La forza della classe operaia oggi - Falcemartello

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In una società divisa in classi, ogni interpretazione della società non può che rispecchiare interessi di classe differenti. Più che mai in questo campo la verità non giunge attraverso le strade dorate di qualche titolata ricerca accademica, ma deve farsi strada attraverso le impervie vie dei rapporti di forza tra le classi.

Come un periodo di ascesa della lotta di classe si riflette in un generale avanzamento della coscienza dei lavoratori e del proprio ruolo nella società, un periodo di riflusso si riflette in un generale arretramento ideologico. Così ad esempio dagli anni ’80 fino al recente passato abbiamo assistito al proliferare di ogni genere di teorie sul ridimensionamento della forza della classe operaia. Riassumerle o solo elencarle sarebbe impossibile. C’è chi ha parlato di “frammentazione” dei lavoratori, chi di imborghesimento della classe e chi addirittura di “fine del lavoro”. Basti dire che, per quanto varie, ciascuna di queste teorie sottointetendeva lo stesso identico assunto: venuto meno il ruolo centrale del proletariato, Marx è superato. Negli scorsi anni questo giornale si è dedicato ad una polemica costante e puntuale contro simili falsità. Ma la protesta più dura è arrivata dalla realtà stessa: dalle lotte degli autoferrotranvieri o degli operai delle acciaierie di Terni o della Fiat di Melfi. Del resto, come la temperatura corporea non cessa di salire se si rompe il termometro, così le fabbriche non sono scomparse solo perché lo si dichiarava né le contraddizioni del capitalismo hanno cessato di accumularsi. Non solo il proletariato non è “ridimensionato” ma, al contrario, possiede una forza potenziale più grande che mai.

Classe operaia industriale e proletariato

Spesso per negare un’idea è prima necessario volgarizzarla. Nel caso del marxismo le sue volgarizzazioni sono il preludio necessario agli attacchi più duri. L’idea che il proletariato, a differenza di quello prospettato da Marx, sia in diminuzione viene sostenuta sulla base della falsa equazione tra proletariato e classe operaia industriale. Così facendo si potrebbe sostenere, ad esempio, che in un paese come la Gran Bretagna dove i lavoratori industriali sono diminuiti da 8 a 5 milioni tra gli anni ’70 e gli anni ’90, il proletariato si sia quasi dimezzato. Tuttavia anche in questo caso la favola finirebbe qua. Innanzitutto la stessa Gran Bretagna rappresenta un caso particolare rispetto al resto degli stessi paesi Ocse dove la classe operaia industriale è passata dai 112 milioni del 1973 ai 113 del 1995. In secondo luogo il marxismo considera il funzionamento del capitalismo nel suo complesso. Così come il capitalismo si sviluppa a livello internazionale, così anche lo sviluppo del proletariato industriale va considerato su questa scala. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito ad una rapida industrializzazione di paesi che in passato erano prevalentemente contadini. Non solo a livello mondiale i lavoratori impiegati nell’industria sono al proprio apice storico, ma mai come oggi la loro distribuzione geografica abbraccia l’intero globo.

Per i marxisti, comunque, il concetto di proletariato non coincide con quello di “classe operaia industriale”. Una classe è un gruppo di persone accomunate dal proprio rapporto con i mezzi di produzione ed il proletariato in particolare è quella classe che, non possedendo mezzi di produzione, è costretta a vendere la propria forza lavoro per vivere. Da questo punto di vista non solo il proletariato è enormemente più numeroso rispetto ai tempi di Marx, ma anche rispetto agli stessi anni ’60. Ancora sul finire degli anni ’50 in Europa il 20% della popolazione viveva del prodotto di aziende agricole di propria proprietà. Oggi questa cifra è meno di un misero 2%, mentre il lavoro dipendente coinvolge la schiacciante maggioranza della popolazione. In Italia i rapporti di lavoro dipendente rappresentano il 75% dell’occupazione totale (dato mascherato da circa 1,6 milioni di finti lavoratori autonomi) mentre la media europea è addirittura dell’83%, con punte del 94% in paesi come Olanda e Danimarca.

Nel nostro paese i piccoli proprietari sono diminuiti di 288.000 unità tra il ’95 ed il 2001, il lavoro autonomo è cresciuto del 2%, mentre quello dipendente del 6%, con un lieve incremento dei dipendenti dell’industria e soprattutto un boom nei servizi. Più che una scomparsa dell’industria, abbiamo assistito all’industrializzazione del terziario. Ad un proletariato industriale forte di 6 milioni di unità, si sommano ormai i lavoratori dei call center, dei grandi centri commerciali ecc. ecc.

“Frammentazione” e imborghesimento?

Tra i “teorici del ridimensionamento del proletariato”, vi è poi un filone di pensiero che sostiene che vi sia stato un indebolimento del proletariato non tanto dal punto di vista numerico ma dal punto di vista della sua forza di mobilitazione. Le nuove tipologie di lavoro precario, il rimpicciolimento delle aziende, l’introduzione di nuovi metodi dell’organizzazione del lavoro avrebbero ormai ridotto al lumicino le possibilità di mobilitazione della classe.

In realtà è tutto il contrario. L’introduzione, ad esempio, del lavoro precario non spiega le dinamiche prese dalla lotta di classe in Italia negli ultimi 10 anni. La curva degli scioperi tocca il proprio minimo storico nel 1997, proprio nell’anno dell’introduzione del Pacchetto Treu. La diminuzione degli scioperi in queso caso non è l’effetto del Pacchetto Treu, ma è la condizione necessaria per la sua introduzione. Al contrario nel 2002, a fronte ormai del dilagare dei contratti precari, assistiamo ad un picco di lotte sindacali, tra cui alcune che coinvolgono proprio settori di precari. Le ragioni di simile dinamica non risiedono nella “sociologia” aziendale, ma nelle sfere della politica. Mentre nel 1997 i lavoratori sono immobilizzati dalla presenza delle proprie stesse organizzazioni al Governo, complici di una dura politica di attacco alle condizioni di vita delle masse, dal 2001 si libera la rabbia accumulata proprio durante il governo di centrosinistra. Ovviamente non neghiamo che il precariato non renda effettivamente più difficile la mobilitazione sindacale. Il precario è tagliato fuori dagli scioperi routinari così come organizzati oggi dai vertici sindacali. Non solo uno sciopero ma anche una misera partecipazione ad un’assemblea sindacale si traduce nel rischio di perdere il posto di lavoro. Se i ricatti continui e la spada di Damocle del rinnovo contrattuale inibiscono a breve la lotta, in prospettiva preparano delle esplosioni improvvise e radicali. Ogni precario che entrerà nel processo di mobilitazione sarà una spinta perché la lotta vada fino in fondo: la questione si porrà subito in termini drastici, o la vittoria o la perdita del posto di lavoro.

Per quanto riguarda la dimensione delle aziende o le nuove forme di organizzazione del lavoro, va detto che anche in un paese caratterizzato da un forte nanismo industriale come l’Italia, il 15% dei lavoratori dipendenti rimane concentrato in grandi aziende. Ma non è questo il punto. L’aumento della produttività del lavoro, conseguente all’introduzione delle nuove tecnologie, permette in effetti di far svolgere lo stesso lavoro ad un numero minore di persone. Questo non significa una minore capacità contrattuale del proletariato ma il contrario: un numero minore di lavoratori può fermare o danneggiare quote maggiori di capitale. La produzione non ha concentrato un numero maggiore di lavoratori in un unico stabilimento, ma in un unico processo produttivo. Colossi come Ibm, General Motors, Fiat ecc. occupano tra le 100 e le 600.000 persone. Se a queste aggiungiamo l’indotto la cifra è destinata a salire. Ma è sufficiente il blocco di uno solo di questi stabilimenti perché l’intero processo produttivo venga danneggiato.

Sull’imborghesimento della classe, infine, abbiamo poco da dire. 13 milioni di persone vivono oggi in Italia nella sfera del “disagio sociale”. Si tratta di 7 milioni di poveri e di 6 milioni di lavoratori vicini o sotto la soglia di povertà. A livello mondiale la povertà è in costante aumento. Se i teorici della “scomparsa del lavoro” nutrono ancora dubbi, infine, consigliamo un semplice esercizio. Svegliatevi un paio d’ore prima la mattina, prendete la macchina e seguite quei cartelli gialli con scritto “zona industriale”. Al rumore in lontananza di ingranaggi e delle sirene dell’annuncio dell’inizio turno fermatevi. Vedrete lavoratori con la faccia stravolta che entrano per il primo turno e probabilmente quelli che escono dal turno di notte. Non ci sarà bisogno di aggiungere molto. Quella è la classe operaia: quella che produce ogni oggetto che vi circonda. Quella è la classe che uscita dal proprio silenzio potrà guidare l’assalto al cielo, l’abbattimento di questa società.