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La destra si combatte con una vera politica di sinistra

Il 12 marzo, tra l’indifferenza di milioni di lavoratori, si è aperta la campagna elettorale per le regionali. Massimo D’Alema non sembra preoccuparsi degli elettori di sinistra che da tempo si rifugiano nell’astensionismo e volendo mostrarsi "affidabile" agli occhi del padronato sottoscrive con Tony Blair un "documento sul lavoro" (sarebbe meglio dire sul non lavoro) in cui propone: l’abolizione del contratto nazionale e dei sussidi di disoccupazione per chi non accetta "qualsiasi" lavoro, l’introduzione generalizzata delle gabbie salariali, l’allargamento della quota di salario legata alla produttività particolarmente nell’impiego pubblico, la revisione del sistema pensionistico e delle indennità per gli invalidi.

Di meglio la borghesia non potrebbe chiedere, ma questo non cambierà l’atteggiamento di Confindustria. Prenderanno il più possibile dal governo di centrosinistra preparando il terreno al ritorno delle destre.

D’Alema viene visto dal grande capitale come il capitano di una barca che affonda, e non hanno torto, visto lo scollamento che attraversa il governo e gli stessi Ds (si pensi alla vicenda Bassolino).

Non a caso appena è stato reso noto che il premier aveva apposto la sua firma al documento sopraccitato c’è stata la protesta veemente di Cofferati, Salvi e persino di Veltroni ("Massimo, queste cose non si dicono in campagna elettorale").

Il premier ha fatto un passo indietro dichiarando il documento un semplice "contributo" provocando la reazione contrariata di Downing Street ("il documento ha l’autorità derivante della firma dei due capi di governo").

L’episodio sarebbe divertente se non fosse tragico e mostra fino a che punto è entrata in crisi la politica della concertazione, che ha costituito la base principale che ha permesso all’Ulivo di governare in questi anni.

D’Alema sarebbe disposto a concedere qualsiasi cosa alla Confindustria pur di rimanere in sella, ma fino a che punto i Ds e il gruppo dirigente della Cgil sono disposti a seguirlo? Se non è in grado di garantire questo viene meno l’unica base reale che ha spinto i "poteri forti" a sostenere una coalizione dove i Ds avevano una posizione di primo piano.

L’elezione alla presidenza della Confindustria di un personaggio come D’Amato, mostra fino a che punto la borghesia è decisa a scagliare un attacco frontale contro i diritti fondamentali dei lavoratori.

La situazione economica d’altra parte li obbliga a prendere questa direzione. La cosiddetta "new economy" con l’introduzione di massa delle nuove tecnologie, checchè se ne dica, non ha risolto ma ha piuttosto aggravato le contraddizioni del capitalismo mondiale.

Nel ‘99 nonostante la ripresa economica e il boom delle vendite (particolarmente nel settore auto) in Europa, negli Usa, per non parlare del Giappone, la capacità non utilizzata degli impianti è doppia rispetto a dieci anni fa. La competizione sui mercati assume caratteristiche sempre più brutali e la guerra sui prezzi, in regime capitalistico, può tradursi solamente in ritmi più selvaggi, precarietà, bassi salari e nuove ristrutturazioni all’orizzonte.

Se c’è chi rischia di affondare nel mercato globale è proprio il made in Italy che ha accumulato con l’entrata nell’Ume enormi problemi di competitività. La bilancia commerciale italiana sta tornando in deficit e persino la Fiat, la principale azienda italiana, rischia di essere tagliata fuori dal mercato mondiale, come mostra l’accordo con la General Motors.

Già oggi, in periodo di ripresa economica, quella di Torino è la casa automobilistica con il più basso tasso di utilizzazione degli impianti (poco più del 50% della capacità produttiva).

La borghesia italiana ha disperatamente bisogno di ridurre il costo del lavoro e ha bisogno di ridurlo in fretta ed è proprio questa la ragione per cui premono con sempre maggiore insistenza perchè le controriforme si facciano in fretta senza attendere i "tempi lunghi" della mediazione con i vertici sindacali.

Per questo nel capitalismo italiano cresce la voglia di destra, di farla finita con i Ds e la Cgil che in questi anni hanno garantito la pace sociale, ma che non sono in grado oggi, per le loro contraddizioni interne, di garantire in tempi brevi quanto richiesto dai padroni.

Una parte dei Ds infatti è terrorizzata dall’idea di rompere definitivamente il rapporto con la propria area sociale di riferimento.

Le ultime tornate elettorali, hanno visto aumentare l’astensionismo di sinistra, il ritornello sul "pericolo delle destre" che aveva spinto milioni di lavoratori a votare il centrosinistra turandosi il naso non incanta più come una volta.

Quattro anni di governo dell’Ulivo sono bastati a far cambiare opinione a settori non marginali del movimento operaio. Le recenti elezioni in Spagna dimostrano (come già si era visto alle Europee) che questo è un processo che è andato sviluppandosi in tutto il continente.

Le divisioni crescenti nel sindacato, nei Ds, nella compagine governativa sono il frutto delle pressioni antagoniste che nella società agiscono su queste formazioni.

D’Alema, pateticamente, cerca di equilibrarsi tra le classi e questo lo spinge a farsi promotore di una politica schizofrenica, scontentando tutti: la borghesia, i lavoratori, i suoi alleati nel governo, i sindacati, i ceti medi, gli studenti, la Chiesa, i disoccupati, i pensionati.

Chi, come Rifondazione Comunista, avrebbe la capacità di dare rappresentanza politica e sociale ai lavoratori, gli studenti, i pensionati, le donne assediate da un’offensiva senza precedenti ai diritti sociali, scende invece sul terreno del compromesso sostenendo (in 14 regioni su 15) dei candidati che non si distaccano in nessun modo dalle politiche nazionali del centrosinistra.

Così facendo il pericolo di un ritorno delle destre diventa sempre più concreto in Italia e in tutta Europa dove le socialdemocrazie hanno governato (in alcuni paesi come in Francia con il sostegno dei partiti comunisti) senza distinguersi significativamente dai governi di destra.

E non deve sorprendere che in siffatte condizioni risorgano i fantasmi del passato, gli Haider di turno, che insinuandosi nel malessere sociale vedono crescere esponenzialmente i propri consensi.

La loro alternativa xenofoba trova infatti un terreno fertile quando demagogicamente si scaglia contro la corruzione e l’omologazione politica della sinistra, incapace di distinguersi dalle ricette del grande capitale e di dare risposte convincenti al problema della disoccupazione, della precarietà, delle insicurezze nel futuro.

Ma proprio per questo gli attivisti di sinistra, i comunisti non possono astenersi dall’andare a votare o peggio abbandonare il campo della mobilitazione sociale, che in ultima analisi rappresenta l’unica strada per battere l’offensiva capitalista, la destra e quelle burocrazie nel sindacato e nei partiti di sinistra che hanno dato il loro contributo (non secondario) per realizzare il programma del grande capitale.

Lottando allo stesso tempo nelle organizzazioni del movimento operaio, ed è quanto facciamo in Rifondazione Comunista e nel sindacato, per un’alternativa rivoluzionaria al capitalismo, la unica dalla quale possono beneficiarsi coloro che vivono del proprio lavoro, gli sfruttati e gli oppressi che produce questo sistema.

Milano, 23 marzo 2000

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