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L'editoriale del nuovo numero di FalceMartellofm 262small

L'offensiva di Renzi prosegue e ha nella Cgil un “bersaglio grosso”. Non si tratta solo di buone maniere, ossia di invitare o meno Susanna Camusso a qualche incontro ufficiale.

L’obiettivo di Renzi è ben più ambizioso: cancellare definitivamente l’idea e soprattutto la pratica che i lavoratori siano un soggetto che può far valere i propri diritti in modo collettivo.

Deve solo restare la contrattazione individuale (che naturalmente è “libera, democratica, meritocratica, dinamica”, ecc. ecc.) tra aziende pronte a tutto e lavoratori frantumati e atomizzati con alle spalle un esercito di tre milioni di disoccupati che preme.

La destra applaude e rilancia, invitando Renzi a non farsi condizionare dalla Cgil e dalle correnti del Pd. Berlusconi ha dichiarato: “Renzi? Poteva stare in Forza Italia”.

E l’opposizione dura e pura a 5 Stelle? Illuminante l’intervento di Beppe Grillo a Piombino, nel giorno in cui si avviava lo spegnimento dell’altoforno della Lucchini, preludio al rischio di cancellazione 2.500 posti di lavoro, 4mila con l’indotto. Grillo, giustamente contestato da uno striscione (“Troppo comodo farsi vedere ai funerali”) ha “spiegato” che se ci fosse il reddito di cittadinanza come proposto dal suo movimento, il ricatto dell’occupazione non esisterebbe. Illustrazione perfetta di come certe proposte possono essere usate come strumento di frantumazione dei lavoratori, incoraggiandoli di fatto ad abbandonare la lotta per il posto di lavoro e per la difesa del patrimonio industriale. A seguire l’attacco al sindacato, definito la “peste rossa”.

Questa offensiva concentrica può riuscire, per un motivo semplice. La burocrazia sindacale, a partire da quella della Cgil, presidia un proprio presunto ruolo sociale di mediazione che ormai da tempo ha perso ogni base materiale. Camminano su una crosta sottile, al di sotto della quale c’è una voragine, o meglio un vulcano che prepara l’eruzione.

Da anni ormai la contrattazione sindacale, nazionale o aziendale produce solo arretramenti; peggio ancora sono andate le cose sul piano legislativo, nel rapporto coi vari governi che tra articolo 18, articolo 8 di Sacconi (derogabilità dei contratti), riforma Fornero, hanno passeggiato fra le macerie senza che dai dirigenti sindacali venisse uno straccio di reazione.

Alla Cgil può quindi accadere quanto è accaduto sette anni fa, nel 2007, alla sinistra, all’epoca dell’ultimo governo Prodi: disconosciuta dalla propria base sociale, quando tentò di organizzare una tardiva reazione alla deriva in cui stava precipitando, le forze non erano più disponibili e il tempo abbondantemente scaduto. Le conseguenze sono ancora sotto i nostri occhi.

La dimensione tutt’ora imponente dell’apparato burocratico sindacale può creare una illusione ottica. Ma un apparato che ha perso gran parte della sua legittimazione agli occhi dei lavoratori e che per decenni ha cercato la propria legittimità nelle controparti, governo e padronato, può essere facilmente scaricato e non basta organizzare un congresso in cui con “trucco e parrucco” si dichiara che la segreteria gode del 97 per cento dei consensi per salvarsi dalla tempesta.

Lo scontro quindi è inevitabile, al di là dei balletti con Renzi (balletti ai quali purtroppo non si è sottratto neanche il segretario dei metalmeccanici Landini). Ma a chi si affidano Camusso e compagni per organizzare una difesa? Le loro speranze sono depositate in grembo alla sinistra del Pd, ossia alla corrente politica più sconfitta, disorientata e divisa presente in parlamento. Incredibile, ma vero… si demoliscono diritti conquistati da decenni, l’industria sprofonda nella crisi, la disoccupazione dilaga, ritornano le forme più selvagge di sfruttamento… e come si ferma tutto questo? Affidandosi a Gianni Cuperlo e Fassina-chi?

Ci sarebbe da ridere se non fosse per un particolare: il governo attacca la Cgil, ma il conto lo pagano i lavoratori, i precari, gli studenti, i disoccupati, i pensionati. A meno che non vogliamo credere che con 80 euro dati con una mano mentre con l’altra ce ne tolgono il doppio avremo risolto i nostri problemi.

Di mobilitazione, di un programma alternativo, di una lotta che finalmente tracci una riga e dica adesso basta, di qui non si passa più, non se ne vede l’ombra.

E qui emerge in modo particolarmente crudo il problema centrale: l’assenza di un partito che sappia innanzitutto capire la vera portata di questo scontro e soprattutto sia il perno attorno al quale costruire un fronte di resistenza innanzitutto nei luoghi di lavoro, rompendo con le esitazioni, le paure e la subalternità dei dirigenti sindacali.

Questo è oggi il problema dei problemi: abbiamo un governo padronale; una opposizione di destra altrettanto borghese (Lega e Forza Italia); abbiamo una opposizione populista (Grillo). Ma non abbiamo, in parlamento e soprattutto nel paese, un partito che si fondi sulla difesa intransigente dei lavoratori.

Ci sono, è vero, le forze della sinistra, da Sel al Prc, che si raccolgono nella lista Tsipras, e che è giusto sostenere elettoralmente, come si argomenta nella nostra lettera aperta. Ma queste forze mancano completamente del programma, della forza militante e soprattutto della credibilità fra le masse per svolgere il ruolo proprio di un partito di classe.

Ci sono anche forze sindacali, interne ed esterne alla Cgil, che hanno posto, in forme diverse, il problema del partito di classe, e ancora all’apertura del suo percorso congressuale la Fiom ha approvato un documento che ribadisce la necessità di lavorare alla “rappresentanza politica del lavoro”. Ma le parole sono state molte, i fatti, ad oggi, pochissimi.

Dare risposta a questo problema è il compito centrale che ci poniamo: lavorare a costruire nel nostro paese un partito dei lavoratori, che organizzi innanzitutto i settori più coscienti e combattivi e che alzi finalmente la bandiera dei nostri interessi, distinti e contrapposti da quelli difesi da tutti gli altri partiti che recitano le commedie parlamentari.

Un partito così non si improvvisa, né può essere proclamato da poche centinaia di attivisti: di sette più o meno rivoluzionarie è già disponibile un vasto assortimento e sono tutte ugualmente inutili. Ma è possibile e necessario aprire la strada alla sua creazione, intervenendo nelle mobilitazioni, lottando per la chiarificazione politica, per un programma realmente rivoluzionario, aggregando quei militanti che già oggi capiscono la necessità di questa battaglia e, infine, sfidando quei dirigenti e quelle organizzazioni oggi esistenti a porsi su questo terreno.

Sinistra Classe Rivoluzione, il nostro movimento politico, ha due parole d’ordine: per il partito di classe; per un programma rivoluzionario. Siamo certi che saranno sempre di più quei militanti, organizzati o meno nella sinistra attuale, che ne riconosceranno la necessità urgente e che si uniranno a noi in questa battaglia.

5 maggio 2014

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