A 30 anni della morte di Che Guevara - Falcemartello

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A 30 anni della morte di Che Guevara

Che Guevara
Rivoluzione socialista o lotta di guerriglia?

Ad Ottobre ricorrerà il trentesimo anniversario della morte di Ernesto "Che" Guevara. Pensiamo sia una buona occasione per avviare una riflessione sulla figura e sulle idee del rivoluzionario argentino, al di là della retorica o di certe raffigurazioni mitiche da parte di diversi mass-media, dove viene trattato alla stregua di un divo del cinema o un cantante rock. Questo è lo scopo principale di questo articolo, che anticipa l’uscita in settembre di una nuova edizione aggiornata del nostro opuscolo, vecchio ormai di più di due anni, "Cuba - Una rivoluzione al bivio".

Gli inizi

Ernesto Guevara nasce a Rosario, in Argentina, nel 1928. Suo padre è un costruttore edile. Trasferitosi con la famiglia a Buenos Aires, si iscrive a Medicina. Si laureerà nel 1953, dopo di che continuerà i viaggi attraverso l’America Latina che aveva intrapreso negli anni
precedenti.

L’esperienza del governo progressista di Arbenz, con i suoi tentativi di riforma agraria, lo porta in Guatemala; lì incontrerà Hilda Gadea, giovane militante dell’ala "marxista" dell’Apra peruviano, che lo introdurrà al marxismo.

Bisogna avere ben presente in quale contesto avviene la formazione politica del Che per capirne le evoluzioni future. Autodidatta, non poteva non venire influenzato dallo stalinismo: la vittoria dell’Urss nella Guerra mondiale o la rivoluzione cinese del 1949 erano potenti poli d’attrazione per ogni militante. A questo proposito è interessante il racconto di Carlos Franqui: nel 1956 Guevara, che intanto aveva conosciuto in Messico Fidel Castro e aderito al "Movimento 26 luglio" nutriva grosse illusioni verso lo stalinismo.

"(Fidel e il Che) dormivano accanto. Studiavano un libro del Che, I fondamenti del leninismo di Stalin. Noi tre abbiamo avuto una discussione molto seria. Il Che lo difendeva e io l’attaccavo. L’opinione di Fidel Fu lapidaria: "Una rivoluzione, per non dividersi ed essere sopraffatta, ha bisogno di un capo. Vale di più un cattivo capo, che venti capi buoni."" (C. Franqui, Diario della rivoluzione cubana, 1977. pag. 159)

Né Fidel, né il Che simpatizzavano tuttavia per i Partiti Comunisti latino americani, estremamente degenerati. La politica di collaborazione con la "borghesia democratica", dettata da Mosca, aveva portato in molti paesi i Pc ad appoggiare veri e propri dittatori, come a Cuba, dove a un certo punto ebbero due ministri nell’esecutivo di Batista!

Quali erano allora le idee di Castro e Guevara al momento del ritorno a Cuba alla fine del 1956?

Il proclama che sarebbe stato letto dai rivoltosi dopo l’assalto alla Caserma Moncada il 26 luglio 1953, una volta preso possesso della stazione radio, recitava così:

"La Rivoluzione dichiara la sua ferma intenzione di porre Cuba su un piano di benessere e di prosperità economica (...). La Rivoluzione dichiara il proprio rispetto dei lavoratori e l’instaurazione della totale e definitiva giustizia sociale, fondata sul progresso economico e industriale sotto un piano nazionale ben ideato e sincronizzato (...). La Rivoluzione riconosce e si basa sugli ideali di Martì (...) e adotta come proprio il programma rivoluzionario della Joven Cuba dei radicali Abc e del Ppc [gli ortodossi] (...). La Rivoluzione dichiara il proprio assoluto e riverente rispetto per la Costituzione data al popolo nel 1940 (... ). In nome dei martiri, in nome dei sacri diritti della Patria (...). (H. Thomas, Storia di Cuba, 1973, pag. 625).

Questo proclama, ribadito ulteriormente nel famoso discorso conosciuto come "La storia mi assolverà" tenuto da Castro durante il processo, rivela che a quell’epoca egli pensava alla possibilità di realizzare radicali riforme democratiche all’interno del sistema capitalistico.

Il richiamo alla Costituzione concessa da Batista nel 1940, piena di belle parole ma niente più, la partecipazione agli utili per gli operai e gli impiegati dell’industria; la partecipazione agli utili dello zucchero per i coloni indipendenti (S. Tutino, L’ottobre cubano, pag. 207), come enunciato durante il processo, fanno difficilmente credere alle affermazioni dello stesso Fidel, dopo la rivoluzione, "di essere stato sempre un marxista-leninista".

L’ideale di Fidel e del Che era quello di uno sviluppo all’interno del sistema capitalista basato sulla fraterna collaborazione fra le classi. Era possibile?

Rivoluzione permanente

Nei paesi più arretrati, come nel caso dell’America latina, il problema fondamentale è quello di portare a termine i compiti della rivoluzione democratico-borghese, come quella francese del 1789. In parole povere, lo sviluppo di un’industria non succube dal capitale estero, la distribuzione della terra ai braccianti, creare uno Stato nazionale dotato di una propria indipendenza e di una democrazia parlamentare.

Nell’epoca moderna non è possibile che le borghesie nazionali di questi paesi, arrivate in ritardo sulla scena della storia, siano in grado di assolvere questi compiti. Non possono attuare una efficace riforma agraria, perché legate a doppio filo, spesso anche familiare, con i grandi latifondisti. Sono inoltre incapaci di sviluppare una vera industria nazionale, essendo l’economia dominata dalle multinazionali che sfruttano la manodopera a basso costo e depredano queste nazioni di materie prime e altre ricchezze. Così anche la borghesia cubana era incapace di elaborare un piano di sviluppo che rendesse l’isola indipendente dalla canna da zucchero, che rappresentava più dell’80% delle esportazioni: così tutta l’economia era condizionata dalle fluttuazioni dei prezzi di questo prodotto sul mercato mondiale.

Quali erano i rapporti di forza fra le classi a Cuba?

Hugh Thomas, nella sua Storia di Cuba, parla di quattrocentomila famiglie del proletariato urbano negli anni Cinquanta. Secondo queste stime, la classe operaia urbana sarebbe stata più del 20% della popolazione attiva. Se si aggiungono i braccianti agricoli, i dipendenti statali e gli impiegati (circa 140.000) la maggioranza della popolazione cubana era costituita da salariati, buona parte dei quali ben organizzati sindacalmente.

Il compito di ogni rivoluzionario a Cuba era quindi quello di basarsi su questa consistente classe operaia, cercando di strapparla all’influenza dei dirigenti dei sindacati e dei partiti piccolo-borghesi e stalinisti, perché assumesse un ruolo centrale nel processo di abbattimento del capitalismo e di trasformazione della società, trascinando con sé come alleati i piccoli contadini e parte delle classi medie, arrivate alla rovina.

La società e l’economia cubana attraversavano infatti una crisi profonda. Nel novembre 1954 Batista si fece eleggere ancora una volta presidente. Il movimento operaio cubano si rianimava. Nel dicembre del 1955 scoppiò uno sciopero di mezzo milione di lavoratori del settore zuccheriero. Un anno dopo, una dozzina di membri della spedizione capeggiata da Fidel Castro si ritroveranno sulla Sierra Maestra e formeranno il primo nucleo della guerriglia.

La guerriglia nelle campagne

L’obiettivo dichiarato dei guerriglieri era quello di sviluppare attraverso gli scontri armati una situazione di conflitto, fino al punto in cui, godendo della simpatia delle masse contadine, si sarebbe potuta ottenere una vittoria. Non fu compiuto alcuno sforzo per costruire un partito di massa, né nelle campagne, né tantomeno nelle città. La negazione del ruolo decisivo della classe operaia in un processo rivoluzionario fu elevato a teoria soprattutto da Guevara dall’inizio degli anni Sessanta. Scriveva il Che nel 1961: "Quanto alle grandi concentrazioni urbane, (...) il nostro modesto parere è che, anche in questi casi, in condizioni di arretratezza economica, può risultare consigliabile sviluppare la lotta fuori dalle città, con caratteristiche di lunga durata." (E. Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia, 1969, pag. 419).

E ancora, nel suo scritto La guerra di guerriglia: "Nell’America sottosviluppata il terreno della lotta armata deve essere fondamentalmente la campagna." (E. Guevara, op. cit., pag. 284).

Confrontiamo questi ragionamenti con quanto affermava Lenin nel 1905 : "Il partito del proletariato non può mai considerare la guerra di guerriglia come il solo, o anche il principale, metodo di lotta. Questo metodo deve essere subordinato ad altri metodi. (...) Deve essere adeguato ai principali metodi della lotta, e nobilitato dall’influenza chiarificatrice del socialismo". (Lenin, Opere complete, Mosca 1972, vol. IX, pag. 221). E questo in un paese come la Russia dove i piccoli proprietari contadini avevano un peso molto maggiore che a Cuba!

Dopo la presa del potere, scrivendo le Tesi sulla questione agraria per il secondo congresso della Terza Internazionale: "Soltanto il proletariato urbano industriale, diretto dal Partito comunista, può liberare le masse lavoratrici delle campagne dal giogo del capitale e della grande proprietà fondiaria, dalla rovina economica e dalle guerre imperialiste, sempre inevitabili finché perdura il regime capitalistico. Per le masse lavoratrici nelle campagne non c’è altra via di salvezza se non nell’alleanza con il proletariato comunista, nell’appoggio illimitato alla sua lotta rivoluzionaria." (Lenin, op. cit., vol. XXV, pag 266).

Il marxismo non ha mai negato l’importanza dell’organizzazione del movimento contadino. Senza l’appoggio delle masse dei contadini poveri, milioni dei quali impegnati al fronte, la Rivoluzione d’Ottobre non sarebbe mai stata possibile. Ma fu la classe operaia industriale, pur rappresentando una chiara minoranza della società russa (poco più del 10%), a guidare il movimento e a costituire un regime di democrazia operaia, attraverso i suoi soviet. È nell’industria che, in ogni paese dove si siano instaurati rapporti capitalistici di produzione, si gioca lo scontro decisivo. Il posto della classe operaia nella produzione le assegna il ruolo dirigente nella lotta per il socialismo.

La storia del capitalismo è la storia della subordinazione delle campagne alla città. Tra il XVI e il XVIII secolo lo sviluppo industriale delle città europee aveva reso impossibile la sopravvivenza di rapporti feudali nell’agricoltura. Nelle rivoluzioni borghesi di quell’epoca (ed anche nelle controrivoluzioni) i contadini ebbero un ruolo notevole, ma le campagne non produssero mai una classe capace di realizzare da sola l’abolizione del feudalesimo. La borghesia cittadina, sviluppando la manifattura, ha generato una forza rivoluzionaria che ha conquistato l’egemonia politica sulle campagne e ha esteso ad esse la rivoluzione nei rapporti di proprietà. In un secondo momento, le campagne sono cadute sotto il dominio economico del capitale.

Il marxismo non è contrario all’organizzazione di una guerriglia contadina, come a Cuba, ma sempre come ausiliaria di un movimento proletario nelle città. Invece Guevara e Castro proponevano addirittura la costituzione di nuclei di guerriglia urbana, prioritari rispetto all’organizzazione sindacale e politica delle masse operaie. Questi metodi furono importati da alcuni gruppi anche in Europa alla fine degli anni Sessanta, con effetti disastrosi fra la classe lavoratrice.

Bakunin e gli anarchici sostenevano che i contadini, e il sottoproletariato, erano gli strati più rivoluzionari della società. Tale concetto nasceva dalla loro idea di come sarebbe avvenuto il cambiamento sociale: attraverso atti individuali o di piccoli gruppi, come il terrorismo o gli "espropri", cioè le rapine. Anche a Cuba il Movimento 26 luglio cercava di sostituirsi al movimento delle masse, specialmente nelle città. Nelle parole di Guevara "non è sempre necessario aspettare che si diano tutte le condizioni per la rivoluzione; il focolaio insurrezionale può crearle." (E. Guevara, op. cit., pag. 284).

La presa del potere

Il Movimento 26 luglio si caratterizzava anche per la sua discussione interna quasi inesistente. Lo stesso Che Guevara racconta che la direzione del movimento si riunì solo due volte prima della presa del potere! La sola istanza decisionale che abbia funzionato bene in realtà era Fidel in persona.

I ribelli "lottavano per il nobile ideale di una Cuba libera, democratica e giusta". Essi avevano un’idea confusa della società che sarebbe venuta dopo la caduta di Batista. Certamente erano ben lontani dal pronunciarsi a favore di un sistema economico diverso da quello capitalista. In un’intervista al giornalista americano Jules Dubois, nella primavera del 1958, Fidel affermò: "Non sono mai stato né sono comunista. Se lo fossi, avrei sufficiente coraggio per proclamarlo." (S. Tutino, op. cit., pag 275).

Il regime di Batista era ormai in decomposizione. I guerriglieri tenevano in scacco con facilità l’esercito governativo e ad ogni azione l’appoggio fra la popolazione cresceva.

Nella guerra contro Castro l’esercito non subì più di trecento morti, ma nel ’58 era quasi impossibile trovare delle reclute e diversi ufficiali alla vigilia dell’insurrezione passarono dalla parte dei ribelli. Lo sfaldamento dell’esercito e il non intervento diretto degli Stati Uniti avvertivano Batista che ormai aveva le ore contate e il 31 dicembre, davanti all’avanzata dei guerriglieri, il dittatore lasciò il Paese per rifugiarsi a Santo Domingo.

Di fronte alla manovra dei militari che cercavano di mettere in piedi un "governo di pace" per mantenere il potere, Fidel lanciò la proposta dello sciopero generale. L’azione della classe operaia risulterà fondamentale.

"Per tutta la settimana è lo sciopero generale che costituisce nella capitale l’elemento decisivo della situazione, impedendo a chiunque di colmare il vuoto di potere. (...) L’esercito ribelle non è sufficientemente numeroso da infliggere da solo, senza questo potente movimento di sciopero, il colpo di grazia alle vecchie strutture politiche." (K.S. Karol, La guerriglia al potere, 1970, pag. 156).

La classe operaia era entrata con tutta la sua forza nella scena politica, ma essa non disponeva di alcun organismo, come ad esempio i Soviet dell’ottobre del ’17, per la gestione e il controllo del potere. Nella mancanza di un’alternativa credibile, essa aveva riposto la sua fiducia più completa nei guerriglieri.

Castro e i suoi, nei primi mesi del ’59, procedevano nel consolidamento di un governo di coalizione di tutte le forze di opposizione al vecchio regime.

Guevara così rispose alle domande di un giornalista argentino:

"Noi siamo democratici, il nostro movimento è democratico, di coscienza liberale e interessato alla cooperazione di tutta l’America. È un vecchio sotterfugio dei dittatori di chiamare comunisti quelli che si rifiutano di sottomettersi a loro. Entro un anno e mezzo sarà organizzata un forza politica con l’ideologia del Movimento 26 luglio. Allora ci saranno elezioni e il nuovo partito entrerà in competizione con gli altri partiti democratici." (H. Thomas, op. cit., pag. 831).

A Cuba non era però avvenuto un semplice avvicendamento degli uomini al potere, ma una vera e propria insurrezione popolare. Le masse chiedevano il conto di tutti i soprusi commessi dalla dittatura. I contadini occupavano le terre.

Washington non era disposta ad accettare una vera democrazia e la borghesia cubana si chinò, come sempre, davanti alle pressioni degli Usa. Il presidente Urrutia denunciò il pericolo "di un secondo fronte dei comunisti contro la rivoluzione cubana", invitando Castro a prenderne le distanze.

Cuba e l’Urss

La rivoluzione cubana era di fronte a un bivio e l’atteggiamento dell’imperialismo le faceva prendere sempre più velocemente la strada dell’abbattimento del capitalismo. Prima ci fu il rifiuto delle imprese petrolifere statunitensi di raffinare nei loro impianti sull’isola il petrolio proveniente dall’Urss, poi quello di acquistare il residuo della quota zuccheriera cubana del 1960, equivalente a 700.000 tonnellate. L’intento era chiaro: ridurre l’economia di Cuba in ginocchio. Castro rispose con la nazionalizzazione prima degli zuccherifici e delle aziende petrolifere, poi di tutte le proprietà statunitensi. Per il peso che i nordamericani avevano nell’economia di Cuba, ciò significava che la maggior parte dell’industria si ritrovò in mano allo Stato.

L’Unione Sovietica si offrì di acquistare la quota di zucchero rifiutata dagli Stati Uniti. I rapporti economici e politici tra i due paesi si intensificarono. Dall’Urss si importarono anche i metodi di gestione e funzionamento dell’economia pianificata.

In questo paese, come in tutti gli altri del cosiddetto socialismo reale, esistevano la nazionalizzazione dei mezzi di produzione e un piano relativo ad essa, ma mancava un prerequisito essenziale per lo sviluppo di una società socialista: la gestione e il controllo delle aziende e dello Stato da parte della classe lavoratrice. Negli anni Venti era avvenuto un processo di burocratizzazione dello Stato sovietico, dovuto tra altri fattori alla debolezza numerica della classe lavoratrice, che era poi uno degli indici dell’enorme arretratezza in cui si trovava il Paese, e al prolungato isolamento della rivoluzione all’interno dei confini dell’Urss.

Una casta burocratica, rappresentata in primo luogo da Stalin, aveva così potuto gradatamente spodestare la classe operaia e i suoi rappresentanti alla guida della nazione.

Cuba divenne dal nostro punto di vista uno Stato operaio deformato, come l’URSS, dove il potere era nelle mani di una casta burocratica e non della classe lavoratrice. Sviluppi simili si sono registrati nel dopoguerra anche in Cina, Corea del Nord, Vietnam, nei paesi dell’Est europeo.

Non si tratta di affascinanti questioni teoriche di poca importanza pratica. Ogni sistema economico funziona sulla base dell’interesse che una parte o l’intera società ha di farlo funzionare. Nel capitalismo tale ruolo è giocato dagli stessi capitalisti e dalla loro necessità di accumulare profitti. In un’economia pianificata invece questo compito spetta per forza alla classe operaia, che deve godere della facoltà di gestire, amministrare e controllare ogni istante del processo produttivo e del funzionamento dell’apparato statale. In caso contrario il sistema sarà soffocato da sprechi e inefficienze che prima o poi lo porteranno al collasso, come è già accaduto nei paesi dell’Est.

Il "socialismo" cubano

A Cuba nessun soviet o consiglio era stato formato dai lavoratori durante la rivoluzione. Di conseguenza nelle fabbriche nazionalizzate la struttura organizzativa era totalmente verticistica. Nel "Regolamento de la Empresa consolidada" elaborato dal Che quando era ministro dell’Industria si legge che al direttore, nominato dal Ministero, spetta "di conoscere e amministrare in tutte le sue fasi di pianificazione, organizzazione, realizzazione e controllo, tutte le funzioni e i compiti dell’impresa consolidata, come di amministrare i suoi mezzi e i suoi impianti e tutto ciò che le concerne, e rappresentarla in ogni circostanza." (E. Guevara, op. cit., pag 509).

Nessun meccanismo di revoca o controllo sul suo operato da parte dei lavoratori è contemplato. Un organismo di controllo era rappresentato dal "Consejo tecnico asesor" costituito dagli operai che si sono messi di più in evidenza in ogni reparto i quali, riuniti, consigliano l’amministratore in merito a misure pratiche da prendere in ogni unità di produzione (E. Guevara, op. cit., pag. 496). Va da sé che gli operai più meritevoli erano scelti dallo stesso amministratore.

Lo stakhanovismo entrava di prepotenza nella vita cubana, sotto la denominazione di "emulazione". Venivano organizzati veri e propri "Festival di emulazione socialista". I lavoratori ricevevano premi e aumenti salariali se lavoravano di più e una multa se non raggiungevano l’obiettivo.

Malgrado il governo proclamasse instancabilmente che a Cuba esisteva il socialismo, diversi beni di consumo erano razionati e continuavano ad esistere evidenti differenze sociali.

Comunque, nonostante tutte le distorsioni dovute all’assenza del controllo operaio, gli effetti benefici della pianificazione economica si facevano sentire. Dal ’58 al ’68 il numero degli ospedali passò da 44 a 221; il numero dei posti letto raddoppiò. Lo stesso avvenne per il numero di scuole primarie e di scolari frequentanti. Si compivano rapidi passi verso la scomparsa dell’analfabetismo.

Quando il governo chiamò alle armi la popolazione contro il tentativo controrivoluzionario di sbarco nella Baia dei Porci, preparato dagli Usa, 200.000 persone risposero all’appello. Un intero popolo era in armi per contrastare l’aggressione imperialista. Esisteva un’enorme volontà di partecipazione, ma le masse non trovavano i canali per esprimerla.

I "Comitati di difesa della Rivoluzione", esaltati anche in Europa da molti sostenitori del castrismo come organi di autorganizzazione delle masse, non decidevano proprio un bel niente, salvo questioni secondarie in qualche quartiere, ma erano più che altro organismi periferici di controllo del consenso.

Per i dirigenti della rivoluzione quest’organizzazione dello Stato era piuttosto naturale. "L’iniziativa parte generalmente da Fidel o dai massimi dirigenti della rivoluzione, e viene spiegata al popolo che la fa sua. Altre volte il partito ed il governo realizzano esperienze locali per poi generalizzarle, seguendo lo stesso procedimento." (E. Guevara, Il socialismo e l’uomo a Cuba, op. cit., pag. 700).

Guevara spiega di seguito che lo Stato a volte sbaglia ed allora "è il momento della rettifica", in cui sarebbe necessario "un legame più articolato con le masse." Ma intanto va comunque bene il metodo attuale, "di cui Fidel è maestro":

"Nelle grandi adunanze pubbliche si osserva qualcosa di simile al dialogo di due diapason in cui le vibrazioni di uno producono nuove vibrazioni nell’altro. Fidel e le masse cominciano a vibrare in un dialogo di intensità crescente fino a raggiungere l’unisono in un finale improvviso, coronato dal nostro grido di lotta e vittoria." (E. Guevara, op. cit. pag. 701).

Dispiace commentare che questi metodi di autoesaltazione collettiva non hanno nulla a che spartire con il comunismo, mentre strizzano l’occhio pericolosamente alla demagogia e al populismo, e sono caratteristici dello stalinismo.

K.S. Karol riporta nel suo libro una discussione molto interessante avuta con il Che nel 1961 su quale tipo di socialismo egli avesse come obiettivo. Quando il giornalista gli riferì alcune proprie perplessità riguardo alla natura del regime dell’Urss, Guevara rispose:

"Mi ascolti bene, ogni rivoluzione, lo voglia o no, le piaccia o no, sconta una fase inevitabile di stalinismo, perché ogni rivoluzione deve difendersi dall’accerchiamento capitalista." (K.S. Karol, op. cit., pag. 53).

Lo stalinismo non è un cappotto da indossare in inverno per poi riporlo nell’armadio in primavera. Non è terminato con Stalin, come se fosse l’opera di un pazzo criminale isolato. Ha rappresentato un processo di controrivoluzione politica compiutosi attraverso il passaggio violento del potere dalle mani della classe operaia a quelle della burocrazia statale. Una linea di sangue separò il bolscevismo dallo stalinismo in Urss.

Ma l’infatuazione dei governanti cubani nei confronti di Mosca era così forte da ignorare tutto ciò. Anche il Che a quel tempo difendeva i metodi della burocrazia sovietica.

"Anche io, arrivando in Unione Sovietica, mi sono sorpreso proprio perché una delle cose che si nota di più è l’enorme libertà che c’è (...) l’enorme libertà di pensiero, l’enorme libertà che ha ciascuno di svilupparsi secondo le proprie capacità e il proprio temperamento." (E. Guevara, op. cit., pag. 946).

Queste parole furono pronunciate nel ’61, a pochi anni dalla repressione spietata della Rivoluzione ungherese del ’56 compiuta dalle truppe sovietiche!

Frattanto, i problemi erano crescenti sul fronte economico, soprattutto nell’agricoltura. L’annuncio del Che nel 1961, che Cuba in un anno avrebbe eliminato la disoccupazione attraverso il programma di industrializzazione supportato da ingenti aiuti sovietici, non si era concretizzato. La risemina per la canna subì nel 1962 un calo del 17% e cifre simili si verificarono per tutte le altre colture.

Questi risultati non certo esaltanti della produzione rigidamente centralizzata e il dibattito che ne consegui, condussero Guevara all’avvio di una riflessione critica e a una polemica nei confronti del sistema di calcolo degli obiettivi sovietico (che portava a disuguaglianze e vere e proprie falsificazioni), nonché a rivendicare una maggiore partecipazione dei lavoratori al controllo dell’economia.

Un altro aspetto che allontana Cuba dalle genuine tradizioni del comunismo è l’esistenza di un partito unico, nonché la sua singolare vita interna. Il Partito Comunista Cubano nacque nel 1965, ma solo dieci anni dopo ha tenuto il suo primo congresso.

Nel frattempo tutti gli uomini per gli incarichi di direzione erano nominati da Fidel o dai suoi più stretti collaboratori.

In trent’anni di vita si sono celebrati appena quattro congressi del partito. Il paragone con il partito bolscevico dei primi anni della rivoluzione non può essere più contrastante: anche durante gli anni della guerra civile i bolscevichi celebravano congressi annuali.

In Africa

Sarebbe comunque scorretto affermare che il regime cubano seguiva alla lettera le direttive e l’esempio dell’Urss senza alcuna azione che lo distinguesse dalla burocrazia del Cremlino. Esso era nonostante tutto il prodotto di una rivoluzione e soprattutto nel primo periodo era costantemente sottoposto alla pressione delle masse. Gli ex guerriglieri non avevano ancora il controllo completo della situazione, l’influenza degli strati sociali pro-capitalisti era ancora presente. La necessità di difendersi dalle forze controrivoluzionarie sia all’interno che all’esterno del Paese insieme all’isolamento economico nel continente diedero il via ad una politica estera piuttosto radicale.

La Seconda dichiarazione dell’Avana e il messaggio alla Tricontinentale, scritto dal Che, ne sono le principali testimonianze, con l’appello alla rivoluzione in America Latina e le denunce delle politiche conciliatrici di diversi Partiti comunisti del continente.

Si insisteva tuttavia sul ruolo trainante della guerriglia, mentre il radicamento fra la classe operaia urbana era posto totalmente in secondo piano.

Dal 1962 il Che compie numerosi viaggi in Africa, particolarmente in Algeria, paese che ha appena conquistato l’indipendenza. Stringe amicizia con i dirigenti del Fln e conosce molti dirigenti nazionalisti africani in esilio. È particolarmente interessato all’esperienza dell’ex-Congo belga. Cuba, anche per le sue pressioni, decide di organizzare una formazione militare di circa 200 uomini in assistenza alle guerriglie lumumbiste, al comando del Che.

L’esperienza fu assolutamente negativa. I cubani si trovarono spesso a lottare da soli. I gruppi di studenti congolesi, addestrati in Cina, in Bulgaria e in Uri, come racconta Guevara, "non avevano alcuna intenzione di rischiare la vita in combattimento", appena arrivati la loro preoccupazione era di chiedere 15 giorni di licenza e protestavano "perché non avevano un posto dove lasciare i bagagli e non c’erano armi pronte per loro. Una situazione davvero comica, se non fosse stato così triste vedere l’atteggiamento di quei ragazzi su cui la rivoluzione aveva riposto le proprie speranze." (L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte, a cura di P.I. Taibo II, F. Escobar, F. Guerra, 1994, pag. 233-234)

Cuba ha aiutato direttamente anche altri movimenti guerriglieri di liberazione nazionale di diversi paesi, come l’Angola o l’Etiopia. Essi si basavano sulla classe contadina ed avevano un carattere prettamente nazionalista. Nel migliore dei casi questi movimenti avrebbero portato sì all’abbattimento del capitalismo, ma per sostituirlo con dei regimi modellati sull’esempio dell’Urss. Data l’arretratezza economica di paesi come l’Etiopia, essi, rifiutando di estendere la rivoluzione negli altri paesi del continente e successivamente nei paesi capitalisti avanzati, sono entrati rapidamente in crisi.

Da quell’anno in Congo Guevara ne esce con un’accresciuta sfiducia nei paesi "socialisti" ed anche nelle direzioni nazionaliste. Una testimonianza significativa di ciò è il discorso al Secondo Seminario Economico Afroasiatico svoltosi ad Algeri nel Febbraio 1965.

"Come si può parlare di "reciproca utilità" quando si vendono ai prezzi del mercato mondiale le materie prime che costano sudore e sangue e patimenti ai paesi arretrati, e si comprano ai prezzi del mercato mondiale le macchine prodotte dalle grandi fabbriche automatizzate di adesso?

Se stabiliamo questo tipo di relazione tra i due gruppi di nazioni, dobbiamo convenire che i paesi socialisti sono, in un certo modo, complici dello sfruttamento imperialista. (...) I paesi socialisti hanno il dovere morale di farla finita con la loro tacita complicità con i paesi occidentali sfruttatori." (Guevara, op. cit., pag. 1422)

La fine in Bolivia

Di ritorno dal Congo, il Che non può più rimanere a Cuba. L’Urss era disposta a tutto pur di metterlo a tacere, dato che ormai era diventato un "trotskista".

La scelta di andare in Bolivia sembra sia stata fatta da Castro. Guevara vi si reca per organizzare una scuola politico-militare per i rivoluzionari dell’intero continente.

Ma giunto nel paese andino, il ruolo di boicottaggio cosciente svolto dal Partito comunista Boliviano e dal suo segretario Monje fu palese. Spedì Guevara e i suoi, ad esempio, in una zona dove non c’erano contadini e inadatta alla guerriglia. Praticamente una trappola dove la sorte del Che era segnata.

Il punto da discutere è però un altro: qual era il luogo migliore in Bolivia (o in un altro paese latinoamericano) per sviluppare una forza rivoluzionaria di massa (o anche per una scuola quadri)?

La Bolivia disponeva di un forte movimento operaio, la cui avanguardia erano i minatori dello stagno. Dopo qualche anno il movimento delle masse spazzò via la dittatura nel 1970 e apri la pur breve esperienza della "Comune di La Paz nel ‘71. Compito prioritario di ogni rivoluzionario sarebbe stato quello di strappare la direzione del movimento operaio ai riformisti e agli stalinisti.

L’eroismo, l’onestà anticapitalista e la capacità di sacrificio di Ernesto che Guevara ci devono servire da esempio. Da soli però non bastano. Insostituibili sono un’analisi, una strategia, una tattica e un programma veramente marxista rivoluzionari. Adottarli, attraverso una discussione esaustiva e la verifica nell’azione, deve essere l’obiettivo di ogni attivista che in Italia e nel mondo voglia cambiare la società.