto ai livelli del 1990. Sono passati 6 anni dalla firma e tranne pochi paesi la maggior parte hanno ancora aumentato le emissioni. L’anidride carbonica (CO2) è il gas principalmente responsabile dell’effetto serra (un effetto benefico che non permette gli sbalzi termici che vediamo sulla Luna o su Marte e che impedirebbero la vita sulla Terra). Un effetto positivo che diventa il suo contrario quando il riscaldamento provoca stravolgimenti climatici con conseguenze imprevedibili.

Il Protocollo ancora non è stato approvato dalla maggioranza dei paesi e in particolare è stato rifiutato dagli Usa.Se mancano gli Stati Uniti e gli obiettivi degli altri paesi non variano, l'obiettivo di ridurre le emissioni del 5.2 per cento, si riduce di fatto a circa il 3,8 per cento! Per raggiungere la stabilizzazione delle concentrazioni in aria dei gas serra, considerati in termine di anidride carbonica "equivalente" il bilancio tra quanto viene emesso e quanto viene assorbito dai sistemi naturali, dev’essere pari a zero. Cioè come dire che il tasso medio delle emissioni globali deve essere uguale al tasso medio degli assorbimenti globali.

L'equilibrio potrebbe essere raggiunto solo se si riducessero subito tra il 50% e il 60% delle emissioni globali. Se questa riduzione non fosse effettuata al più presto ma fra 30-50 anni, occorrerebbe giungere fino a tagli del 80%.delle emissioni globali. Appare, dunque, evidente che la riduzione del 5% prevista dal Protocollo di Kyoto entro il 2012 è assolutamente inadeguata alla bisogna.

Al momento non ci sono le conoscenze scientifiche sufficienti per prevedere con sicurezza l’evoluzione del clima entro 20-30 anni e meno ancora nell’arco del secolo XXI. Comunque alcuni dati sono indiscutibili e sicuramente preoccupanti.

 

I GAS SERRA

 

Le concentrazioni atmosferiche dei gas-serra, fra cui l'anidride carbonica (CO2), il metano (CH4) ed il protossido di azoto (N2O), sono aumentate in modo significativo a partire dall'inizio della rivoluzione industriale (tra il 1750 e il 1800); in particolare la CO2 è passata da circa 280 a quasi 370 ppmv (parti per milione in volume), il CH4 da 700 a circa 1750 ppbv (parti per miliardo in volume) e il N2O da 275 a circa 315 ppbv. Gli idrocarburi fluorurati e clorurati (CFC) che non esistevano fino a circa la metà del ventesimo secolo sono cresciuti in modo talmente rapido in questi ultimi 50 anni, che oltre a costituire un minaccia aggiuntiva all'effetto serra naturale, hanno minacciato (e distrutto sopra l'Antartide) l'integrità della fascia di ozono stratosferico. Molti di tali gas-serra permangono lungamente nell'atmosfera (centinaia di anni), e influenzeranno il clima per i secoli futuri.

Lo studio delle calotte polari ci dice che l'attuale concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è la più alta che si sia mai verificata negli ultimi 420 mila anni e molto probabilmente (le verifiche sono in corso) anche degli ultimi 20 milioni di anni. La velocità di crescita dell'anidride carbonica in atmosfera (32% in 250 anni di cui ben 8% negli ultimi 20 anni è sicuramente il più alto tasso di crescita degli ultimi 20 mila anni.

La distruzione, soprattutto nella fascia intertropicale, di boschi e foreste è cresciuta ad un ritmo vertiginoso: boschi e foreste, infatti, attraverso i processi di fotosintesi, sottraggono anidride carbonica dall’atmosfera e la trasformano in biomassa e, quindi, costituiscono di fatto la principale fonte di assorbimento e di riciclo dell'anidride carbonica atmosferica. Si valuta che solo nell’ultimo periodo siano state disboscate, ogni anno, superfici territoriali di estensione complessiva paragonabile a quella del territorio della Svizzera.

Il ritmo di trasformazione della superficie terrestre da parte degli esseri umani, sia a causa della crescita demografica, sia per lo sviluppo delle attività economiche ed industriali, è in forte aumento e ciò è causa di variazione del bilancio energetico complessivo del sistema climatico. In particolare, l'intensa ed estesa urbanizzazione, che sta aumentando in modo vertiginoso soprattutto in Asia, America del Sud e Africa, gli usi intensivi del suolo per l'agricoltura, l’inquinamento terrestre e marino e le altre attività umane sono stati, in quest’ultimo secolo, tali da aver modificato sia le capacità di assorbimento terrestre dell’energia solare incidente e le capacità di riflessione (albedo) verso lo spazio della radiazione solare, sia anche le capacità di emissione termica del suolo e di irraggiamento terrestre verso lo spazio.

I recenti studi sul sistema climatico hanno messo in evidenza che il clima del nostro pianeta sta subendo, soprattutto in questi ultimi decenni, alcuni cambiamenti che potrebbero portare, se le attuali tendenze di sviluppo socio-economico e di uso delle risorse naturali non venissero modificate, a variazioni profonde ed irreversibili sia dell'ambiente che della stessa società umana nei prossimi 50-100 anni. Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche e sulla base dei più recenti risultati acquisiti dall’ lPCC (l’organismo delle Nazioni Unite che studia i cambiamenti climatici) abbiamo il seguente quadro di variazioni accertate.

 

Cambiamenti della temperatura del pianeta.

 

La temperatura media globale del nostro pianeta è aumentata di un valore compreso fra 0.4 e 0.8°C a partire dalla fine del 1800. Se si analizzano in dettaglio gli andamenti delle temperature minime e massime (giornaliere, mensili ed annuali) si nota che il riscaldamento globale del nostro pianeta non è dovuto tanto all'aumento delle temperature massime, ma dovuto essenzialmente all'aumento delle temperature minime, il cui tasso di crescita è stato doppio di quello delle temperature massime.

Per quanto riguarda i ghiacci della calotta Antartica, non appare evidente alcuna correlazione tra aumento della temperatura globale e scioglimento dei ghiacci antartici, almeno a partire dal 1970, da quando cioè si hanno dati attendibili in proposito. I dati esistenti mostrano che i ghiacci antartici sono rimasti piuttosto stabili e che ultimamente avrebbero anzi una tendenza all'espansione. Per quanto riguarda i ghiacci artici, invece, è stata notata una certa riduzione in questi ultimi decenni. Infine, per quanto riguarda i ghiacciai delle medie latitudini la tendenza è una riduzione delle dimensioni e della estensione. Questa tendenza è particolarmente evidente nei ghiacciai alpini e in quelli delle catene montuose delle medie e basse latitudini dell'emisfero nord. Al ritmo attuale i ghiacciai delle Alpi potrebbero scomparire entro la fine del XXI secolo

 

Precipitazioni, siccità e eventi meteorologici estremi

 

Le precipitazioni, intese come precipitazioni totali annue, sono in aumento soprattutto nell'emisfero nord e particolarmente nelle regioni delle medie ed alte latitudini. Nell'emisfero sud, invece, non si notano variazioni significative. I fenomeni di aumento della siccità sono particolarmente evidenti nella regione del Sahel (dove a partire dal 1970 si è sempre di più aggravata), nell'Asia orientale e nel sud Africa. Aumento dei fenomeni siccitosi si sono avuti anche in aree limitrofe, quali la parte più estrema del sud Europa (Spagna, Italia meridionale, Grecia, Turchia) e la parte meridionale degli Stati Uniti.

In questo contesto è necessario distinguere tra precipitazioni estreme (piogge alluvionali), temperature estreme (sia calde che fredde) e tempeste (quali cicloni, tornado, ecc). Per quanto riguarda le precipitazioni estreme, le valutazioni IPCC mostrano che nelle regioni del pianeta dove le precipitazioni totali annue sono in aumento, risultano in aumento anche la frequenza delle piogge a carattere alluvionale. In particolare, in queste zone le piogge tendono in generale ad avere una intensità maggiore ed una durata minore. Nelle regioni dell'Asia orientale, pur essendo le precipitazioni totali annue in diminuzione, sono in aumento i fenomeni di precipitazioni estreme o a carattere alluvionale. Per quanto riguarda le temperature estreme i dati attuali evidenziano una diminuzione della frequenza delle temperature minime. Un discorso a parte va fatto per le tempeste. A livello globale non appare evidente che in questi ultimi decenni vi siano stati aumenti nella frequenza dei cicloni tropicali (e delle tempeste ad essi associati: gli uragani, i tifoni, i tornado, ecc), né nella frequenza di quelli extratropicali, anche se i danni derivanti da tali tempeste appaiono in aumento. Pertanto, pur non essendo variata la frequenza, sembrerebbe aumentata l'intensità o la violenza di tali tempeste.

 

Le ipotesi di cambiamento climatico

 

Anche se avessimo un modello di previsioni climatiche perfetto, le proiezioni sul clima del futuro, comunque, dipenderebbero molto dalle ipotesi di crescita della popolazione, di uso delle risorse e, complessivamente dallo sviluppo socio-economico mondiale. Si possono fare degli scenari (in base a delle diverse ipotesi di sviluppo). In questo contesto si può ipotizzare che, nel periodo che va dal 1999 al 2100, la temperatura media globale del nostro pianeta potrebbe aumentare, per cause dovute alle attività umane, da un minimo di 1.4°C (caso più ottimistico) ad un massimo di 5.8°C (situazione più pessimistica). Il ciclo effettivo dell'acqua (ancora non ben simulato) ed i sistemi idrologici terrestri (soggetti a fluttuazioni) possono però indurre errori su questa valutazione, errori che a livello globale sono da considerarsi abbastanza contenuti, ma che invece a livello subcontinentale e locale possono portare o ad una esaltazione del fenomeni di riscaldamento, o ad una riduzione degli stessi.

Se si analizzano le proiezioni future partendo dall'ipotesi di crescita di 1% per anno della concentrazione atmosferica di anidride carbonica (che è più o meno il tasso di crescita attuale) si ricava che fra circa 70 anni, quando la concentrazione atmosferica di anidride carbonica sarà circa doppia di quella attuale, la temperatura media del pianeta sarà aumentata di circa 2°C. Ma, la temperatura continuerà ad aumentare ancora, anche se tale concentrazione doppia non cambierà più. La temperatura, infatti, continuerà ad aumentare per i successivi 70-100 anni di circa 1.5°C, fino a portarsi a circa 3.5°C, rispetto alla situazione attuale, nel 2140-2170. In altre parole, vi è un ritardo tra stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica e stabilizzazione della crescita della temperatura. Nel caso in cui la crescita della concentrazione atmosferica di anidride carbonica non si dovesse fermare ma continuasse ancora fino a quadruplicare, l’aumento della temperatura continuerebbe arrivando a +3.5°C al 2100 e a circa +5.5°C nel 2150, per poi stabilizzarsi intorno ai +7°C dopo il 2200.

Non c’è dubbio che gli aumenti di temperatura in corrispondenza di aumenti di concentrazione dell'anidride carbonica avvengono con ritardi di qualche decina o anche di qualche centinaio di anni, a seconda del tasso di crescita dell'anidride carbonica atmosferica. Nel caso di tasso di crescita del 1% per anno, il ritardo è valutabile in 70-100 anni.

 

Incrementi di temperatura e precipitazioni.

 

La valutazione dei cambiamenti nel regime delle precipitazioni, essendo questo un fenomeno molto variabile, deve considerare medie temporali (su archi di tempo almeno decennali o ultradecennali) oltre che medie spaziali. Le precipitazioni medie globali, considerate su archi di tempo ventennali, tendono a crescere fino a raggiungere nel 2060-2080 (periodo nel quale si raddoppia la concentrazione atmosferica di anidride carbonica) un incremento (medio globale e medio ventennale) del 2.4%, rispetto alla situazione attuale. Questo incremento appare più accentuato nelle medie ed alte latitudini e molto meno alle basse latitudini dove prevale viceversa la diminuzione. L'intensità delle precipitazioni estreme tende ad aumentare ad un ritmo maggiore rispetto al ritmo di aumento delle precipitazioni medie totali e tende ad aumentare parallelamente la probabilità di occorrenza di tali fenomeni estremi.

 

Innalzamento del livello del mare

 

Le proiezioni future indicano che il livello del mare al 2090 aumenterà complessivamente da un minimo di circa 20 cm ad un massimo di circa 50 cm. Tale massimo potrebbe portarsi anche a 75 cm nel 2100 nel caso che la temperatura media globale tendesse ad aumentare più di 2°C. All'innalzamento del livello del mare contribuiscono diverse cause, quali: l'espansione termica degli oceani, lo scioglimento dei ghiacciai delle medie e basse latitudini, lo scioglimento delle calotte polari. L’espansione termica degli oceani è la causa fondamentale di innalzamento del livello marino. L’innalzamento del livello del mare è diverso a seconda delle diverse regioni del globo. Nel Mediterraneo tale innalzamento dovrebbe essere contenuto entro i 20-30 cm al 2090. Entro la fine di questo secolo una marea di un metro sommergerebbe gran parte di New York (compreso l'intero sistema della metropolitana e i 3 principali aeroporti per un danno, stimato dall'OCSE, di 970 miliardi di dollari) e finirebbero sott'acqua i delta fluviali densamente popolati del Bangladesh, della Cina, dell'Egitto e della Nigeria (tutti sotto il livello del mare) con costi inconmensurabili.

Su queste basi l'IPCC ha espresso le seguenti considerazioni ai fini dell'attuazione del Protocollo di Kyoto: 1) Poiché le emissioni globali di anidride carbonica (il principale gas serra) sono attualmente circa doppie delle capacità naturali del pianeta di assorbire l'anidride carbonica atmosferica, l'eccesso non assorbito tende a permanere in atmosfera per periodi di tempo medi attorno ai 70-100 anni e ad accumularsi. Di conseguenza l'IPCC ritiene necessaria già da subito una riduzione delle emissioni di anidride carbonica di almeno il 50% (ma in realtà, oltre il 50% se si tiene conto degli accumuli passati) per rientrare nell'equilibrio naturale complessivo del sistema climatico.

2) La stabilizzazione delle emissioni di anidride carbonica agli attuali livelli (o ai livelli del 1990 come in discussione nei negoziati internazionali sul clima) non porterà alla stabilizzazione delle concentrazioni di anidride carbonica nell'atmosfera ma, stante il disequilibrio tra emissioni globali ed assorbimenti globali, ad una sua crescita continua che dipende dal tasso di accumulo in atmosfera e dalla vita media dell'anidride carbonica (intorno al centinaio di anni). Invece la stabilizzazione delle emissioni di gas serra come il metano ed il protossido di azoto porterà anche alla stabilizzazione delle concentrazioni di tali gas serra in aria ma solo dopo alcuni decenni.

 3) Dopo la stabilizzazione in atmosfera delle concentrazioni di anidride carbonica e degli altri gas di serra, la temperatura continuerà a crescere ugualmente e si stabilizzerà con un ritardo valutato in 70 anni o più, dopo la stabilizzazione delle concentrazioni in aria. Attualmente, quindi, possiamo solo rallentare più o meno i possibili cambiamenti climatici futuri dovuti a cause antropiche, ma non eliminarli.

 

Gli impatti dei cambiamenti climatici in Europa e nel Mediterraneo.

 

Per quanto riguarda gli impatti ambientali derivanti dai possibili cambiamenti climatici in Europa anche nel caso del tutto teorico di cessazione della crescita della popolazione mondiale (popolazione mondiale costante) e di cessazione dello sviluppo socioeconomico dei paesi industrializzati (crescita economica zero dei paesi industrializzati), i gas-serra in atmosfera comunque aumenteranno (a meno di rivoluzioni tecnologiche tali da rendere residuali le emissioni di gas di serra) se le condizioni di vita e di qualità della vita dei paesi in via di sviluppo, come sarebbe loro diritto, dovessero migliorare (condizioni che riguardano attualmente ben l’ottanta per cento della popolazione mondiale).

I rischi da alluvioni e da inondazioni tenderanno ad aumentare ed aumenteranno anche i rischi di disponibilità di adeguate risorse idriche, in particolare sul sud Europa e nell'area mediterranea. I cambiamenti climatici tenderanno ad aumentare le differenze tra nord e sud Europa (eccesso di acqua nel nord Europa, mancanza d'acqua nel sud Europa).

La qualità dei suoli tenderà a deteriorarsi in tutta l'Europa. In particolare, nel nord Europa il deterioramento potrà essere provocato principalmente dal maggior dilavamento dei suoli ad opera della crescita delle precipitazioni e dei maggiori rischi di alluvione, mentre nel sud Europa, al contrario, il deterioramento potrà essere provocato dalla degradazione dei suoli da erosione e perdita di nutrienti a causa dalla diminuzione delle precipitazioni e dai maggiori rischi di siccità.

L'aumento della temperatura media e la crescita delle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera possono cambiare gli equilibri degli ecosistemi naturali con modifiche anche nel paesaggio. La vegetazione e gli ecosistemi naturali più tipici dell'area mediterranea tenderanno a spostarsi verso il centro Europa, così come le foreste di conifere e quelle tipiche boreali delle medie latitudini potrebbero prendere il posto della tundra presente attualmente alle più alte latitudini dell'Europa. Nell'area mediterranea, invece, tenderanno sia ad aumentare gli incendi boschivi, sia a crescere i rischi di perdita degli ecosistemi e della biodiversità attuale. Le conseguenze si ripercuoteranno anche sulla fauna e soprattutto su quella migratoria.

 

Agricoltura L'aumento di anidride carbonica in atmosfera tenderà ad aumentare la produttività agricola soprattutto del nord e del centro Europa. Nel sud Europa, invece, la riduzione della disponibilità d'acqua e l'aumento della temperatura dovrebbero provocare l’ effetto opposto. Complessivamente, l'Europa non subirebbe modifiche significative nella produttività agricola totale, ma solo una diversa distribuzione. Infatti, il nord Europa, con i cambiamenti climatici riceverebbe degli effetti positivi, mentre il sud Europa, al contrario, degli effetti negativi che tenderebbero complessivamente a bilanciarsi.

 

Eventi estremi. Il probabile aumento della frequenza e della intensità degli eventi meteorologici estremi porterà ad un aumento dei danni economici e sociali sulle strutture ed infrastrutture residenziali e produttive. L'aumento della temperatura tenderà a modificare anche l'uso del tempo libero della popolazione ed in particolare tenderà a stimolare maggiori attività turistiche all'aria aperta nel nord Europa ed a ridurle, invece, nel sud Europa. Nell'area Mediterranea in particolare, le più frequenti ondate di calore e di siccità, insieme alla minore disponibilità di acqua potrebbero modificare le attuali abitudini turistiche concentrate soprattutto in estate, così come il minor innevamento e la progressiva ritirata dei ghiacciai potrebbe modificare e ridurre l'abituale turismo invernale alpino. I ghiacciai alpini potrebbero scomparire entro la fine di questo secolo al ritmo attuale.

 

Ambiente marino-costiero. L'aumento del livello del mare comporterà maggiori rischi per le zone costiere europee del Mediterraneo. I maggiori problemi sono la perdita di zone umide alla foce dei fiumi, l' invasione di acqua salata nelle falde costiere di acqua dolce con conseguenze sull'agricoltura e sulla disponibilità di acqua dolce, ed infine, la maggiore e più rapida erosione delle spiagge. Nell'Europa settentrionale, le zone costiere più esposte a rischio di inondazione sarebbero quelle del mar Baltico ed in particolare della Polonia.

 

Quali alternative?

 

Secondo un recente studio del Enea (ente italiano per la ricerca sulle nuove fonti di energia): “…l'unica alternativa realistica per ridurre drasticamente le emissioni e minimizzare l'impatto negativo dei cambiamenti climatici è un grande sforzo comune nazionale ed internazionale sulla ricerca scientifica, tecnologica e impiantistica in grado di innescare soprattutto una "rivoluzione" energetica e cioè portare l'uomo da un sistema socio-economico e di sviluppo basato quasi unicamente sui combustibili fossili e sul massiccio uso delle risorse naturali, come è oggi, ad un sistema socio-economico e di sviluppo indipendente (o quasi) dai combustibili fossili e dall'uso delle risorse naturali.

Secondo le principali raccomandazioni internazionali (a livello europeo ed extraeuropeo) le linee portanti di queste azioni scientifiche dovrebbero riguardare:

a) la ricerca climatica e le osservazioni globali (analisi e previsioni climatiche precise, ma anche definizione dettagliata di impatti e rischi);

b) nuove e inesplorate fonti primarie di energia (sorgenti energetiche senza emissione di gas serra);

c) nuovi vettori energetici e fonti secondarie (oltre l'idrogeno, anche ulteriori vettori energetici non contenenti carbonio: sembra esistano buone prospettive anche per il boro e l'alluminio)

d) nuovi modi di usare fonti e vettori energetici sia tradizionali che nuovi (riduzione della intensità carbonica nella produzione ed uso di energia);

e) nuovi sistemi e/o tecnologie per ridurre l'intensità energetica complessiva, cioè sminuire l’attuale rapporto tra sviluppo e consumo di energia.”

Se, alla luce di quanto scritto sopra, paragoniamo queste proposte con gli accordi presi finora in sede internazionale dovremmo concludere che i governi e le classi dirigenti stanno giocando col fuoco permettendo l’accumulo di sostanze che già oggi stanno sconvolgendo il clima, ma che avranno conseguenze irreversibili per 70-100 anni dopo la loro emissione in atmosfera. Questi stessi governi rifiutano di ascoltare gli appelli alla prudenza della maggioranza della comunità scientifica, mantengono un scarso impegno nella ricerca al riguardo e infine si rifiutano di realizzare le politiche necessarie per cominciare a invertire i processi di inquinamento con la scusa che sono troppo cari e che metterebbero a rischio le loro economie…

Gli attuali livelli di inquinamento prodotti in un contesto mondiale che mantiene più di un terzo dell’umanità sotto la soglia della povertà estrema e fuori delle economie industrializzate, sono destinati ad una crescita esponenziale se non viene trasformato radicalmente l’odierno rapporto tra consumo di energia e sviluppo economico. Ma per rendere ciò possibile bisogna trasformare radicalmente il sistema economico dominante. Il capitalismo, basato sulla ricerca del massimo profitto col minor investimento possibile è incapace di creare le condizioni per un impegno epocale, massicci investimenti, ricerca scientifica ispirata non ai profitti aziendali, ma alla soddisfazioni dei bisogni dell’umanità, non solo delle generazioni di oggi, ma anche di quelle future.

Il rifiuto di Bush di aderire agli accordi di Kyoto perché minaccerebbero gli interessi dell’economia Usa, mentre spende 4 miliardi di dollari al mese nella occupazione dell’Irak è la dimostrazione plateale di come nell’attuale disordine mondiale non sarà possibile studiare e immaginare le alternative nel campo energetico, della produzione di beni e dei trasporti, dei consumi e del tempo libero necessarie per scongiurare la catastrofe annunciata. Dev’essere chiaro a tutti che l’ampiezza del problema è tale che misure parziali come la riduzione delle emissioni proposte a Kioto, il riciclo dei rifiuti, la costruzione di qualche parco quà e là sono utili sicuramente, ma assolutamente insufficienti.

Per la prima volta nella sua storia l’umanità dispone dei mezzi per distruggere il pianeta che l’ha visto nascere e svilupparsi, ma questi mezzi, sottratti al controllo della minoranza capitalista e usati in un contesto di democrazia operaia, senza sprecare nessuna risorsa umana e materiale che sia, possono anche trasformare questo pianeta in un giardino, dove siano sradicati per sempre la fame, le guerre e la miseria. La stragrande maggioranza della popolazione, che non ha avuto finora voce in capitolo nelle scelte che ci hanno portato alla situazione odierna, deve essere cosciente della posta in gioco.