Diossina nei polli, mucca pazza… - Falcemartello

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Un sistema agroalimentare da rifare!

Dalla "mucca pazza" al pollo alla diossina, passando per il bovino agli ormoni, la soia transgenica, le farine agli estratti di cadavere per gli animali da macello o i pesci d’allevamento, fino all’acqua minerale e alla Coca-Cola contaminate, la lista dei prodotti alimentari adulterati si allunga. Un filo rosso collega queste aberrazioni: la ricerca del massimo profitto da parte delle multinazionali dell’agroalimentare che hanno trasformato l’agricoltura e la zootecnia a scapito della salute di noi tutti.

Ogni volta lo scandalo viene presentato come l’eccezione e scompare presto dalle pagine dei giornali. Si nascondono ritardi, lassismo, quando non vere e proprie complicità da parte delle autorità preposte ai controlli (vedi il tentativo a ferragosto della Commisione Europea di raddoppiare i limiti legali dei residui di PCB -un precursore delle diossine - negli alimenti). La diossina nei pollami è comparsa più volte in passato. Quanti si ricordano che nel 1998 in Francia quantità inaccettabili di diossina sono state trovate nel latte proveniente dal Nord del paese?. La causa diretta dell’in-quinamento erano alcuni inceneritori che avevano inquinato i pascoli vicini.

Nell’incidente francese, des-critto in precedenza, dall’erba su cui si era posata dopo aver lasciato i camini degli inceneritori la diossina è passata alle mucche (in particolare nel loro grasso) e da qui al loro latte, concentrandosi ogni volta di più, ad ogni passaggio.

In effetti la progressiva concentrazione, e la caratteristica più subdola e pericolosa di questa sostanza cancerogena. Inoltre, grazie ad una tecnica di alimentazione degli animali di allevamento, che allunga in modo innaturale la catena alimentare (polli alimentati con grasso animale, residui indusriali e fognarii) la concentrazione della diossina aumenta, nell’ultimo anello della catena, anche migliaia di volte, rispetto al valore iniziale. E l’uomo è sempre l’ultimo anello di queste catene artificialmente allungate.

Pertanto non dovrebbe meravigliare il fatto che si trova molto più diossina nel latte umano rispetto al latte vaccino. E si arriva al paradosso che, in molti casi, il latte umano non potrebbe essere consumato in quanto il suo contenuto di diossina è spesso superiore ai valori guida ammessi per il latte di mucca!

Diossina e inceneritori

L’incenerimento dei rifiuti continua ad essere la principale fonte di emissione di diossine. Nonostante i miglioramenti degli impianti, la quantità di diossina prodotta da questo sistema di smaltimento dei rifiuti è tutt’altro che trascurabile. Un moderno impianto di incenerimento dell’ultima generazione, in un anno, emette in atmosfera circa 250 miliardi di picogrammi di diossina (un picogrammo = un miliardesimo di grammo).

Dai dati disponibili risulta che nei polli belgi a minor tasso di contaminazione (ma comunque ampiamente fuorilegge) c’erano circa 550mila picogrammi di diossina. Dunque la quantità di diossina emessa annualmente da un solo inceneritore potrebbe essere sufficiente a contaminare gravemente quasi mezzo milione di galline! Certamente non tutta la diossina prodotta da un inceneritore finisce nelle galline. Tuttavia è il caso di ricordare che la vita media di un inceneritore è di 20 anni e che se verranno realizzati i progetti previsti, in Italia gli inceneritori in funzione passeranno dagli attuali 50 a ben 223. Oggi, in Italia, la quantità di diossina prodotta pro-capite è di 16.8 microgrammi , già ora superiore alla media europea: 13.2 microgrammi.

In testa a tutti guarda caso, i belgi con ben 45.2 microgrammi di diossina pro capite, in buona parte da attribuire alla scelta fatta nel passato da questo paese, ovvero di incenerire il 54% dei suoi rifiuti, un altro record europeo.

Quando, negli anni ‘80, le lobby agroindustriali britanniche, decise ad abbassare in ogni modo i loro costi di produzione, liberalizzarono il settore della carne bovina, non si aspettavano conseguenze tanto disastrose sulla salute degli animali e degli uomini, ma nel 1996, l’individuazione dell’encefalopatia spongiforme bovina (Esb), detta della "mucca pazza", fece nascere dei sospetti su alcune pratiche agricole. Anche allora si disse che le carni del resto dell’Europa erano di qualità; poche voci accusarono il sistema intero agroalimentare basato su pratiche industriali e alla ricerca del massimo profitto.

Vennero accusati i contadini, che sono anche queli che hanno pagato la maggior parte delle perdite, mentre invece erano vittime dei produttori di alimenti per bestiame e dei loro alleati, le industrie di macellazione. Niente è stato fatto per attaccare il problema alla radice.

Le farine animali

L’uso, oggi messo sotto accusa con grande clamore, delle farine animali incorporate come proteine nell’alimentazione del bestiame, non è cosa nuova. L’allevamento intensivo industriale ha costruito la sua potenza e la sua strategia di conquista dei mercati mondiali attingendo da una fonte inesauribile: i rifiuti riciclati dei mattatoi che diventano cibo per animali. Ogni giorno dagli aeroporti olandesi partono milioni di uova per i quattro punti cardinali. Le uova olandesi riescono a vendersi dappertutto per i loro prezzo competitivo, ma a quale prezzo sono riusciti a comprimere così i costi?

La responsabilità di questa situazione non è solo degli inglesi o degli olandesi: sotto accusa è l’orientamento dato alla Pac (Politica agraria comunitaria) da tutti i governi europei, visto che le decisioni si prendono all’unanimità. Mantenere l’autorizzazione a fare uso di farine negli alimenti per suini e pollame apriva la strada a tutti i traffici e a tutte le derive. E infatti, qualche mese più tardi, nel 1997, si scatenava nei Paesi Bassi un’epidemia di peste suina che rese necessario abbattere milioni di capi di bestiame. Costo dell’operazione: un miliardo di ecu (circa 2mila miliardi di lire), per metà a carico dei contribuenti europei. Sotto lo shock dei polli belgi la Francia ha proposto ancora di proibire l’uso di farine di origine animali nell’allevamento di animali. Ancora una volta tutto è stato congelato!

Una lobby potente

Comunque nessuna misura tampone risolverà problemi che nascono dall’imposizione di un modello produttivo, organizzato, tramite la Pac, a esclusivo beneficio delle lobby dell’agroalimentare e in particolare delle transnazionali che producono alimenti per animali, antibiotici e stimolatori di crescita. Secondo stime ufficiali, in un allevamento con meno di 100 suini i costi relativi agli antibiotici sono di 120mila lire per animale. Ma quando la produzione si concentra in un solo luogo, le spese possono superare le 300mila lire per capo di bestiame.

L’obiettivo non è più allora curare l’animale, ma ottenere un aumento di peso artificiale attraverso un costante trattamento di bassa intensità con antibiotici allo scopo di prevenire anche la più lieve infezione.

Si sa che le salmonelle, facilmente presenti nella filiera avicola, sono all’origine dell’70% delle infezioni tossiche collettive di origine alimentare censite in Europa. I batteri diventano sempre più resistenti agli antibiotici usati in quantità eccessiva, con i conseguenti inconvenienti nel trattamento delle malattie infettive.

Il comitato direttivo scientifico dell’Unione europea ha pubblicato un rapporto nel quale chiede il bando dell’uso generalizzato di antibiotici. Ma il comitato, fino a luglio 1999, non ha trovato udienza a Bruxelles. Stupidità? No, piuttosto grossi interessi economici! Solo questo settore del mercato farmaceutico mondiale rappresenta circa 250 miliardi di dollari. Il movimento operaio italiano ed europeo dovrà porsi il problema della difesa del diritto alla salute, assieme ad un lavoro ed un salario degno. Lasciare questo aspetto così vitale alle associzioni ecologiste o di difesa dei consumatori significa nel miglior dei casi arrivare a denunciare i problemi.

La soluzione è possibile solo ponendo il problema chiaramente: finché la produzione delle risorse alimentari è un’affare dei capitalisti questi scandali saranno all’ordine del giorno. Come abbiamo visto controlli, leggi e raccomandazioni saranno poco rigorose o poco applicate, visto che le autorità seguono più le aziende che i cittadini che dicono di rappresentare. Solo la nazionalizzazione delle aziende e la pianificazione democratica delle risorse per ottenere il miglior cibo possibile può risolvere il problema. Anche a tavola il socialismo è all’ordine del giorno.

La diossina si forma in ogni combustione in cui è presente anche cloro - bruciare plastica clorurata è l’ideale - ed è una sostanza molto stabile: ci vogliono decine di anni perche’ scompaia dai terreni contaminati e, assunta attraverso il cibo, si concentra nel tessuto adiposo dove resta per anni.