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La crisi di governo e il varo del secondo Governo D’Alema hanno mostrato oltre ogni dubbio

fino a che punto questa coalizione si sia logorata.

Il centrosinistra affonda lentamente nel discredito e nel ridicolo. Per motivi opposti, ma in qualche modo simmetrici, il governo viene abbandonato da destra e da sinistra. La coalizione è riuscita a screditarsi profondamente fra la gran massa dei lavoratori, che pure avevano votato Ulivo nel 1996, e al tempo stesso perde il favore degli industriali e del grande capitale, pure così corteggiato e accontentato quasi in ogni sua richiesta.

Gli aspetti tragicomici e grotteschi della crisi di governo ricordano il vecchio proverbio cinese: "Quando il sole tramonta, anche l’ombra del nano si allunga", e veramente il tramonto del centrosinistra permette a dei nani politici quali Boselli, La Malfa, Di Pietro, Cossiga di giganteggiare sulla scena.

Apparentemente è stato trovato il responsabile di questa situazione deplorevole. La colpa sarebbe del trasformismo, che ha portato quasi 180 fra deputati e senatori a cambiare gruppo politico nel corso di questa legislatura. Ecco allora la cura suggerita dall’ineffabile presidente della Camera Violante: abolire il gruppo misto. Qualcosa di simile all’idea di chi pensò, una quarantina di anni orsono, di eliminare la prostituzione chiudendo i postriboli. Non dubitiamo che, qualora venisse applicata, la proposta avrebbe lo stesso successo.

Ma dietro a questa crisi ci sono seri e profondi processi sociali, che è necessario comprendere in ogni loro aspetto.

Il governo è in crisi non

perché così vuole il "teatrino della politica", non perché sono "sbagliate le regole" istituzionali, ma perché stanno venendo a mancare le basi del pilastro su cui è stato costruito il centrosinistra. Questo pilastro è la concertazione, l’idea della collaborazione di classe organica e strutturata a tutti i livelli, con il coinvolgimento completo e totale non solo dei partiti di sinistra (incluso il Prc, fino all’ottobre ‘98), ma anche e soprattutto dell’apparato sindacale.

La concertazione non ha dato niente ai lavoratori, ai disoccupati, ai pensionati, anzi. Proprio grazie ad essa sono stati introdotti significativi peggioramenti nei contratti di lavoro, la precarizzazione ha visto un balzo in avanti, parti significative dello stato sociale sono state smantellate. Anche da un punto di vista puramente difensivo, quindi, è un bilancio pesantemente negativo. Ma soprattutto la concertazione ha imbavagliato i lavoratori, la base sindacale, i delegati Rsu, li ha fatti sentire come semplici pedine, esecutori di decisioni ad essi estranee (e spesso osteggiate) prese negli apparati. Chi ha occhi per vedere sa che nei posti di lavoro oggi esiste una enorme amarezza, una rabbia accumulata e una confusa ricerca da parte di molti lavoratori di un modo per tornare a farsi sentire, a far valere i propri interessi.

Sette anni di concertazione sindacale e quasi quattro anni di governi di centrosinistra hanno quindi duramente logorato l’autorità dei dirigenti sindacali e in generale della sinistra.

Ma proprio in questo risiede il tallone d’Achille della concertazione. La crisi di questo metodo di governo porta progressivamente alla paralisi, la pace sociale degli anni scorsi comincia a mostrare qualche crepa; le masse credono sempre meno alle promesse dei loro dirigenti… e logicamente cresce l’impazienza dei padroni, della Confindustria e dei partiti borghesi, sia di quelli del Polo che di quelli che partecipano al governo D’Alema.

Pochi mesi fa abbiamo cominciato a sentire una nuova canzone sulle bocche dei capi della Confindustria: "La concertazione non è un fine, ma un mezzo. Se non otteniamo quanto chiediamo, possiamo anche alzarci e far saltare il tavolo".

Oggi vediamo concretizzarsi questa nuova linea nell’appoggio esplicito dato dalla Confindustria ai referendum della Bonino.

Una nuova linea che vede prevalere il settore padronale più disposto allo scontro frontale, quelli che credono che ormai hanno spremuto abbastanza la sinistra e il sindacato e che possono permettersi di passare all’offensiva aperta.

Certo, non vi erano dubbi anche in precedenza su dove battesse il cuore dei padroni italiani, che già l’estate scorsa hanno generosamente finanziato la campagna di spot televisivi (20 miliardi) condotta dai radicali.

Ma qui vediamo un salto di qualità. È una dichiarazione di guerra aperta, a tutto campo, con la quale i capitalisti gettano via come stracci vecchi quei dirigenti sindacali che pure tante volte li hanno accontentati in questi anni.

Oltre al tentativo di sfruttare fino in fondo i cedimenti dei dirigenti sindacali, pesa anche la perdita di competititvità dell’industria italiana, che dovrà scaricare all’interno, sui lavoratori, il suo ritardo nei confronti dei concorrenti.

Siamo quindi di fronte a una nuova fase, che sarà segnata da una polarizzazione sociale e politica sempre più marcata, e i cui sviluppi possono essere di portata molto superiore a quanto oggi non possa apparire. Vi è infatti una logica negli avvenimenti, che scavalca la volontà di tutti gli attori della scena politica. Un governo screditato, milioni di lavoratori e di giovani sempre più delusi dal centrosinistra, una ripresa dell’offensiva delle destre e dei padroni, ai quali i lavoratori e il movimento sondacale saranno costretti a rispondere: sono questi gli elementi della svolta, e quando si innesca uno scontro in cui ognuno rilancia sempre più altox, è chiaro che lo sbocco può essere, ad un certo punto, una vera e propria esplosione sociale.

In questo paese si sta spalancando un vero e proprio abisso fra le classi, un abisso di cui gli scontri di questi giorni sul tema dei referendum non sono altro che un pallidissimo riflesso. In questo abisso cadranno le idee della concertazione, della collaborazione di classe, della pace sociale, che pure hanno tenuto banco negli scorsi anni.

Fino a poco tempo fa, pareva che la scena della politica ufficiale fosse dominata da un unico movimento: dalle posizioni estreme, verso il centro. Oggi vediamo i primi cenni di un movimento opposto. Berlusconi viene oggettivamente scavalcato a destra dalla Bonino, e sarà costretto a inseguirla sullo stesso terreno. Dall’altra parte il governo, D’Alema in testa, dovrà inseguire alla sua sinistra una Cgil sempre più preoccupata dall’offensiva padronale, e che dovrà in un modo o nell’altro organizzare una risposta. Cofferati a sua volta vede concretizzarsi la possibilità della formazione di una nuova opposizione alla sua sinistra all’interno della Cgil, in un processo parallelo a quello che ha visto in questi mesi formarsi la "nuova sinistra" dei Ds, che nel congresso ha raccolto circa 35mila voti. Questo a sua volta comincerà a cambiare la situazione alla base del movimento sindacale, fra i delegati, fra gli attivisti, fra i lavoratori, che vedranno sempre più la necessità da un lato di opporsi all’offensiva padronale, e dall’altro di rimettere in discussione la politica dei loro stessi dirigenti.

In questo scenario, la sorte del governo appare segnata. D’Alema può scegliere di ignorare la situazione, di continuare a spostarsi su posizioni sempre più moderate, tentando di inseguire la destra sul suo stesso terreno. Se sarà così, perderà le prossime regionali e probabilmente anche la poltrona di primo ministro. Oppure, più probabilmente, potrà tentare di creare un volto più "di sinistra" per il suo governo, con qualche apertura a Rifondazione, con una opposizione perlomeno verbale alla destra, alla Confindustria e alla Bonino, e in questo caso guadagnerebbe un certo spazio, potrebbe anche ottenere un risultato decente alle regionali, dove molti di quei lavoratori che alle scorse europee si sono astenuti tornerebbero a votare a sinistra per fermare il pericolo di destra; ma così facendo, D’Alema aprirebbe la crisi con la destra dell’Ulivo, con Parisi, con Democratici, e convincerebbe definitivamente i circoli "che contano" che è ora di cambiare cavallo.

Quale che sia la strada che sceglierà (o anche una combinazione confusa delle due) non è più di tanto interessante da ipotizzare. Non è questo che conta. Conta il fatto che attraverso un processo, che ancora non è decollato, ma che faticosamente continua a farsi strada, la crisi del centrosinistra prepara il terreno per una ripresa dei conflitti sociali e per una battaglia a tutto campo per una nuova sinistra che abbandoni la strada della concertazione e della collaborazione di classe, e che rappresenti degnamente gli interessi dei lavoratori nella nuova epoca che si apre.

Milano, 18 gennaio 2000

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