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Dopo 27 notti passate all'addiaccio sulla Torre di via Imbonati a Milano, si è conclusa giovedi 2 dicembre l'impresa di Marcelo e Abdelrajat. Sono scesi perché Abdelrajat si è sentito male, colica renale e disidratazione. Complicazioni che potevano costargli care. Se non fosse stato per questa ragione avrebbero proseguito la loro protesta.

È vero che ormai era questione di giorni, se non fossero scesi il 2 dicembre sarebbero dovuti scendere di lì a poco per le proibitive condizioni del tempo. Ma va anche detto che la precipitazione delle condizioni di salute di Abdelrajat ha inevitabilmente compromesso la trattativa perché potesse scendere con le garanzie minime per non essere espulso.


Abdelrajat dopo le prime cure mediche al pronto soccorso è stato dimesso, identificato dalla questura e portato prima al CIE di Via Corelli a Milano, poi trasferito al CIE di Modena, dove il regime carcerario è ancora più duro. Poi il 7 dicembre espulso. Ovviamente a Corelli e Modena il compagno è stato tenuto in rigoroso isolamento perché il Ministero degli interni temeva anche solo l'idea che raccontasse ai suoi fratelli e compagni segregati la lotta che ha sostenuto. La ritorsione su Abdelrajat è solo l'ultima di una lunga serie che si è abbattuta su una lunga lista di attivisti del movimento degli immigrati, 11 compagni a Brescia rimpatriati in 48 ore, un altro a Milano dopo la seconda settimana di lotta.

 

Lista destinata probabilmente ad allungarsi, visto che la reazione vuole chiudere la partita una volta per tutte. Questa furia ceca non fa altro che dimostrare la debolezza dello stato italiano capace solo di utilizzare la violenza per paura che questi esempi si diffondano. Come è successo agli studenti che in questi giorni si sono mobilitati contro Gelmini, come succede regolarmente a tutti i lavoratori che difendono il loro diritto al lavoro.

Si è conclusa quindi, per ora, una lotta che seppur sconfitta, ha tenuto viva l'attenzione per mesi sulla sanatoria truffa del Governo e ha fatto conoscere a tanti, che ignoravano il problema, le condizioni insopportabili di sfruttamento dei lavoratori immigrati in questo paese.

Al di là di come proseguirà la mobilitazione contro la sanatoria truffa e il diritto al permesso di soggiorno per tutti gli immigrati una cosa va detta, la mobilitazione a cui abbiamo assistito in queste settimane, che è la prosecuzione della lotta di Brescia, che a sua volta è la continuazione delle dure e importantissime lotte di alcuni mesi fa dei braccianti di Rosarno e di Caserta, non è che l'inizio di una nuova pagina della lotta di classe di questo paese destinata a lasciare un segno indelebile nelle coscienze di migliaia di persone.

Quanto successo in questi mesi rappresenta un salto qualitativo in primo luogo perché seppur non si sia ottenuto nulla, c'è stata una rottura con le mobilitazioni del passato.

Sono vent'anni che la questione degli immigrati tiene banco. Vent'anni in cui gli immigrati hanno dovuto delegare ai vertici della sinistra istituzionale e sindacale la direzione delle loro mobilitazioni. In questi anni non solo non è cambiato nulla ma anzi chi si è arrogato il diritto di rappresentarli si è reso responsabile di aver aperto la strada con la Turco-Napolitano a leggi reazionarie come la Bossi-Fini e il pacchetto sicurezza.

Il fatto che gli immigrati hanno preso in mano la direzione delle lotte è stato un fattore decisivo che ha permesso di passare dalle tante inutili manifestazioni rituali a una lotta incisiva e conflittuale. Gli operai italiani possono solo prendere esempio da ciò, perché quello che vale per gli immigrati vale anche per i lavoratori nativi, lasciando l'iniziativa ai vertici i lavoratori immigrati hanno visto solo  peggiorare le loro condizioni, una generalizzazione importante che riguarda tutti i lavoratori a prescindere dalle differenze etniche.

Aver preso in mano il proprio destino è sicuramente un gran passo avanti, la lotta di Brescia e Milano ha posto all'attenzione di tutti il dramma di centinaia di migliaia di immigrati a cui vengono negati diritti fondamentali.

A Milano è stato istituito un tavolo permanente che dovrebbe, il condizionale è sempre d'obbligo, incominciare ad affrontare il problema e cercare soluzioni per gli immigrati truffati. Inoltre la lotta è riuscita anche a interagire con gli studenti, come si è visto nel corteo studentesco del 17 novembre o con le assemblee all'università Statale, nei licei e con la presenza al presidio. Lo stesso dicasi nel quartiere, vedi la manifestazione del 20 novembre di oltre 2mila persone, sconfessando le dichiarazioni del vicesindaco De Corato che tentava di cavalcare un immaginario malessere degli abitanti della zona per giustificare lo sgombero del presidio.

Il presidio invece è stato per quattro settimane punto di riferimento per molti cittadini e militanti della sinistra.

Quattro settimane difficili non solo per le pessime condizioni climatiche, freddo, pioggia, gelo a cui negli ultimi giorni si è aggiunta anche la neve, ma anche per le differenti valutazioni emerse nella direzione del presidio che mostrano come, pur essendo questa mobilitazione riuscita a rappresentare un passo avanti rispetto al passato, ancora non ha tra le sue fila una direzione adeguata.

La salita sulla torre era stata concepita come un'azione di solidarietà coi compagni bresciani da oltre una settimana sulla gru e l'aspettativa era quella che dopo qualche giorno in qualche altra città qualcuno raccogliesse il testimone per proseguire, a mo' di staffetta. A chi in queste settimane ha contestato questa forma di lotta va ricordato che a Brescia gli immigrati da oltre un mese tenevano un presidio e facevano manifestazioni pacifiche a cui partecipavano sempre migliaia di persone. È stata la reazione violenta della polizia e l'assoluta indisponibilità ad aprire un confronto serio con le istituzioni a costringerli a un atto eclatante. A cui è seguita una repressione ancora più dura e violenta. Cosi anche a Rosarno dove i braccianti immigrati che si sono ribellati sono stati repressi dalla polizia inviata da Maroni mentre chi ha lucrato per anni relegandoli in condizioni indegne non ha subito nessuna conseguenza. Chi critica il metodo dovrebbe anche dire quale alternativa propone visto che la mobilitazione contro la sanatoria truffa proseguono da svariati mesi e nessuno prima della salita sulla gru ne aveva parlato. Altrimenti è evidente che la critica ha il fine solo di non far nulla e mantenere la situazione attuale.


Che il testimone non sarebbe stato raccolto, almeno per ora, era già evidente il 14 novembre quando sotto la Torre a Milano venne organizzata l'assemblea nazionale del Comitato immigrati e dalla quale nonostante i ripetuti appelli dei compagni di Brescia, del comitato milanese, non si andò oltre la promozione di un'assemblea nazionale del movimento a Firenze per il 28 novembre e una indicazione generica di una mobilitazione nazionale prima di Natale.


In quel momento sono uscite con tutta la loro drammaticità le divisioni sia nel Comitato immigrati milanese che a livello nazionale. Una volta concesso dalla prefettura di Milano, con l'intercessione di Cgil, Cisl, Arci e Acli, un tavolo tecnico in cui in futuro discutere caso per caso, un settore del comitato ha realizzato che più di così non si poteva fare. Più che comprensibile quindi che chi stava sulla torre, un settore del Comitato e la maggioranza degli immigrati che da tre settimane organizzavano il presidio abbiano preferito proseguire. Anche perché solo tre giorni prima si era tenuta una manifestazione nel quartiere che aveva dimostrato come il movimento di solidarietà si stava espandendo e rafforzando.

La rottura si è consumata sulla mancanza di chiarezza degli obbiettivi, chi voleva sbaraccare riteneva il tavolo tecnico un risultato più che dignitoso, ma nello stesso tempo non dava risposte a chi poneva tre problemi puntuali:

1) Non c'era nessuna garanzia che i buoni propositi dichiarati al tavolo si trasformassero in fatti concreti, niente di niente era stato scritto su un pezzo di carta e a nessuno sfuggiva che una volta scesi dalla torre il rischio che la prefettura si rimangiasse tutto era più che concreto.

2) Il tavolo si premurava solo di analizzare caso per caso, cosa che in sé, come lo stesso Marcelo Galati dall'alto della torre aveva dichiarato, era una preziosa apertura rispetto al passato ma nulla di più. Infatti rimaneva il problema dell'infinito iter che significava mesi e mesi di trafile burocratiche mentre questi lavoratori dovevano continuare a lavorare in nero rischiando l'espulsione in ogni momento. A questo va aggiunta la beffa, di cui pochi hanno parlato, che dal 31 dicembre centinaia di lavoratori assunti nelle prefetture per sbrigare queste pratiche saranno lasciati a casa. Lavoratori licenziati e immigrati condannati ad ulteriori mesi di agonia per mancanza di persone sufficienti a gestire migliaia di pratiche arretrate.

3) Nessuna garanzia era stata data per chi era sulla torre senza permesso di soggiorno.

Purtroppo invece di affrontare i problemi per quello che erano, chi voleva sbaraccare ha tenuto un atteggiamento provocatorio soffiando molto sul pericolo di repressione che sarebbe stato imminente. Provocazioni che hanno avuto l'effetto di generare un clima di sfiducia reciproca.

A quel punto sarebbe stato necessario ridiscutere completamente la riorganizzazione del presidio, formando un comitato di sostegno al Comitato immigrati rimasto sul campo composto da tutte le realtà accorse disponibili a continuare la mobilitazione. Proposta accolta in prima istanza alla fine dell'assemblea del 23 novembre sera ma alla quale il Comitato non è riuscito a dare continuità (ci riferiamo a coloro che non hanno abbandonato il presidio).

Questo ha permesso a chi non era più disposto a continuare la lotta di tentare sistematiche incursioni nel presidio per spargere divisioni e pessimismo. Aiutati da questo punto di vista dalle dichiarazioni altisonanti dei vari dirigenti della Lega o del Pdl. É stato un susseguirsi di funesti presagi di sgomberi e rastrellamenti, che ovviamente trovavano terreno fertile nel presidio a causa del vuoto politico di direzione e dall'estrema precarietà dei tanti immigrati senza permesso di soggiorno.

Nonostante ciò il presidio ha tenuto fino alla fine per la determinazione di molti giovani arabi e a tanti compagni italiani che hanno in primo luogo messo davanti a tutto il sostegno alla mobilitazione. Vedi per esempio la Brigata di solidarietà che fin dal primo giorno ha installato una cucina, estremamente preziosa per la tenuta del presidio, e non se ne è andata nonostante nutrisse parecchi dubbi sulla necessità di proseguire. Falso invece quanto apparso su Repubblica e altri mezzi d'informazione secondo cui dopo la rottura del Comitato immigrati il presidio era caduto in mano all'antagonismo milanese. Sicuramente l'antagonismo milanese è stato molto presente al presidio ma non ha mai fatto qualcosa che potesse mettesse in pericolo la sicurezza degli immigrati. Caso mai sono state queste dichiarazioni e l'abbandono irresponsabile di alcuni esponenti del comitato che hanno creato smarrimento e frustrazione tra gli immigrati.

Le mobilitazioni di Brescia e Milano rappresentano in un certo senso una linea di demarcazione tra il prima e il dopo. Hanno dimostrato che i lavoratori, anche i più ricattati possono lottare, anche se a caro prezzo, ma hanno anche indicato che non c'è ancora una direzione adeguata. L'assemblea di Firenze del 28 novembre dove si sono riuniti i rappresentanti di tutte le varie associazioni e organizzazioni antirazziste l'ha dimostrato. Nel pieno della lotta, con i compagni bresciani da poco scesi dalla gru, con la lotta a Milano ancora in corso, le tante associazioni, i partiti della sinistra radicale, la Cgil, la Fiom, la variegata costellazione di gruppi e gruppetti politici accorsi, si sono rifiutati di prendersi le proprie responsabilità e discutere una linea comune su come continuare la lotta di Via Imbonati, preferendo disquisire astrattamente su una grande manifestazione finale per il 18 dicembre. Dimostrando che alla maggioranza di queste organizzazioni interessava più la visibilità che possono avere dagli immigrati che altro.


Il problema è che se non si collega la lotta dei lavoratori immigrati a quella dei lavoratori italiani, gli immigrati saranno sempre costretti a una lotta difensiva.

Il grande assente di questa mobilitazione è stato il movimento operaio organizzato. I sindacati di base e in particolare la Cub hanno sostenuto questa lotta fin dal primo momento. Significativa la presenza degli immigrati agli scioperi del 29 ottobre a Roma e Milano.

Ma tutto ciò non basta. La Fiom al presidio si è vista molto poco, nonostante abbia in più occasioni promosso l'estensione del conflitto dai metalmeccanici agli altri settori. La Cgil al presidio si è fatta vedere solo alla manifestazione del 20 novembre e dichiarando il proprio ruolo nella vicenda concluso con l'aver ottenuto questo famoso tavolo tecnico col prefetto.

Rsu e delegati al presidio se ne sono visti pochi, molti lavoratori sono venuti a portare solidarietà e mezzi di sostegno a livello individuale, ma se si esclude qualche eccezione come i delegati dell'Ups che in azienda hanno promosso sottoscrizioni, appelli e raccolta di fondi, altri non se ne sono visti.

Il problema sta proprio qui. I vertici sindacali sono riusciti a erigere un muro tra la classe operaia organizzata e questa avanguardia di immigrati. Non sarebbe stato difficile aprire una campagna in questa direzione, non solo perché proprio Marcelo Galati, l'argentino sulla torre, è anche un delegato Fiom in cassa integrazione, ma perché quella del riferimento di classe era la questione che principalmente si percepiva nel presidio.

Se non si incomincerà ad affrontare seriamente questo aspetto del conflitto di classe, immigrati e italiani uniti contro lo stesso sfruttatore, è evidente che il percorso di lotta, di resistenza sarà più lungo e doloroso. Lottare fianco a fianco contro l'ingiustizia di questo sistema significa anche lottare insieme agli operai e ai giovani per riappropriarsi delle organizzazioni che in mano alla burocrazia sono solo uno strumento per far deragliare la lotta, ma in mano ai lavoratori sono lo strumento per organizzarla e farla vincere.

È nei tentativi, nelle approssimazioni con cui i lavoratori tentano di difendere i loro interessi che si verranno a creare in futuro le condizioni per nuove, più incisive e partecipate mobilitazioni. Oggi questo non c’è o se c’è è ancora insufficiente, e riguarda i lavoratori immigrati e i lavoratori italiani, con la differenza che l’immigrato che lotta (e al presidio erano tutti muratori, facchini e operai) lo sbattono in un centro di detenzione e lo deportano nel suo paese d'origine.

Presto o tardi le strade dei lavoratori italiani e di ogni nazionalità si incontreranno, i pregiudizi, le paure, l’ignoranza, lasceranno il posto all’interesse di classe. Perché solo la forza che con l'unità avremo cambierà questo paese.

Chi ha lottato in questi mesi non indica solo la strada da seguire, ma lascia anche un seme che non tarderà molto a germogliare.

Perché la ragione sta dalla parte di questi lavoratori che chiedono semplicemente di poter lavorare alla luce del sole e di avere una vita dignitosa, come desidera ciascuno di noi indipendentemente dal colore della pelle e dalla nazionalità del suo passaporto.


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