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Dopo due anni di sacrifici per Maastricht

I lavoratori riprendono la parola

 

Per due anni il governo Prodi è riuscito a garantire la pace sociale, disinnescando ogni potenzialità di opposizione dei lavoratori alla sua politica di austerità. Per due anni, pareva che fosse calata una cappa soffocante sul movimento operaio, una cappa creata dall’azione congiunta del governo, dell’apparato sindacale, del gruppo dirigente del Pds. Gli avvenimenti di queste settimane indicano che questa fase si avvia a terminare. Possono passare forse ancora dei mesi, ma una cosa è chiara: le illusioni, le attese e le speranze suscitate dalla vittoria elettorale dell’Ulivo stanno lasciando spazio a stati d’animo molto diversi: delusione, impazienza, rabbia e infine una disponibilità a mobilitarsi.

La propaganda europeista ha potuto disorientare per due anni i lavoratori, creando un ambiente di attesa, di confusione e di stallo. Oggi vediamo come quella propaganda si rivelerà un’arma a doppio taglio. Non basteranno le prediche e le minacce dei Prodi, dei Ciampi o dei banchieri europei: fra i lavoratori si fa strada sempre di più l’idea che finora abbiamo dovuto pagare, stringere la cinghia, mordere il freno, ma ora basta: dopo i sacrifici, deve venire il nostro turno, devono prevalere i nostri interessi.

È impossibile prevedere l’esatto ritmo di questo processo: vi sono forti differenze fra regione e regione, fra i diversi strati della classe operaia, fra lavoratori e disoccupati, ecc. Tuttavia è innegabile che il vento stia cominciando a cambiare, e questo cambiamento stravolgerà nel prossimo periodo tutto lo scenario della "politica ufficiale".

Nell’apparato sindacale vediamo come i nervi comincino ad essere scoperti. Quattro mesi fa il solo parlare della legge per le 35 ore settimanali era considerato un’eresia degna delle scomuniche di Cofferati e D’Antoni. Eppure alla manifestazione del 21 marzo hanno dato la loro adesione non solo i sindacalisti di Rifondazione, ma anche dirigenti della maggioranza della Cgil come Agostinelli (segretario Cgil lombarda) o Magni (ex-segretario provinciale della Fiom di Milano), e altri. Non hanno certo mosso mari e monti per portare i lavoratori in piazza, ma la loro adesione è stato un chiaro segnale a Cofferati di cambiare registro, perché la campagna contro le 35 ore non era popolare fra i lavoratori iscritti alla Cgil.

Ancora più importante quello che è successo in Campania. Per anni le confederazioni hanno ignorato coscientemente i movimenti di disoccupati e di lavoratori precari (Lsu, corsisti, ecc.), tentando di emarginarli dal movimento sindacale. Oggi, devono fare una svolta a 180 gradi e, nel tentativo di controllare l’esplosione delle lotte di questi lavoratori, convocano lo sciopero in Campania e devono aprire almeno in parte il sindacato alla rete di comitati spontanei sorta in questi anni.

La rottura fra Confindustria e governo si è inserita in questo ambiente. L’associazione padronale ha capito che di fronte a un clima sociale mutato, anche una legge "simbolica" sulle 35 ore sarebbe stata interpretata come una vittoria dei lavoratori, alimentando la fiducia e la disponibilità alla mobilitazione. Perché allora dopo pochi giorni la Confindustria è costretta a tornare sui suoi passi e a riaprire la trattativa col governo? La risposta è semplice: una tattica di scontro frontale con un movimento operaio in fase di ripresa avrebbe costretto i dirigenti sindacali a convocare nuove mobilitazioni, a passare dalle manifestazioni agli scioperi, ad allargare il movimento. Questa dura realtà è stata senza dubbio spiegata da Prodi e Scalfaro all’impaziente signor Fossa: oggi non possiamo scontrarci apertamente con i lavoratori: dobbiamo ingannarli, confonderli e prendere tempo.

L’inganno si crea innanzitutto trasformando le rivendicazioni dei lavoratori e dei disoccupati in un programma che possa servire ai padroni. La proposta di legge sulle 35 ore è un modello in questo senso. Infatti:

1) Non si parla di parità di salario;

2) Non si impedisce di firmare contratti nazionali con orari superiori;

3) Si considera straordinario il lavoro oltre la 40esima ora;

4) Si lascia aperta la porta a tutte le forme di flessibilità (annualizzazione, ecc.)

5) Si parla di "verifiche" e controlli da fare con una nuova trattativa nel 2000.

In altre parole, la "legge sulle 35 ore" sarà una legge di incentivi alle aziende che applicheranno l’orario ridotto e - forse - di qualche sanzione per chi non lo farà. Ma soprattutto Prodi e Treu (ministro del lavoro) hanno reso ben chiaro che una volta presentato il disegno di legge considereranno finito il loro compito, e non si opporranno se in parlamento passerà una versione ancora peggiore.

Né valgono molto di più i 20mila miliardi promessi per il mezzogiorno. Infatti solo 1.500 saranno direttamente dedicati ad assunzioni, altri 5-6.000 serviranno per alcune grandi infrastrutture (come la Salerno-Reggio Calabria) mentre i restanti 13-14mila saranno usati come incentivi alle aziende. Unito a questo dilagano i patti territoriali e i contratti d’area, con infinite deroghe ai contratti di lavoro, ai livelli salariali, agevolazioni fiscali, ecc. In un’intervista al Corriere della sera, il signor Pistorio, amministratore italiano della Sgs Thomson, multinazionale francese dell’elettronica che ha a Catania uno stabilimento con 2.000 operai, ha indicato le sue proposte per rilanciare il mezzogiorno: sveltire le pratiche per le autorizzazioni, niente tasse per i primi dieci anni per le società che investono al sud, calo dei salari del 40-50 per cento rispetto al nord. I patti d’area e le altre forme di flessibilità non sono altro che un modo "graduale" di andare incontro a questo genere di pretese.

Questo è il succo della cosiddetta "fase due" di cui tanto parlano D’Alema e compagnia: passare da una forma di inganno ad un’altra.

Non a caso insistono tanto perché Rifondazione entri nel governo, o perlomeno accetti un accordo più stretto con l’Ulivo: vogliono maggiore copertura a sinistra, perché sanno che cresce lo scetticismo e lo scontento.

Una simile prospettiva sarebbe disastrosa per il Prc e per i lavoratori, e giustamente Bertinotti l’ha respinta più volte. Ma non possiamo neppure accettare di mantenere l’attuale situazione. Con la legge sulle 35 ore ci terranno a bagnomaria per almeno 6-12 mesi, continuando a prenderci in giro sia sui contenuti che sui tempi dell’approvazione; lo stesso vale sugli altri terreni di scontro. È necessario prendere l’iniziativa per squarciare il velo di inganno e di confusione che il governo sta di nuovo creando. A Bertinotti ci permettiamo di avanzare una proposta: chiediamo al governo di varare un decreto che contenga i punti essenziali che noi chiediamo sulle 35 ore, e cioè parità di salario, riduzione settimanale senza flessibilità, riduzione effettiva della settimana lavorativa legale con un tetto anche per lo straordinario. Il governo, che in passato ha usato tante volte il voto di fiducia per ricattare il nostro partito (vedi le varie manovre finanziarie), la usi una volta tanto per onorare l’accordo preso in ottobre. Facciano un decreto, che entro 60 giorni deve andare in votazione, e se è necessario pongano la fiducia su questo decreto. Con questa proposta potremmo ribaltare l’attuale gioco a nascondino che la maggioranza (cominciando da Dini per finire con Prodi e Treu) sta facendo sulle 35 ore costringendo D’Alema a scegliere fra i comunisti e la Confindustria.

Se si applicasse una tattica di questo genere, il Prc, che è ormai riconosciuto come il principale promotore delle 35 ore, uscirebbe rafforzato in ogni caso: se infatti Prodi rifiutasse la proposta, renderebbe chiaro a tutti di non avere alcuna intenzione di voler rispettare nella sostanza il patto di ottobre. Questo aprirebbe enormi possibilità ai comunisti, soprattutto per le tensioni che si svilupperebbero fra Pds e sindacato da un lato e governo dall’altro. Se invece accettasse, si otterrebbe finalmente una chiara vittoria sulle pretese della Confindustria, una vittoria che aumenterebbe la fiducia dei lavoratori nel nostro partito e aumenterebbe le possibilità di una nuova ripresa delle mobilitazioni, non solo con obiettivi difensivi, ma finalmente dopo anni di arretramento, per nuove conquiste sindacali e politiche.

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