Chi può fermare la guerra? - Falcemartello

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L’asse Berlino-Parigi o il movimento operaio?

La colossale arroganza con cui l’imperialismo Usa prepara l’invasione dell’Iraq si sta scontrando con un’opposizione enorme tra giovani e lavoratori. Si è però diffusa, nella sinistra, l’idea che la resistenza di Francia e Germania alla guerra abbia qualcosa di progressista e possa essere decisiva, se sommata alle mobilitazioni, per fermare i piani di Bush. Niente è più lontano dalla verità. E’ compito dei comunisti fare chiarezza: la politica dell’asse franco-tedesco è tanto imperialista quanto quella americana. Solamente in Medio Oriente Parigi e Berlino hanno interessi differenti da quelli Usa. Francia e Germania si rendono conto che il terreno di una guerra su larga scala sarebbe a loro sfavorevole a causa della superiorità di mezzi degli Usa. Proprio per questo si mostrano più propensi a mediazioni col regime di Saddam e giocano la parte dei “buoni” interlocutori del mondo arabo. Chirac e Schroeder mascherano la politica di potenza delle loro borghesie con una fraseologia pacifista, sperando, en passant, di sfruttare il risentimento di massa contro la guerra.

Dall’inizio degli anni ’90 una crisi ha seguito l’altra: Jugoslavia, Somalia, Africa centrale, Timor Est, Kossovo, Palestina, Afghanistan, Iraq. Invece del “dividendo di pace” previsto da Bush senior, la tendenza è alla militarizzazione. In tutte queste situazioni, la posizione del gruppo dirigente del Prc è stata, senza eccezioni, l’appello all’intervento dell’Onu. Ora Bertinotti critica l’Onu, perché sottoposta ai diktat nordamericani, e le speranze del gruppo dirigente del partito sono riposte nell’Europa capitalista, come ben spiegato in un articolo apparso su Liberazione l’11 febbraio, dove la compagna Gagliardi opponeva “il saggio cuore del Vecchio continente all’irresponsabile arroganza nordamerica-na”. Ironicamente, succede poi che proprio Francia e Germania invochino, debolmente, l’intervento dell’Onu. Fare di questi pescecani icone a cui gli oppressi potrebbero affidarsi per migliorare la loro condizione rischia di far deragliare il movimento contro la guerra, trasformandolo in fiancheggiatore di un blocco imperialista contro l’altro. A Washington la decisione di attaccare l’Iraq è già stata presa e non verrà cancellata perché questo non è giudicato opportuno dalla borghesia franco-tedesca. Lo conferma il ringhioso Rumsfeld quando afferma che “i rischi della guerra devono essere confrontati con i rischi del non far nulla”.

 

Perché Francia e Germania si oppongono alla guerra in Iraq?

 

Per quali ragioni un reazionario come Chirac si preoccupa delle conseguenze di questa guerra? James Wicklund, direttore del settore energetico della Bank of America, ha sottolineato che “Nel passato Russia, Italia, Francia, Cina hanno potuto stipulare accordi di partnership e joint venture con la compagnia petrolifera di Stato dell’Iraq. Alle compagnie americane non è stato permesso. Se Saddam decidesse di andarsene, dovrebbe passare un periodo di tempo durante il quale all’Onu si discuterebbe l’eliminazione delle sanzioni e poi le compagnie dei vari paesi potrebbero agire. Per quel che appare le società americane non parteciperebbero alla ricostruzione del sistema petrolifero iracheno”. La principale compagnia petrolifera francese, TotalFinaElf, detiene la maggior parte dei contratti siglati con l’ente petrolifero statale dell’Iraq. Questi contratti sono congelati dall’embargo. Però, se il regime di Saddam fosse spazzato via da un intervento militare, le carte si rimescolerebbero a tutto vantaggio delle compagnie petrolifere Usa.

Più in generale, il dominio senza precedenti dell’imperialismo Usa è da tempo fonte di preoccupazione per la borghesia dell’Unione Europea (Ue). Un campanello d’allarme suonò durante la guerra in Kossovo, quando gli Usa guidarono le operazioni militari, riducendo l’UE al ruolo di spettatrice in un conflitto nel cuore dell’Europa. Tutto il sistema diplomatico che si è costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale sta frantumandosi. L’Europa non è stata consultata sulla guerra. Gli Usa hanno scelto di buttarla dentro a forza. Il prestigio è un elemento importante nelle relazioni internazionali. Dunque, l’atteggiamento unilaterale e sprezzante degli Usa è senza dubbio uno degli elementi che hanno acceso lo scontro tra le due sponde dell’Atlantico. Secondariamente, l’opposizione di massa alla guerra in Iraq ha esercitato una pressione ulteriore sui governi europei.

 

Piano Mirage e primi dissensi franco-tedeschi

 

Il settimanale tedesco Der Spiegel ha recentemente pubblicato le linee generali del piano “Mirage”, la cosiddetta alternativa alla guerra del duo franco-tedesco. In sostanza, si tratta della proposta di un protettorato sull’Iraq. Questa è l’unica ‘pace’ che si può prospettare sotto il capitalismo. I punti centrali del piano sono tre: occupazione dell’Iraq da parte di 50-100mila caschi blu dell’Onu, no-fly zone allargata a tutto l’Iraq, Mirage francesi e Luna tedeschi a fianco degli U-2 Usa per aiutare gli ispettori. E’ un piano che punta a limitare il peso degli Usa nella colonizzazione dell’Iraq. I pezzi di carta, non sorretti dai mezzi materiali per imporli, valgono poco. Infatti, il giorno seguente, il ministro degli esteri francese, infastidito dalla fuga di notizie, già minimizzava la portata del documento, definito “un insieme di riflessioni”. Questa parziale ritirata ha costretto il ministro della Difesa tedesco a ritrattare sull’eventuale utilizzo di caschi blu.

La stessa Germania, nonostante il suo schiamazzo, ha concesso i Patriot alla Turchia. Per salvare le forme, però, i Patriot sono stati girati agli olandesi, incaricati a loro volta di installarli in Turchia! Allo stato attuale delle cose, il piano Mirage è un progetto fantasma, un’utopia reazionaria la cui consistenza rimane da provare. E’ quindi insostenibile la posizione espressa in un editoriale di Liberazione, l’11 febbraio, secondo cui “il piano Mirage è un’alternativa praticabile alla guerra e non soltanto una generosa utopia [sic!]. Solo rompendo la storica subalternità ai diktat nordamericani, l’Europa può pensare di esistere come soggetto politico e tornare a svolgere nel mondo un ruolo significativo – di pace, com’è naturale, com’è consono alla sua vocazione ed al suo modello di civiltà”. Più chiaro di così. Posizioni come queste non fanno altro che cercare di abbellire la rapacità delle potenze imperialiste europee. Non si tenta nemmeno di spiegare che una politica di riarmo passerà inevitabilmente attraverso maggiori attacchi alle conquiste dei lavoratori.

 

Veto o non veto?

 

Le divisioni all’interno della Nato accrescono quanto più si avvicina la riunione del consiglio di sicurezza dell’Onu in seguito al secondo rapporto degli ispettori. Germania, Francia e Belgio si sono opposte in sede Nato al piano di rafforzamento militare della Turchia. La risposta della Casa Bianca suonava così: “opponetevi pure, noi andremo avanti lo stesso”.

Germania, Francia e Russia hanno interessi differenti rispetto a quelli Usa e, di conseguenza, diverse strategie. Tuttavia, la loro opposizione non fermerà l’imperialismo Usa dal tentativo di realizzare i propri obiettivi, creando al massimo ritardi e complicazioni nei piani di Bush e soci che, beninteso, gradirebbero coprire la loro guerra con la foglia di fico dell’Onu. Già 150mila soldati Usa sono pronti nel Golfo. Tutto indica che l’attacco sarà imminente. La Francia ha minacciato di utilizzare il suo potere di veto contro ogni risoluzione che autorizzi l’attacco all’Iraq. Il potere che ha la Francia di mettere il veto nel consiglio di sicurezza dell’Onu è paragonabile ad una sostanza dopante che permette ad un atleta di gareggiare nella categoria superiore.

La guerra, però, mostra brutalmente i reali rapporti di forza. Anche se la Francia usasse il suo diritto di veto, gli Usa andrebbero in guerra lo stesso. I discorsi di Chirac sulla necessità di un mondo “multipolare” sarebbero così percepiti come spacconate e nulla più. E’ probabile tuttavia che la Francia alla fine non utilizzi il suo veto. Potrebbe tentare di accodarsi all’ultimo minuto. Il ministro degli esteri, de Villepin, ha recentemente dichiarato che nessuna opzione è esclusa, nemmeno la guerra. La portaerei Charles de Gaulle si trova da settimane al largo di Cipro pronta, si direbbe, per ogni evenienza. Se infatti la Francia non partecipasse, Bush ha già chiarito che i capitalisti francesi sarebbero esclusi dalla spartizione del bottino. La prima guerra del Golfo è un cattivo precedente. La limitata partecipazione dell’imperialismo francese ebbe come conseguenza che solo il 3% del volume dei contratti post-guerra finì nelle tasche dei capitalisti francesi.

 

Natura della forza di difesa europea

 

Con differenti sfumature, da anni i gruppi dirigenti dei Ds e del Prc sostengono che una forza di difesa europea potrebbe svolgere un ruolo “progressista”, perché gli europei sarebbero più civili degli imperialisti nordamericani ed utilizzerebbero la loro forza militare per far avanzare la pace, la democrazia e cose simili. Questa favola ha coperto “da sinistra” i misfatti degli imperialismi inglese, francese, tedesco, belga o olandese nel passato. La sola differenza con l’oggi è che la borghesia europea è troppo debole per dispiegare violenze e rapacità come poteva fare in passato.

La borghesia europea ha bisogno di costruire una sua forza militare perché non può sperare di appoggiarsi agli Usa per difendere i suoi interessi nel mondo. Anche in questo caso, però, le contraddizioni non mancano all’interno stesso della UE. Anche tra Francia e Germania. La Germania, ad esempio, ha un esercito potente ma, ancora, la sua Costituzione proibisce interventi “offensivi”. Senza dubbio, questa parte della Costituzione tedesca verrà modificata e questa prospettiva non entusiasma Londra e Parigi. D’altra parte, Inghilterra e Francia hanno più volte combinato le loro forze contro la Germania. In Kossovo la Germania fu esclusa da tutte le decisioni più importanti. All’ultimo vertice anglo-francese, Chirac e Blair, in disaccordo sulla questione irachena, hanno siglato un accordo per approfondire la collaborazione militare, lasciando la Germania in un angolo. La collaborazione tra Bae System (GB) e Thale (ex Thomson, francese) prevede la costruzione di due nuove portaerei per un totale di 60mila tonnellate.

Una delle ragioni della creazione dell’UE era la ricerca di uno sfruttamento collettivo dei paesi ex coloniali. Per questo era ed è tuttora necessaria una forza militare comune. Nonostante ciò, il progetto iniziale di arrivare a 60mila soldati è ancora in una fase embrionale. Infatti, l’idea stessa di “interessi europei” è in realtà un’astrazione. Gli interessi delle potenze europee non coincidono quasi mai. Per esempio, nonostante la sua presenza in Africa Occidentale, la Francia non ha mosso un dito per aiutare la missione Onu in Sierra Leone, guidata dall’Inghilterra. Il futuro sarà pieno di sgambetti di questo genere. Questo stato di cose è stato tacitamente riconosciuto dall’UE in una risoluzione dove si afferma che nessun paese sarà obbligato a fornire soldati per missioni di cui non condivida gli obiettivi!

Nonostante i passi fatti in direzione dell’unità europea, le vecchie contraddizioni esistono ancora. La Francia non ha abbandonato il suo sogno di dominare l’Europa. Gli antagonismi tra gli stati europei non sono stati superati. Sotto il capitalismo, questo è inevitabile. La stessa crisi irachena ha mostrato come non esista una politica comune della UE. L’uscita del “manifesto degli 8”, promosso da Blair in appoggio agli USA, spinge a porsi la stessa domanda che si fece Kissinger: “Quando mi chiedono la posizione dell’Europa, a chi devo telefonare?”. Dato l’attuale rapporto di forze, è assurdo pensare che l’Europa possa rimpiazzare l’egemonia mondiale Usa. Basterebbe ricordare che il Pil degli Usa è maggiore di più di un quarto rispetto a quello di tutti i paesi europei messi assieme, Russia esclusa.

 

L’imperialismo tedesco e quello francese negli anni ’90

 

Esempi della civiltà dei capitalisti europei possono essere trovati anche vicino a noi. L’imperialismo tedesco ha la responsabilità principale per il tragico smembramento della Jugoslavia. La Germania, assieme al Vaticano, spinse la Slovenia e la Croazia verso l’indipendenza e fu la prima grande potenza a riconoscere i due nuovi stati. Tutto ciò, ovviamente, per poter colonizzare con più facilità i vari pezzi in cui si frantumava la Yugoslavia.

La stessa operazione fu condotta in Cecoslovacchia dove la Germania appoggiò il governo fantoccio di Klaus che impose alla popolazione la reazionaria divisione del paese in Repubblica Ceca e Slovacchia. In generale, dopo il crollo dello stalinismo e l’annessione dell’ex Ddr, la Germania ha rilanciato i suoi tradizionali disegni di egemonia sull’Europa Orientale.

Per quanto riguarda la Francia il ruolo modesto della classe dominante francese non è meno pieno di brutalità e atti di oppressione. Il peso economico del capitalismo francese lo ha da decenni obbligato a concentrare le sue mire di egemonia sulle ex colonie del Medio Oriente, del Maghreb e dell’Africa centrale. In Africa centrale l’imperialismo francese ha mostrato il suo vero volto e porta la responsabilità principale dei massacri interetnici hutu-tutsi che causarono più di 500 mila morti e milioni di rifugiati. Infatti, negli anni ’90 Parigi ha dispiegato tutte le sue forze per mantenere in piedi il sanguinario regime di Mobutu in Zaire.

La Francia è intervenuta più volte (1990, 1993 e 1994) per salvare il governo hutu di Habayrirama in Ruanda e manovrarlo contro il Fronte Patriottico, a maggioranza tutsi, che sosteneva gli oppositori a Mobutu, che controllavano la parte orientale dello Zaire. Una politica imperialista classica, dove si manovrano cinicamente le popolazioni le une contro le altre.

La recente crisi in Costa d’Avorio, paese ricco di diamanti, mostra la stessa arroganza. Dopo il mancato golpe del settembre 2002 contro il presidente Gbagbo, allora legato alla Francia, Parigi ha offerto la sua mediazione. Negli accordi di Marcoussis, però, all’opposizione sono stati assegnati il ministero della difesa e degli interni. Appena rientrato in Costa d’Avorio, Gbagbo ha voltato le spalle al tradizionale “padrone” francese appellandosi agli Usa. Quando manifestazioni in sostegno al presidente lanciavano slogan contro Chirac ed in favore degli Usa, i parà francesi non hanno esitato a reprimerle. All’aeroporto di Abidijan si è già sfiorato lo scontro diretto con l’esercito ivoriano.

La situazione è ancora fuori controllo  e così, ai primi di febbraio, la Francia ha incassato con piacere un voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che legittima i suoi parà ad usare la forza. L’offensiva della Francia in Africa avrà un suo passaggio con la conferenza diplomatica franco-africana del 19-21 febbraio. 

Un’altra questione centrale sarà l’Algeria, in riavvicinamento diplomatico con Parigi dal ‘99. Il boccone più ghiotto, in Algeria, è costituito dalla privatizzazione di Sonatrach, l’ente statale per gli idrocarburi. Sonatrach fornisce il 36% del Pil ed i 2/3 delle entrate fiscali dello stato algerino. Da anni Usa e Francia cercano di mettere le mani su Sonatrach, bloccati da una legge che garantisce allo Stato almeno il 51% delle azioni. Un progetto di legge governativo che prevedeva la possibilità di mettere in vendita fino all’80% di Sonatrach è stato recentemente lasciato cadere, anche per la forte opposizione tra i lavoratori. Si prevede, però, che nel corso del 2003 il governo tornerà alla carica. La Francia sta così moltiplicando il flusso dei suoi investimenti nell’economia algerina (+ 60% tra 2001 e 2002), come mezzo di pressione su governo e burocrati statali. Gli Usa hanno risposto con la fornitura di armi tecnologicamente avanzate. Per compiacere il regime di Algeri, sia gli Usa che la Francia sono diventati sostenitori dell’indipendenza o di una larga autonomia per il Saharawi, scontentando così il re del Marocco, Mohammed VI, rivale regionale di Algeri.

Un periodo di pace prepara la guerra successiva e viceversa. E’ la natura del capitalismo nella sua fase imperialista. Per consolidare i loro super-profitti nei paesi ex coloniali, le potenze imperialiste combinano pressioni economiche, politiche, diplomatiche e militari. Cercare di convincere governi e borghesia di idee come il disarmo internazionale, una “pace giusta” od una riduzione dello sfruttamento dei paesi poveri serve solo a fiaccare l’azione dei lavoratori.

L’illusione più pericolosa è credere che, per abbattere questo stato di cose, non sia necessaria la lotta di classe più implacabile. Nessuna fiducia nelle cancellerie di Parigi e Berlino! Solo il movimento operaio può fermare la guerra. La lotta di liberazione dell’Algeria dal giogo francese e la guerra del Vietnam dimostrano che la mobilitazione dei lavoratori e degli studenti può sconfiggere la macchina da guerra imperialista.

Questa lotta non può quindi essere separata da quella contro il capitalismo e per il comunismo.