Sulle note dell'inno di Mameli si distrugge la scuola pubblica - Falcemartello

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Le “Norme sulla acquisizione di conoscenze e competenze in materia di Cittadinanza e Costituzione e sull’insegnamento dell’Inno di Mameli” sono state approvate il 14 giugno dalla Commissione Cultura della Camera. Il testo contiene l’indicazione di costruire percorsi didattici tesi a saldare le conoscenze di Cittadinanza e Costituzione con le vicende risorgimentali e il loro senso, nonché la garanzia dell’insegnamento dell’inno nazionale, il riconoscimento del 17 marzo come “ giornata della Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera”.

L’iniziativa era stata sollecitata anche da Proteo Fare Sapere, l’ente di formazione della Cgil, che aveva proposto anche bozze delle quali il testo finale raccoglie lo spirito. Tale iniziativa appare come un goffo tentativo di giustificare a sinistra la deriva conservatrice, nell’ottica di unità nazionale e senso di responsabilità.

Nel momento in cui si riconosce l’importanza dei simboli anche nelle lotte, la bozza della Cgil non fa alcuna menzione però alla bandiera rossa o all’Internazionale, a Bella ciao o a Fischia il vento, se non in chiave denigratoria. Si afferma invece: “Le bandiere nazionali nascono in contrapposizione ai simboli che c’erano prima, sostituiscono gli stendardi delle famiglie nobili, sono ovunque un simbolo forte e programmatico.” Basterebbe guardare le foto d’epoca per verificare quali erano invece i simboli delle lotte di contadini, operai e partigiani, nell’Ottocento e nel Novecento.

L’argomentazione di Proteo Fare Sapere prosegue con un culto della bandiera degno di un militare di carriera: “Non crediamo che si debba fare l’alzabandiera tutti i giorni, sarebbe un eccesso e una banalizzazione, ma non può essere che l’Italia sia l’unico paese al mondo in cui non si fa proprio mai.”

La bozza prosegue e tenta di piegare a suo uso e consumo uno dei massimi riferimenti teorici del comunismo italiano: “Grazie all’insegnamento di Gramsci, ed all’idea che ne è scaturita della Resistenza come secondo Risorgimento, l’Italia doveva essere completata dalla classe lavoratrice, visto che la borghesia non ce l’aveva fatta cacciandosi nel vicolo cieco del fascismo. Insomma nel dopoguerra era ben presente la funzione patriottica che doveva assumere la sinistra italiana.”

Proteo Fare Sapere pare recuperare la revisione ideologica di stampo togliattiano: lo sradicamento della figura del comunista sardo dal campo dell’internazionalismo rivoluzionario e la sua proiezione all’interno di una linea democratico – progressiva nazionale destinata a compiersi con la formazione del “partito nuovo” e con il suo inserimento nell’arco costituzionale. Pertanto si trova nell’imbarazzante condizione di non poter citare per esteso una sola riga dei Quaderni a sostegno della zelante propaganda tricolore, perché quella riga semplicemente non esiste. È proprio Gramsci a scorgere un indelebile marchio di classe alle spalle del processo risorgimentale, sviluppato con l’interesse prevalente di “salvare la posizione politica ed economica delle vecchie classi feudali”, di “evitare la riforma agraria”, di “scongiurare che le masse popolari attraversassero un periodo di esperienze politiche come quelle verificatesi in Francia” (Quaderni dal carcere, a cura di V. Gerretana, Einaudi, Torino, 2001, p. 1980). È Gramsci a stigmatizzare la “storia feticistica” che induce a vedere lo Stato italiano “come Unità o come Nazione o genericamente come Italia in tutta la storia precedente così come il pollo deve esistere nell’uovo fecondato” (Op. cit., p. 1981). È Gramsci a descrivere lo Stato nato dal Risorgimento come “un qualcosa di bastardo” (Op. cit., p. 2.053).

Oltre a studiare un po’ di più e un po’ meglio, in caso di dubbio sull’uso e il significato di tricolore e inno, si potrebbe andare a fare una scappata alle manifestazioni di movimenti di destra (come quello di Storace), dove si vede un fiume di tricolori, con tanto di inno di Mameli, ma anche simboli e bandiere legati al ventennio, come vessilli della Repubblica di Salò, qualche croce celtica ed anche effigie di Mussolini.

Che in una fase di pesantissima crisi il governo cerchi in ogni modo di creare un senso di forte unità nazionale è abbastanza comprensibile: un popolo responsabile, che accetta sacrifici per salvare la madrepatria, è proprio ciò di cui hanno bisogno padroni e speculatori per continuare serenamente il loro gioco. Da qui l’uso smodato del tricolore, l’enfasi sulle partite della nazionale, i funerali di stato per ogni caduto in guerra trasmessi in diretta e anche, perché no, l’insistenza sull’insegnamento dell’ inno nazionale.

Ma anche all’interno della Cgil dobbiamo sentire questa roba? Il sindacato dovrebbe opporsi a questa deriva reazionaria, non assecondarla.