Maremoto in Asia - Falcemartello

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Un disastro provocato dal capitalismo

 

La tragedia provocata dal maremoto nel sud-est asiatico ha lasciato tutti sgomenti. Intere comunità spazzate via nel giro di pochi minuti, il numero dei morti, ormai centinaia di migliaia, che aumenta giorno dopo giorno e di cui non sapremo mai la cifra definitiva. Un evento così drammatico che subito ha scatenato una straordinaria gara di solidarietà, protagonisti tanti lavoratori e gente comune, per aiutare le popolazioni colpite. Una solidarietà sacrosanta che però non ci deve fare perdere di vista responsabilità pesanti legate al disastro.


Era proprio inevitabile?

È comune la convinzione che l’uomo sia disarmato ed impotente di fronte alle catastrofi naturali. Sicuramente i terremoti non si possono impedire ed anzi sono connessi con l’esistenza della vita stessa del nostro pianeta. Ma quello che sicuramente si può fare è prevenire ed attenuare gli effetti di un cataclisma come quello del 26 dicembre.

Non sfugge a nessuno il fatto che se il maremoto fosse avvenuto in Giappone o sulle rive della California le perdite di vite umane sarebbero state senza dubbio inferiori. In questi paesi esiste un sistema di monitoraggio e di allarme dei fenomeni sismici. Il centro con sede nelle Hawaii aveva avvertito la scossa tellurica al largo di Sumatra appena avvenuta anche se all’inizio ne aveva sottovalutato la rilevanza “Il terremoto si è verificato al di fuori del Pacifico. Non esiste alcuna minaccia di uno tsunami distruttivo”, comunicava in un bollettino tuttora reperibile su Internet. Nei minuti successivi i sismologi americani si ricredono e avvertono il Dipartimento di Stato, il pericolo a loro avviso ora è “vicino all’epicentro”. Da Washington si preoccupano di allertare subito la loro base militare di Diego Garcia, un’isola situata nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, che pare non abbia subito danni, mentre sembrano trovare incredibili difficoltà nel rintracciare telefonicamente i centri sismologici dei paesi dell’area. Così le autorità indiane, thailandesi e srilankesi non si preoccupano più di tanto e comunque non hanno predisposto in precedenza alcun sistema di allarme. Eppure i maremoti non sono un fenomeno così raro nell’Oceano Indiano. Nel 1945 uno tsunami sconvolse Bombay, uccidendo diverse centinaia di persone. Anche Sumatra è stata nel passato sede di numerosi terremoti.

Forse il nocciolo del problema sta in quanto ha dichiarato Budi Waluyo, alto funzionario dell’Agenzia Indonesiana di Metereologia e Geofisica: “non abbiamo a disposizione alcun sistema di allarme. La strumentazione è molto costosa e non abbiamo i soldi per comprarla”. (The Independent, 30/12/2004). Un’altra intervista a Jose Borrero, ricercatore dell’Università di Southern California, è ancor più rivelatrice: “il sistema (…) non è troppo costoso. Il problema è l’attenzione a queste cose e decidere se vale la pena mettere in piedi un sistema che potrebbe servire solo una volta ogni cento, duecento o anche trecento anni.”

Insomma il maremoto si poteva fronteggiare in maniera efficace, ma investimenti in questo campo sono ben poco redditizi nel breve termine. Meglio costruire un villaggio vacanze distruggendo l’ecosistema circostante, questo sì che è un ottimo affare per… le multinazionali del divertimento e per i governi dei paesi dell’area totalmente succubi dell’imperialismo occidentale.

La logica dei “due pesi e due misure” si può notare anche sul versante delle vittime dello tsunami. Per giorni i mass media e i giornali si sono interessati esclusivamente dei morti e dei dispersi occidentali, ignorando totalmente le vittime locali. Una delle zone più colpite è l’isola di Sumatra. Nella regione settentrionale di Aceh al momento in cui scriviamo si trovano due terzi dei morti ma giungono notizie molto frammentarie. La regione è oggetto di una repressione spietata da parte del governo indonesiano a causa delle sue spinte indipendentiste e le potenze occidentali non sembrano voler interferire con le scelte di Jakarta. L’Indonesia rimane un alleato prezioso e forse anche per questo gli Stati Uniti considerano una “priorità” intervenire ad Aceh con gli aiuti che in un secondo tempo con facilità si potranno trasformare in proprie basi militari sul suolo straniero. Nelle parole del dipartimento di Stato Usa l’attuale è “la più grande operazione delle forze armate statunitensi nel sud-est asiatico dai tempi del Vietnam.”.

L’ipocrisia degli aiuti

È necessario fare luce sull’ipocrisia degli aiuti umanitari. Quelli delle potenze occidentali puzzano tanto di elemosina. I 350 milioni di dollari stanziati dal governo Bush e strombazzati ai quattro venti come un nuovo “Piano Marshall”, equivalgono alle spese di un giorno, o poco più, di occupazione dell’Iraq! Anche i privati dimostrano una simile “generosità”. La Coca Cola ha offerto dieci milioni di dollari quando nel 2003 il suo utile lordo è stato di 5,5 miliardi: ha regalato cioè lo 0,2% dei suoi profitti. La Nike, che ha realizzato nel 2004 utili per 1,6 miliardi di dollari buona parte dei quali ottenuti sfruttando operai tailandesi duramente colpiti dal maremoto, ha offerto addirittura… un milione di dollari! (dati forniti da il Manifesto, 02-01-2005)

Molto più di queste elemosine potrebbe fare la cancellazione del debito estero che strangola la stragrande maggioranza di questi paesi. Ma l’argomento è un tabù ed i governi più arditi, come il tedesco e l’italiano, si spingono a parlare al massimo di una “moratoria”. Ricordiamo che nel 1997 una moratoria fu applicata nei confronti dei paesi dell’America Centrale colpiti dall’uragano Mitch. Nel medio termine ciò ha prodotto effetti addirittura controproducenti: gli interessi non corrisposti sono stati lo stesso ricapitalizzati per essere ripagati alla scadenza della moratoria. Il debito estero rappresenta uno strumento formidabile di ricatto nei confronti dei paesi “in via di sviluppo”. Le potenze imperialiste non hanno alcuna intenzione di rinunciarvi.

Le ultime voci, agghiaccianti ma purtroppo verosimili, della compravendita dei bambini rimasti orfani in Thalilandia o in Indonesia non fanno altro che confermare la realtà del sistema in cui viviamo, dove ogni cosa è una merce e tutto può essere fonte di profitto. Il turismo sessuale il traffico di organi e le adozioni non sono altro che dei settori di investimento, molto remunerativi nella logica del capitale.

Un sistema, quello capitalista, che rivela tutta la sua crudeltà quando non ferma i suoi meccanismi nemmeno davanti a tragedie come queste, ma anzi li usa per espandere il suo dominio e moltiplicare le sue ricchezze. Un sistema che costituisce oggi un ostacolo assoluto al benessere e al futuro stesso dell’umanità.

Oggi la scienza ha fatto grandi passi in avanti ed eventi catastrofici potrebbero essere prevenuti. Tra agosto e settembre 2004 uragani con caratteristiche simili hanno colpito sia Cuba che Haiti: nel primo caso i danni sono stati limitati, nel secondo i morti sono stati migliaia. Cuba ha posto come priorità la difesa del territorio da fenomeni ricorrenti come gli uragani, Haiti no.

Ma questo ha un costo che i capitalisti e i loro governi non sono disposti a sostenere. Come vengono sfruttate le risorse, chi decide sull’utilizzo delle scoperte scientifiche e sulla direzione che la ricerca debba prendere: sono tutti quesiti a cui i comunisti devono fornire una risposta. Lo sviluppo non è un problema in sé, come affermano nuove teorie che vanno oggi per la maggiore in tanti circoli della sinistra secondo le quali dovremo tornare a vivere quasi all’età della pietra.

La chiave risiede in quale classe controlla lo sviluppo scientifico, tecnologico ed industriale: un manipolo di padroni o la stragrande maggioranza della popolazione, oggi formata in tutto il mondo dai lavoratori e dalle loro famiglie. Un futuro dove l’essere umano possa vivere in armonia con la natura, forte delle scoperte scientifiche che il suo ingegno ha sviluppato, è totalmente possibile e si chiama socialismo.

Milano, 7 gennaio 2005