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Innanzitutto partiamo da un presupposto. Lunedi’ mattina, 27 giugno, un presidio di abitanti della valle è stato sgomberato con un’azione che definire di guerra non ci pare esagerato (clicca qui per un video  a modo di esempio ma si potrebbero postare decine di filmati).

 

Tra lacrimogeni, cariche, caccia all’uomo nei boschi, ci si è trovati nella più pesante azione di polizia che l’Italia ricordi da Genova 2001. Centinaia di valligiani, che senza altri mezzi se non la sola presenza fisica dimostravano la loro contrarietà alla tav, sono state oggetto di una vera e propria dichiarazione di guerra da parte dello stato italiano, nella persona del suo ministro degli interni, quello del “padroni a casa nostra”. “Padroni a casa nostra” sì, ma solo se questo non confligge con la sete di denaro del padronato italiano. Questo è il presupposto quindi. La conseguenza è semplice, ovvia. Se si lascia la zona nelle mani dello stato iniziano i lavori, inizia la distruzione della valle e l’enorme sperpero di denaro pubblico (15-20 miliardi di euro!) che potrebbe essere utilizzato in ben altre maniere. Inutile qua soffermarsi sulle ragioni della contrarietà al progetto alta velocità. Un’opera inutile (le attuali linee sono ampiamente sottoutilizzate), assurda (il concetto di “autostrada ferroviaria” è antieconomico, oltre che antiecologico), dannosa (le montagne della zona sono amiantifere), basata unicamente su una prospettiva di crescita del traffico merci che non sta né in cielo né in terra, tutta da dimostrare. (http://www.notav.eu/content-cat-13.html).

Il punto è che la borghesia italiana è incapace a competere sul mercato globale. Non investe su nulla (tecnologia, ricerca, innovazione) e di conseguenza  perde quote di mercato. Probabilmente, in periodo di crisi profonda del capitalismo nemmeno gli investimenti servirebbero, ma questo non è argomento di questo articolo. Le uniche possibilità che hanno di continuare a fare profitti consistono nell’appropriarsi di servizi pubblici in sostanziale regime di mono/oligopolio da una parte (da qua tutta la questione dell’acqua ad esempio e in generale del decreto Ronchi, ma anche quella della privatizzazione del trasporto pubblico locale, della scuola ecc ecc)  e dall’altra gli appalti pubblici legati al “costruire”, che siano gallerie, centrali nucleari, porticcioli non è importante. Più grande è l’opera, più ci si guadagna, meglio è. La tav si fa per questo: far guadagnare i grossi conglomerati economici italiani, punto.

Occorre quindi difendere la valle dalle perforazioni, occorre assediare il cantiere. Per fare questo, domenica 3 luglio, sono arrivate in Val di Susa decine di migliaia di persone. Una massa di persone che diceva chiaramente di non essere disposta a vedere violentato un territorio in nome del profitto. Per la borghesia parassitaria di questo paese, per il suo governo e per le sue forze dell’ordine, questo non è accettabile. Non è accettabile che qualcuno metta in discussione il dogma per cui la libertà di impresa viene prima di tutto.

È in questo contesto che analizzato quello che è successo domenica. I poteri forti di questo paese, tramite i loro cani da guardia, avevano bisogno di reprimere pesantemente chi pensa di contrapporsi ai voleri e alle priorità di questo sistema. Questo volevano fare  e questo hanno fatto. Al di là di come le vogliamo definire, le persone che erano in valle domenica avevano una caratteristica che le accomunava tutte: la volontà di affermare un diverso modello di sviluppo che tenga conto delle necessità delle persone e non del profitto. E tutte quelle persone volevano affermare quest’idea riprendendosi quello la polizia aveva tolto ai valligiani il lunedì precedente usando una violenza nemmeno lontanamente paragonabile al lancio di un sasso.

A noi la violenza non piace, ci piacerebbe riuscire ad affermare i nostri diritti in maniera pacifica. Ma il capitalismo, soprattutto nella sua fase di crisi, ci impone forme di lotta radicali. Giornali e televisioni definiscono come violente tutte quelle forme di lotta che mettono in discussione lo strapotere della borghesia e le compatibilità del suo sistema. Così uno sciopero a oltranza, un picchetto, un blocco stradale diventano metodi inaccettabili, violenti, eversivi. Secondo lor signori dovremmo sottoporre le nostre richieste, aspettare pazientemente una risposta e accettarla qualunque essa sia. Questa è la loro idea di democrazia. Se a qualcuno non sta bene, e alla ValSusa ma non solo, non va bene, allora la risposta è la repressione. Nove ore di lacrimogeni, proiettili di gomma, manganellate e chi più ne ha più ne metta. La necessità di portare avanti l’assedio da un lato e l’aggressione militare della polizia dall’altra, hanno costretto chi c’era a difendersi come poteva (clicca qui e vai al minuto 5:40).

Lo abbiamo fatto in tanti e rimpiangiamo solamente di non aver organizzato in modo soddisfacente la nostra autodifesa. Sarebbe compito di organizzazioni come la Fiom, che fin dall'inizio si è schierata contro il Tav,  di estendere la mobilitazione, convocando uno sciopero generale iniziando dalla provincia di Torino, e di mettere a disposizione del movimento tutta la forza e l'esperienza della classe lavoratrice, anche dal punto di vista della “gestione della piazza”. Abbiamo il tempo di farlo perché la mobilitazione non è finita, anzi. Come ci ha detto, sul ponte della centrale idroelettrica di Chiomonte, un esponente storico del movimento no tav , “gli abbiamo dato solo un piccolo assaggio”.  La lotta continua!

 

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