I "Professori” continuano la distruzione di scuola e università - Falcemartello

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E' entrato in vigore il dl 5/2012, il cosiddetto “decreto semplificazioni”. Nei giorni precedenti la votazione in Consiglio dei Ministri è infuriata la discussione sull’abolizione del valore legale del titolo di studio. Diremo anche di questo, ma intanto, scorrendo il testo, vediamo che c’è anche dell’altro per scuola e università.

Tanto per cominciare, c’è un intero articolo (il 50) intitolato “Attuazione dell’autonomia”. Si parla di potenziamento dell’autonomia scolastica, cioè del processo con il quale lo Stato ha progressivamente lasciato le scuole a se stesse, anzitutto nel reperimento dei fondi. Infatti alla fine dell’articolo si precisa che non ne devono derivare ulteriori spese e che tutto va fatto rispettando i tagli del 2008 (Gelmini-Tremonti). È nei fatti un’ulteriore apertura alla privatizzazione, tanto che si citano i servizi Ata esternalizzati (leggi: privatizzati).

C’è poi il potenziamento delle prove Invalsi, le famose prove che valutano la preparazione con le crocette. La Repubblica è però entusiasta di raccontare che si sta mettendo a punto un nuovo sistema che valuta i miglioramenti “depurandoli” dai fattori di vantaggio o svantaggio di carattere socio-economico degli studenti e della zona della scuola. Staremo a vedere, intanto inquieta il fatto che la valutazione scorporabile per classi mira a identificare i professori “fannulloni”, campagna che ci ricorda Brunetta e le crociate contro i dipendenti pubblici.

Ciò che invece chiamano valorizzazione degli istituti tecnici e professionali si profila come l’ennesimo passo verso la produzione di forza lavoro che non acceda all’università ma sia a disposizione di contratti di apprendistato iper-sfruttati.

Troviamo poi una lunga spiegazione sulla messa in sicurezza degli edifici scolastici e sul risparmio energetico. Bene, la domanda però sorge spontanea: come si può fare senza stanziare fondi? Anche qui infatti si spiega che tutto deve essere fatto con le risorse già esistenti. Pare che lo strumento fondamentale sia quello dello scambio, con enti pubblici o privati, di edifici scolastici in cambio di altri edifici, esistenti o da farsi. Delle due l’una allora: o accorrono enti desiderosi di mettere a disposizione le proprie risorse per l’istruzione pubblica, o avranno da guadagnarci. E se loro ci guadagnano, penseremo male, ma il patrimonio scolastico alla fine ci perde.

Assistiamo quindi non a un attacco frontale, ma all’accentuazione di una serie di norme che acuiranno la privatizzazione e la lotta fra scuole e atenei, nel disinvestimento dello Stato, sempre sulla pelle di chi non può comprarsi in contanti il proprio diritto allo studio. D’altronde i tagli dello scorso governo, che si devono ancora esaurire, permettono a Monti di rimandare provvisoriamente (ma solo provvisoriamente) altri tagli drastici. L’affondo vero pare debba essere quello sul valore legale del titolo di studio: una volta tolto quello, per i concorsi non conterà più cosa hai studiato ma quanto è rinomata l’università in cui hai studiato, santificazione definitiva di una vera e propria classifica fra gli atenei dove più sali più devi pagare per avere più punti.

L’accentuazione dei criteri di misurazione del “merito” dei diversi atenei, su cui lavora il ministro Profumo, è propedeutico proprio a questo affondo. È chiaramente un attacco frontale a chi non può permettersi di frequentare uno degli atenei “eletti” e si deve rimettere a ciò che può permettersi. Per il momento l’abolizione del valore legale del titolo di studio è stata stralciata dal decreto, ma Monti è in procinto di aprire una consultazione informatica sul sito del Miur per vincere le resistenze.

Non ci soffermiamo sul fatto che una consultazione informatica è facilmente manipolabile nei risultati, il punto è che davanti a un attacco del genere non c’è consultazione che tenga: il diritto a un uguale riconoscimento per un uguale titolo di studio non si deve toccare!