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RivoluzioneN1 smallL'editoriale del primo numero di Rivoluzione

Il governo sparge ottimismo a piene mani: la ripresa è arrivata e se continueremo con le riforme finalmente usciremo dalla crisi. Le cifre smentiscono tanto ottimismo: la produzione industriale cresce di qualche decimo di punto e per il Pil si prevede, dopo tre anni di crisi, una crescita dello 0,7 per cento nel 2015.

Più che di ripresa si può parlare di un “rimbalzino”, dopo tre anni consecutivi di crisi. Una modesto rilancio della produzione aiutato dal calo dell’euro, che favorisce le esportazioni, e dai miliardi di carta che Draghi sta iniziando a pompare nell’economia (con quali conseguenze a lungo termine si vedrà).

Quindi: “se” il quadro internazionale rimane stabile; “se” il governo otterrà qualche margine in più dall’Unione europea; “se” il rallentamento della Cina e delle altre economie emergenti non diventa una crisi vera e propria; “se” le crisi internazionali (Ucraina, Medio Oriente) non generano shock economici; “se” i tassi d’interesse rimarranno bassi e non ci saranno altre crisi sui debiti sovrani… se tutto questo delicato castello di carte non crolla, da qui a cinque anni la disoccupazione si attesterà al 10,5 per cento, (oggi al 12,7). Si continuerà a vendere i gioielli di famiglia dopo che già i pezzi pregiati di Ansaldo sono finiti a Hitachi. Poste, St Microelectronics, Ferrovie sono le prossime in lista.

Le cifre non dicono tutto. Laddove c’è un aumento della domanda, ad esempio nel settore auto, le aziende hanno una ricetta ben precisa per stare al passo: investimenti pochi, il minimo indispensabile, tutto il resto lo farà il sudore dei lavoratori, in senso stretto.

Il caso Fiat lo illustra chiaramente. Dopo anni di crollo del mercato, la domanda si riprende. Per farvi fronte gli stabilimenti coinvolti devono lavorare pressoché no-stop. Si introducono i 20 turni settimanali, si assumono alcune centinaia di giovani con contratti interinali, “forze fresche” che possano sopportare ulteriori incrementi dei ritmi. La mezz’ora di pausa mensa finisce a fine turno, sabati e domeniche comandati, pressione sfrenata sulle catene di montaggio, e con questi mezzi “miracolosi” Melfi sforna fino a 1.100 vetture al giorno. A cascata, le stesse pretese verranno rapidamente estese nell’indotto, a monte e a valle degli stabilimenti Fiat, mentre si cerca il modo di scaricare chi è già stato spremuto fino all’osso: sempre la Fiat ha il problema di Mirafiori, dove si stimano in circa 1.500 gli operai delle carrozzerie che per condizioni di salute non possono più essere messi in catena di montaggio.

Ricordiamo che grazie ai sindacati “complici” della Fiat, un lavoratore del gruppo guadagna in media circa 750 euro in meno all’anno rispetto agli altri metalmeccanici.

La ricetta è la stessa dappertutto: lavorare più ore, più intensamente, per salari inferiori. A Fincantieri l’azienda ha preteso 104 ore di lavoro gratuito all’anno, nonché il controllo a distanza degli operai tramite microchip. Sistemi peraltro sempre più diffusi nella logistica, dove l’operaio spesso è costretto a seguire rigidamente gli ordini del software montato sui dispositivi in dotazione (Amazon insegna).

La parola d’ordine è “365/7/24”: il lavoratore deve essere sempre a disposizione, non c’è sabato, domenica o notte che tenga: quando servi devi essere disponibile, quando non servi stai a casa in attesa di chiamata. Il contratto del commercio torna alle 44 ore settimanali, siamo a orari d’anteguerra.

E per educare i giovani alla legge del padrone, il ministro Poletti si scaglia contro le vacanze estive degli studenti: troppo lunghe, vadano a lavorare! Gratis ovviamente, con 200 o 400 ore di stage a seconda del tipo di scuola frequentata.

Questa è la “ripresa”, il meglio che questo sistema ci offre, non per un anno o due, ma come prospettiva di vita: camminare sul confine tra la disoccupazione e un mondo del lavoro che pretende condizioni sempre più servili.

Per questo ci chiamiamo Rivoluzione. Mentre la sinistra politica continua a smontare e rimontare liste elettorali, mentre i dirigenti sindacali si chiudono nelle loro riunioni a lamentarsi del governo cattivo che non li ascolta, sappiamo che nei posti di lavoro cresce la consapevolezza che siamo ormai tutti in mare aperto; non ci sono più porti sicuri. Riconquistare il sindacato a una reale lotta per i nostri diritti, costruire un partito di classe che rompa con una politica tutta al servizio dei padroni, organizzare settori sempre più ampi di attivisti consapevoli della necessità di rovesciare questo sistema economico: questa è la tela da tessere e questo giornale vuole esserne uno dei fili. Organizzati e lotta con noi!

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