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I venti di guerra minacciano la Siria: un intervento dell'imperialismo occidentale appare sempre più probabile. Seguiremo nei prossimi giorni la situazione in maniera attenta. Nel frattempo, pubblichiamo un articolo scritto da Alan Woods. dirigente della Tendenza marxista internazionale, nel giugno scorso, ma che conserva tutta la sua validità.

 

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La dichiarazione di Obama, che ha promesso un’intensificazione dell’appoggio ai ribelli in Siria da parte degli Stati Uniti, rappresenta un cambiamento di scenario. L’annuncio della Casa Bianca significa che gli Stati Uniti per la prima volta forniranno aiuto militare diretto all’opposizione Siriana. Il portavoce, Ben Rhodes, non ha fornito dettagli specifici sull’organizzazione dell’intervento militare, se non che sarà “di scala e portata differente da quanto e’ stato fatto in passato”.
Quale atteggiamento dovrebbero dunque assumere i Marxisti e il movimento operaio riguardo a questa dichiarazione?

La ragione di questo cambiamento di approccio sarebbe, presumibilmente, l’utilizzo che il regime Assad avrebbe fatto di armi chimiche contro il proprio popolo. Gli Stati Uniti avevano avvertito in precedenza che l’uso di armi chimiche sarebbe significato “oltrepassare la linea rossa”.

Chiunque creda che le azioni statunitensi siano dettate da considerazioni umanitarie nei confronti del destino del popolo Siriano, dovrebbe ripensarci bene. La denuncia delle armi chimiche non può che rimandare automaticamente alla denuncia delle armi di distruzione di massa che servì come pretesto per l’invasione dell’Iraq dieci anni fa. Gli Stati Uniti mentirono allora e stanno mentendo adesso.

La natura cinica di questa dichiarazione può essere svelata dal modo in cui è stata presentata. Rhodes, vice consigliere di Obama per la sicurezza nazionale, ha affermato che l’intelligence statunitense riteneva che “il regime Assad avesse usato armi chimiche, tra cui il gas nervino Sarin, su piccola scala contro l’opposizione diverse volte nel corso dell’anno passato (nostro corsivo).

Rhodes ha inoltre detto che i funzionari dei servizi segreti erano decisamente convinti delle proprie affermazioni e ha stimato che siano morte per attacchi di armi chimiche dalle 100 alle 150 persone, “tuttavia e’ molto probabile che tali dati siano incompleti”.

“Abbiamo sempre considerato l’uso di armi chimiche una violazione delle norme internazionali e un oltrepassare limiti che sono ormai da anni stabiliti dalla comunità internazionale”, ha aggiunto Rhodes.

L’annuncio della Casa Bianca è giunto nello stesso giorno in cui l’ONU ha fornito il numero delle vittime del conflitto siriano, cresciuto a più di 93mila persone. Tutti sanno che questa cifra nasconde una realtà decisamente più  mostruosa. Nessuno sa veramente quante persone siano state uccise in questo massacro, ma la cifra reale potrebbe benissimo aggirarsi intorno alle 150mila persone. Il resoconto ha stabilito che almeno 5mila persone sono morte in Siria ogni mese dallo scorso luglio, con 30mila vittime da Novembre.  Più dell’80% dei morti erano uomini, ma l’Ufficio ONU dell’Alto Commissario per la Tutela dei Diritti Umani afferma che è stato documentato il decesso di più di 1700 bambini di età inferiore ai 10 anni.

Come sono state uccise tutte queste persone? Non da armi chimiche, ma da proiettili, bombe o da semplici coltelli. Migliaia uccisi brutalmente, molti sgozzati. Bambini giustiziati di fronte ai genitori. Eppure niente di tutto cio’ e’ stato considerato un “limite non oltrepassabile” dai gentiluomini di Washington.

La copertura delle notizie che giungono dalla Siria da parte dei mass-media occidentali è estremamente ipocrita. I media vedono solo le atrocità perpetrate dalle forze governative; non vedono bambini impiegati dai ribelli per decapitare i soldati fedeli ad Assad, oppure Abu Sakkar, comandante della Brigata Indipendente Omar al-Farouq, estrarre il cuore e il fegato di un soldato e portarsi il cuore alla bocca con l’esultante grido “Oh, miei eroi di Baba Amr,  massacrate gli Alauiti e strappategli il cuore per mangiarlo!”

Il 27 Maggio i ribelli hanno massacrato gli abitanti del villaggio cristiano di al-Duvair, nella periferia di Homs. Questo non è stato che l’ultima di varie persecuzioni genocide, per cui sono stati impiegati metodi differenti: a Khalidia, cristiani e alauiti furono fatti prigionieri in un palazzo, poi fatto esplodere con la dinamite. I cristiani rappresentano il 10 per cento della popolazione, gli alauiti il 13 per cento; i ribelli sunniti hanno dunque l’obiettivo di eliminare il 23 per cento della popolazione Siriana. Circa 400mila cristiani hanno gia’ lasciato il paese.  E di questo chi ne parla? Le loro sofferenze non esistono nemmeno per la nostra “stampa libera”.

Quando i media sono, talvolta, obbligati a riconoscerne l’esistenza, lo fanno con il solo intento di minimizzarle e giustificarle.  Giusto la settimana scorsa il senatore americano John McCain ha sottolineato: “Cose terribili stanno accadendo da parte di  entrambi gli schieramenti, ma nel caso degli uomini di Bashar al-Assad è  solo una tattica usata per intimidire la popolazione.” Qual’e’ dunque lo scopo delle atrocità commesse dai sostenitori della Jihad? Forse si tratta solo di “bollenti spiriti”? Quando un bambino viene giustiziato di fronte ai genitori per un presunto insulto al Profeta, si tratta dunque solo di una manifestazione di fervore religioso? Il Senatore McCain non ritiene necessario illuminarci a riguardo.

Questi disgustosi ipocriti erano ben felici di starsene seduti a braccia conserte, approfittando di queste atrocita’ al fine di fare un po’ di propaganda contro un governo che non rispecchiava i loro interessi e che speravano cadesse, senza mettere a rischio le vite di soldati Americani.

Dopo aver osservato impassibilmente il massacro di oltre 100mila uomini, donne e bambini mediante mezzi “convenzionali”, ora tentano di affermare, con un cinismo dei più sfacciati, che la morte di un centinaio di persone circa (non sono sicuri di quanti) a causa del gas sarin (pensano) gli dà il via libera per intervenire.

Tenendo in considerazione che il suddetto gas sarin doveva essere stato usato(su “piccola scala”)   diverse volte durante lo scorso anno, perchè non hanno dunque deciso di intervenire prima? Perche’ aspettare fino ad ora?

Occorre anche considerare che l’uso del gas non e’ stato confermato dall’ONU, che ha affermato ripetutamente di non sapere chi ne fosse il responsabile. Potrebbe essere che alcuni gruppi di jihadisti abbiano usato piccole quantita’ di sarin, forse fornitegli da Sauditi o Qatarioti al fine di provocare una reazione statunitense.

I ribelli avevano tutti gli interessi nel procurare agli Americani una scusa per intervenire, mentre Assad non ne aveva alcuno. Non è infatti un segreto che l’opposizione Siriana abbia pregato e spinto perchè ciò accadesse negli ultimi mesi. Ora hanno ottenuto quello che desideravano.

Tuttavia in passato le potenze occidentali avevano appoggiato l’uso che il regime iracheno aveva fatto delle armi chimiche contro il proprio popolo; tale è l’ipocrisia imperialista. Dettaglio insignificante della situazione, Saddam Hussein all’epoca era fedele alleato statunitense.


I rapporti di forza

La vera ragione di questo radicale cambiamento di prospettive da parte degli Stati Uniti risiede essenzialmente nei raopporti di forza, che ora pendono decisamente a favore di Assad. La presa di Qusayr, una città strategicamente importante situata vicino al confine con il Libano, ha costituito la svolta decisiva. I media occidentali hanno drammaticamente enfatizzato la presenza di combattenti “stranieri” in Siria (principalmente Hezbollah),  ma si sono astenuti dal commentare la presenza di mercenari stranieri e gruppi jihadisti, quale Jabhat al-Nusra, forte di 10.000 unità, Ahrar al-Sham e altri jihadisti finanziati dal filo-statunitense Qatar e dall’Arabia Saudita. Neppure hanno menzionato la politica interventistica del dittatore turco, Recep Tayyip Erdogan; ricordiamo che la Turchia è un paese membro della NATO.

È vero che il governo di Assad si è rivolto a Mosca e a Teheran in cerca di aiuto. Gli Hezbollah sono anche stati coinvolti nella controffensiva governativa  e hanno probabilmente fatto pendere l’ago della bilancia a suo favore.  Ora l’occidente sta tentando disperatamente di aiutare i ribelli, al fine di ristabilire l’equilibrio. Ma anche in caso di successo, ci vorranno mesi per raggiungere l’obiettivo, senza contare ulteriori stragi e distruzioni. Tuttavia, le eventuali vittime sono ciò che meno di tutto interessa ai nostri leader “democratici”.

I leader francesi e britannici puntavano a convincere il presidente Bashar al-Assad di non essere in grado di riportare una vittoria militare decisiva contro i suoi oppositori, e dunque costringerlo al negoziato.  Ma ora che la situazione e’ stata ribaltata, Assad non e’ piu’ disposto a negoziare. La sua intenzione e’ distruggere i ribelli, non raggiungere la cooperazione.

Per mesi la guerra civile in Siria si e’ mantenuta a un punto morto, mentre sia il governo sia i ribelli erano incapaci di raggiungere una vittoria decisiva. Durante tale situazione, le potenze imperialiste hanno avuto spazio sufficiente per accordarsi segretamente con la Russia al fine di trovare una qualche soluzione diplomatica, ad esempio una coalizione governativa che includesse elementi del vecchio regime insieme a politici borghesi, fantocci imperialisti e Islamisti “moderati”.

I governanti russi mantengono un’atteggiamento  altrettanto cinico nei confronti della Siria. Per decenni i Siriani sono stati i maggiori alleati russi nel Medio-Oriente. Dunque i russi hanno un legittimo interesse nel fornire loro un appoggio; ma, come gli Americani, ritenevano che Assad potesse essere rovesciato. Hanno perciò deciso di limitare i danni e di entrare in contatto con l’opposizione.

La BBC dichiara: “Francia e Regno unito sostengono che non si debba far pendere troppo l’ago della bilancia dalla parte del regime, come sta accadendo recentemente”. “Troppo” diventa qui la parola chiave. La situazione di stallo faceva sicuramente comodo agli imperialisti, che desiderano rovesciare il governo anti-occidentale di Assad, ma temono maggiormente l’ascesa di Jihadisti e Salafisti, che trasformerebbero la Siria in un nuovo Afghanistan.

È  dunque chiaro che il Cremlino sarebbe stato pronto ad abbandonare Assad in favore di un accordo con l’opposizione e, in ultima analisi, le potenze imperialiste al fine di salvaguardare i propri interessi in Siria. Proprio per tale motivo i Russi si stavano preparando a partecipare a una conferenza internazionale a Ginevra; ma la situazione è cambiata, specialmente dopo la presa di Qusayr, che ha modificato il rapporto di forze sul campo di battaglia e ha conferito allo stagnante Assad nuova linfa vitale.


Una soluzione negoziata?


Come al solito, le cosiddette Nazioni Unite non sono state in grado di risolvere la situazione; Ban Ki Moon implora sommessamente la pace mentre il conflitto armato continua ad infuriare e diventa più intenso di giorno in giorno. Domanda alle potenze straniere di non fornire armi ai belligeranti, nel frattempo la CIA intensifica le spedizioni di equipaggiamento militare e l’addestramento dei ribelli su come utilizzare tale equipaggiamento. Si parla addirittura di organizzare campi d’addestramento in Giordania; tuttavia è estremamente dubbio il modo in cui tutto ciò potrà veramente modificare i rapporti di forza sul campo di battaglia.

Finora si diceva che gli Stati Uniti avessero limitato il proprio aiuto ai ribelli a semplici razioni di cibo e medicinali. Tuttavia alcune fonti suggeriscono che la CIA sta in realtà supportando i ribelli, inclusi gruppi legati ad al-Qaeda. Putin ha sottolineato di recente quanto fosse paradossale che i governi occidentali stessero fornendo in Siria agli stessi gruppi terroristici contro cui combattevano in Afghanistan e in Mali.

Gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito senza dubbio si rivolgeranno all’ONU accusando la Siria di aver violato “leggi internazionali” con l’uso di armi chimiche; la Russia, però, ha dichiarato che le accuse degli Americani contro la Siria erano state fabbricate ad arte, fatto su cui restano ben pochi dubbi. Mettendo questa situazione a confronto con la falsa accusa degli statunitensi a Saddam Hussein di nascondere in Iraq armi di distruzione di massa, Alexei Pushkov, a capo della Commissione degli Affari Esteri nella Camera Bassa del Parlamento Russo, ha twittato: “Obama sta seguendo le orme di George Bush”. Per questo motivo, si riducono a zero le probabilità di trovare una soluzione tramite il Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

I successi militari dell’esercito Siriano hanno eliminato ogni possibilità di una conferenza di pace, la quale sarebbe stata in ogni caso difficilmente realizzabile. Il Washington Post scrive: “  ‘Se la situazione si manterra’ stabile, il governo Siriano sarà certamente favorito’  ha dichiarato in ogni conferenza Charles Lister dell’IHS Jane’s Terrorism and Insurgency Center, con base a Londra. ‘Se ci fermiamo ad osservare la situazione odierna, e’ chiaro che i ribelli non pongono una insormontabile minaccia al regime’ ”.

Questo fatto spiega la riluttanza dell’opposizione perfino a partecipare alle conferenze stesse. L’Occidente ha reagito alla crisi militare mandando armi in quantità ai ribelli e la Russia sicuramente reagirà intensificando l’invio di armi sofisticate dirette ad Assad.   La conferenza di Ginevra, che non è mai stata sicura, e’ morta sul nascere. L’ONU e’ decisamente irrilevante sul piano politico. La diplomazia è stata spazzata via dagli avvenimenti accaduti sul campo di battaglia.  Ora sarà la guerra a decidere ogni cosa.


Quello che vuole Obama


La decisione degli Stati Uniti segna la significativa intensificazione della guerra “per procura” che ha velocemente preso piede in Siria. La ragione per cui Washington non ha dato l’ordine di armare i ribelli in precedenza non è difficile da comprendere: temono che ogni arma inviata finirà nelle mani di Al Qaeda, che in ultima analisi si nasconde dietro le forze jihadiste siriane. Anche adesso questo è un fattore limitante per l’azione statunitense in Siria.


Il Wall Street Journal scrive il 16 Aprile: “Gli alti funzionari dell’amministrazione del governo Obama hanno sorpreso i parlamentari nelle scorse settimane con un approccio nuovo alla questione siriana: non vogliono una immediata vittoria militare dei ribelli perche’ ritengono che i “nostri ragazzi” potrebbero non uscirne vittoriosi. I funzionari temono che, con gli Islamisti così legati ad Al Qaeda, che esercita un controllo sempre maggiore sull’opposizione a Bashar al-Assad, una vittoria dei ribelli troppo rapida potrebbe minare le speranze di una soluzione diplomatica.”


Obama punta a rafforzare la parte “moderata” dell’opposizione, rappresentata dal Consiglio Militare Supremo (Cms) e dalla Coalizione di Opposizione Siriana, ma si fa prima a dirlo che a farlo. Tutti sanno che i ribelli possono contare effettivamente solo su Al-Nusra e altre forze jihadiste. Il Cms  è stato assolutamente abbandonato negli ultimi mesi.
La Casa Bianca spera che il maggiore supporto ai ribelli “faciliterà una maggiore  legittimazione ed efficacia delle loro forze militari e politiche”, ha sostenuto Rhodes, aggiungendo che gli Stati Uniti si sentivano “ a loro agio” durante la cooperazione con il capo del Cms, il Generale Salil Idris. “Avere il Cms come tramite è stato fondamentale mentre puntavamo ad isolare gli elementi più estremisti dell’opposizione, come al-Nusra”, ha detto inoltre.


Rhodes non ha fornito dettagli dell’aiuto ai ribelli, ma i media statunitensi hanno riportato le dichiarazioni dei funzionari amministrativi, stabilendo la spedizione di piccole armi e munizioni. Il New York Times, citando come fonte sempre i funzionari statunitensi, ha scritto che Washington potrebbe addirittura fornire armi anticarro; i ribelli, tuttavia, hanno richiesto armamenti di difesa sia contro carri armati sia antiaerea.


E come mai la lista stilata dai funzionari non comprendeva i missili anti-aereo? Evidentemente, gli Americani temono che, dovendo cambiare tattica e usare le proprie forze aeree contro la Siria, i propri velivoli verrebbero abbattuti da coloro che prima consideravano “alleati” con missili “made in USA”.
Alla domanda se il Presidente Obama sosterrebbe la decisione di rendere la Siria una “no fly zone”, Rhodes ha dichiarato che ciò non costituirebbe una “enorme differenza” sul campo, ma che sarebbe una manovra parecchio dispendiosa. Una dichiarazione in palese malafede. Se la forza aerea Siriana potesse essere eliminata dall’orizzonte militare, ciò cambierebbe decisamente la situazione sul campo.


Dunque la ragione per cui la proposta di una “no fly zone” non e’ stata nemmeno ventilata da Washington non è perchè non farebbe alcuna differenza, ma perchè il governo americano non osa fare una tale proposta. L’esperienza in Vietnam ha costituito un efficace avvertimento su quanto sia facile farsi coinvolgere in affari esteri. Non c’è alcuna garanzia del fatto che le scorte di armi mandate ai ribelli saranno sufficienti. Rhodes ha già detto che gli Stati Uniti si impegneranno in “ulteriori azioni” nel corso dei loro piani futuri.
Ciò significa che gli americani vogliono intervenire militarmente in Siria? Una parte dell’establishment statunitense è a favore di un coinvolgimento diretto. I senatori repubblicani John McCain e Lindsey Graham, particolarmente insistenti nei loro appelli per gli aiuti militari, hanno dichiarato che le recenti scoperte devono necessariamente modificare la politica americana verso la Siria.


“La decisione di fornire una assistenza alle forze di opposizione Siriane, specialmente di munizioni e armi pesanti, è stata rimandata troppo a lungo e speriamo che il Presidente decida di intraprendere questa manovra, ormai assolutamente necessaria”, hanno dichiarato entrambi. Tuttavia, anche questo sembra a loro insufficiente e hanno reso chiaro quanto tale mossa sia solo il primo passo:
“Fornire solo armi non è sufficiente. Il Presidente deve radunare una coalizione internazionale per intraprendere manovre militari al fine di declassare l’abilità di Assad di usare forze aeree e missili balistici e al fine di spostare le sue forze e rifornirle sul campo di battaglia tramite aerei.”


McCain, insieme ad altri, hanno spinto per un coinvolgimento militare statunitense maggiore per almeno un anno; tuttavia, è  risaputo che la salute mentale dei Repubblicani, l’ala piu’ aggressiva e reazionaria dell’imperialismo americano, è da mettere in discussione. Obama rappresenta una sezione leggermente più equilibrata della classe dominante statunitense. Il congresso si sta irrigidendo mentre le aquile Repubblicane sono assetate di sangue. Ma a dieci anni dall’invasione irachena, l’ambiente nella società americana è fortemente contrario  a nuove avventure militari all’estero.

Rivoluzione o controrivoluzione?

Il movimento in Siria è iniziato come una rivoluzione popolare con un appoggio  delle masse; se quel movimento fosse stato dotato di un programma veramente rivoluzionario, avrebbe potuto portare dalla propria parte quei settori della popolazione che appoggiavano Assad per paura del cambiamento. Tuttavia, in mancanza di una chiara direzione rivoluzionaria il movimento è stato letteralmente dirottato da elementi reazionari e incanalato sul terreno dello scontro religioso.
Gli alleati americani, Qatar e Arabia Saudita, baluardi della reazione in Siria, sin dall’inizio dei movimenti  vi hanno riversato denaro, armi e mercenari  con l’obiettivo non di aiutare coloro che combattevano per un vero cambiamento politico in Siria, ma al contrario al fine di schiacciare gli elementi rivoluzionari e trasformare in una guerra civile religiosa ciò che aveva tutte le premesse per diventare una rivolta popolare.


La militarizzazione della rivolta l’ha completamente privata di contenuti rivoluzionari; coloro che controllavano le armi e il denaro dettavano legge e alla fine i salafiti e Jihadisti controrivoluzionari, abbondantemente finanziati e forniti di armi dai miliardari di Riyadh e Doha, hanno preso il controllo. Ciò ha determinato la natura della cosiddetta opposizione.
C’è chi sostiene che vi siano ancora elementi rivoluzionari all’interno dell’opposizione, che non sono stati ancora soffocarti. Potrebbe essere vero, ma quegli elementi nono sono affatto decisivi. Tentano di resistere alla deriva verso la reazione Salafita, ma dato che i reazionari controllano armi e denaro i loro tentativi sono destinati al fallimento fin dal principio.
L’altro elemento presente nell’opposizione è  la parte borghese “moderata” della Coalizione dell’Opposizione Siriana, ma coloro che ne fanno parte sono ormai completamente subordinati agli interessi dell’imperialismo statunitense. L’ultima dichiarazione rilasciata da Obama servirà solo a rendere ancora più chiara quella subordinazione e come dice il detto, chi paga l’orchestra sceglie anche la musica.


È essenziale che la gioventù rivoluzionaria siriana lotti per mantenere una posizione di indipendenza di classe e non si subordini nè ai jihadisti controrivoluzionari nè alla borghesia reazionaria filostatunitense. Ovviamente non è facile nella situazione presente, ma occorre pensare al domani, non solo all’oggi. In ultima analisi la domanda cruciale non è se saranno i ribelli a vincere o Assad, ma cosa cosa singnifica la parola “vittoria” in questo contesto?


La vittoria dei Jihadisti rappresenterebbe il prevalere della reazione più becera, l’annichilimento di tutti i successi raggiunti dalla Siria negli ultimi cinquant’anni, rappresenterebbe spingere un paese civile di nuovo nella barbarie. Significherebbe un selvaggio massacro e una pulizia etnica di Alauiti, cristiana e laici. Le intenzioni dei Jihadisti sono ben simbolizzate dal loro slogan, “Alauiti alla tomba e Cristiani a Beirut!”; tutto ciò che desiderano è provocare una guerra di sterminio tra Sunniti e Sciiti.


Tuttavia, vi sono stati rapporti di massacri in villaggi Sunniti da parte di milizie Alauite in varie zone del paese; ciò suggerisce l’inizio di una vera e propria politica di pulizia etnica che condurrebbe alla distruzione della Siria come paese. Sarebbe un incubo reazionario e il caos provocato non potrebbe essere arginato dai confini siriani. La follia settaria deliberatamente scatenata dagli agenti della reazione, ispirata e condotta da criminali Sauditi e Qatarioti si sta già diffondendo in Libano, paese sull’orlo di una nuova e sanguinosa guerra civile. Le fiamme del settarismo  religioso stanno già incendiando  l’Iraq e minacciano l’intera regione.


Inoltre, è necessario gettare uno sguardo oltre le frontiere siriane; la vittoria islamica in Siria costituirebbe un durissimo colpo alla Rivoluzione araba in tutto il Medio Oriente, rafforzerebbe i settori più reazionari in Egitto e Tunisia e indebolirebbe le forze rivoluzionarie, oltre a contrastare la rivolta che si sta ora sviluppando in Tunisia. Oltretutto la classe dominante Israeliana si sentirebbe incoraggiata ad attaccare l’Iran. Un’eventualità da evitare ad ogni costo.
La popolazione della Siria sarebbe in qualche modo avvantaggiata da una dominazione imperialista? Basta osservare solo Iraq, Afghanistan o Libia. I Siriani non possono abbandonare il loro destino ai cosiddetti democratici di Washington, Londra e Parigi, motivati esclusivamente dalla cupidigia e dalla difesa dei propri interessi.



Che fare?

Per prima cosa, diciamo cosa non va fatto. In ogni momento decisivo, si sentono sempre le stesse parole “Bisogna fare qualcosa!”. Ciò solitamente significa l’abbandono di ogni principio precedentemente osservato in virtù della cosiddetta “opzione di minima resistenza”. Ma è sempre un grave errore e la strada apparentemente piàù agevole si rivela sempre la più difficile e pericolosa.


Basta ricordarsi di ciò che è successo in Libia. Gli imperialisti avevano preparato l’opinione pubblica ad un intervento contro Gheddafi tramite uno scandalo mediatico riguardo al possibile pericolo di massacri a Bengasi. Una scusa utilizzata per giustificare l’imposizione di una “no fly zone” e l’uso di velivoli militari della NATO per bombardare l’esercito  libico e facilitare la vittoria dei ribelli.


Come in Siria, il movimento in Libia era iniziato come un  movimento rivoluzionario, che traeva ad ispirazione dalle rivolte in Tunisia ed Egitto; i leader borghesi a Bengasi, pero’, spinsero la rivolta verso la direzione sbagliata, avendo domandato subito l’intervento delle potenze imperialiste. La Rivoluzione era stata deragliata, con risultati disastrosi. Chiediamo alla popolazione della Siria di osservare per bene la Libia oggi e chiedersi se sia quello che desiderano per il proprio paese.
La verità è che la Rivoluzione Siriana ha sofferto una sconfitta. Non è  la prima volta che un movimento rivoluzionario fallisce e sfocia nella reazione: la prima Rivoluzione Russa del 1905 fu sconfitta e sfociò in un’orgia di reazione, massacri e pogrom. Ma di certo non segnò la fine della storia stessa:  dodici anni dopo ci fu una nuova rivoluzione che, sotto il controllo Bolscevico, fu vittoriosa.


Comprendiamo che la sconfitta è decisamente amara da ingoiare per un rivoluzionario in Siria, ma e’ necessario dire la verità, per quanto sgradevole. Le scorciatoie, sotto forma di accordo con gli imperialisti o con i jihadisti, sono una facile strada verso il disastro: solo i più ingenui potrebbero veramente credere che la guerra in Siria si tratti in ultima analisi di una lotta tra democrazia e dittatura. La classe operaia siriana soffrirà le conseguenze del presente conflitto, qualunque dei due fronti ne esca vittorioso.


In situazioni difficili, e le condizioni della Siria ora sono decisamente difficili, è necessario riorganizzare le forze e prepararsi ai cambiamenti futuri, che potrebbe arrivare prima del previsto ma che arriverà dall’esterno della Siria. In Turchia c’è un inizio di una rivoluzione, in Iran, nonostante le misure repressive del regime, le masse cominciano nuovamente a muoversi. In Egitto e Tunisia i lavoratori e i giovani rivoluzionari hanno mostrato il proprio desiderio di combattere gli Islamisti reazionari della Fratellanza Musulmana e di Ennahda.  La meravigliosa Rivoluzione araba è incominciata, ma non è  ancora finita. Tutte le nostre speranze risiedono in questa prospettiva, della quale siamo assolutamente certi.


L’imperialismo statunitense è la forza controrivoluzionaria più potente del pianeta e nulla di buono può  uscire dalla costante intromissione americana negli affari delle altre nazioni. La Francia e la Gran Bretagna sono potenze imperialiste minori, e i loro leader hanno fomentato l’umore bellicoso nella popolazione al fine di divergerne l’attenzione dalla dura crisi economica che ne sta minacciando il tenore di vita. Ma la popolazione di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti non vuole la guerra. Le gente ricorda come sia stata ingannata dalla falsa propaganda prima dell’invasione dell’Iraq e non lascerà che succeda una seconda volta.


I marxisti, in Europa e in Usa, devono compiere il loro dovere rivoluzionario. Dobbiamo opporci in ogni modo a piani per nuovi interventi imperialisti nel Medio Oriente. Il nostro dovere e’ chiaro: dobbiamo combattere contro la nostra stessa borghesia. L’obiettivo immediato è denunciare, esporre e smascherare la propaganda di menzogne che cerca di preparare l’opinione pubblica a nuove guerre e massacri.


No alle interferenze imperialiste in Siria!
No all’imperialismo!
Viva la Rivoluzione Araba!

14 giugno 2013

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