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Rompiamo la pace sociale

Per rilanciare le lotte dei lavoratori
Togliamo il nostro sostegno alle politiche antisociali del governo

 

Le elezioni amministrative di novembre rappresentano un punto di svolta preoccupante.

Per la prima volta dalla nascita del Prc in una consultazione significativa abbiamo visto un calo nel voto a Rifondazione, particolarmente nel voto delle grandi città, con l’eccezione di Genova dove non c’era un accordo con l’Ulivo.

Si tratta di un avvertimento serio, e sottovalutarlo potrebbe costare molto caro al nostro partito. Chi, come noi, negli scorsi 18 mesi non si accontentava dell’ottimismo ufficiale sparso a piene mani dal gruppo dirigente del Prc aveva più volte avvertito delle difficoltà crescenti che la politica di "collaborazione conflittuale" col governo Prodi stavano creando a Rifondazione. Questi avvertimenti sono caduti nel vuoto in nome di una difesa incondizionata del prestigio del gruppo dirigente, spacciata per difesa del partito.

 

Ma in politica, come in natura, nulla va perduto, e i nodi vengono ormai al pettine, come dimostra la presenza di due posizioni differenti fra Bertinotti e Cossutta. Nonostante il metodo sbagliato con il quale questa discussione è stata aperta, essa può avere un ruolo enormemente positivo, nella misura un cui contribuirà a squarciare il velo delle verità ufficiali, delle doppie linee che ha tanto danneggiato la vita del Prc in questi due anni.

Il risultato delle elezioni si può riassumere in tre dati fondamentali.

1) L’aumento generalizzato dell’astensione, a dimostrazione del crescente disincanto verso questo governo.

2) L’accelerazione del processo di scomposizione e ricomposizione all’interno della destra, con un’accelerazione della crisi di Forza Italia.

3) La sostanziale vittoria del Pds, non tanto sul piano dei numeri, quanto dei rapporti di forza all’interno della coalizione.

In sostanza le elezioni hanno riflesso i risultati dello scontro politico di ottobre-novembre tra il governo e il Prc.

Tutto questo porterà ad un dibattito a tutto campo nel corpo militante del Prc, dibattito che non si potrà limitare ai circoli dirigenti. Una prima dimostrazione di questo si è visto nella conferenza dei Giovani comunisti, della quale riferiamo in altre pagine di questa edizione.

 

Il tema che ricorre più spesso in questo dibattito, e che dovremo porre al centro nei prossimi mesi, si può riassumere così: le critiche della sinistra del partito si sono certamente dimostrate non prive di fondamento; la tattica di Bertinotti mostra la corda e la crisi di ottobre ha messo a nudo una debolezza del partito sia sul terreno del radicamento che su quello della strategia. Tuttavia questi argomenti sono puramente negativi. Come trasformarli in una proposta alternativa praticabile in una fase in cui il movimento operaio è sostanzialmente passivo?

Questo è il nodo centrale: è possibile una diversa politica per il Prc di fronte alla sostanziale passività delle masse?

Da questa domanda ne sorgono spontaneamente delle altre. A cosa si deve questa passività? Quanto tempo può durare? Quali sono i fattori che possono far cambiare in modo decisivo l’ambiente nella classe lavoratrice?

Dobbiamo rifuggire da una concezione che, magari inconsciamente, dipinge il movimento operaio come un teatrino di marionette dove basta la volontà di uno o più burattinai, si chiamino D’Alema, Cofferati o D’Antoni, per innescare o bloccare le mobilitazioni dei lavoratori. Questa concezione nasconde una profonda sfiducia nelle capacità dei lavoratori, e in primo luogo dei settori più avanzati, di apprendere dalla propria esperienza e di trarre le dovute conclusioni.

L’attuale pace sociale ha delle cause ben definite, ma anche dei limiti altrettanto definiti. In un certo senso era inevitabile che si attraversasse una fase simile. Dopo il 1994 e le lotte sindacali contro il governo Berlusconi, e dopo che l’azione congiunta dei dirigenti del Pds, dei vertici sindacali e di una parte della borghesia era riuscita a deviare quel movimento lungo un binario morto, si erano inevitabilmente create ampie illusioni verso la politica di coalizione dell’Ulivo, nella speranza che potesse perlomeno evitare un ritorno a politiche duramente antisociali come quelle della destra.

I lavoratori non scendono a cuor leggero sul terreno della mobilitazione diretta. Questa semplice verità, ben nota a qualsiasi militante sindacale, viene troppo spesso dimenticata. C’è sempre una certa tendenza a percorrere quella che sembra la strada più semplice, la strada del minimo sforzo, in questo caso la strada della delega al Pds e al "governo amico". Il grave errore della politica che abbiamo perseguito nei confronti dell’Ulivo non è stato quello di non impedire che questa coalizione si formasse. Stanti i rapporti di forza all’interno del movimento operaio, e in primo luogo dei sindacati confederali, questo non era possibile; l’errore fondamentale è stato da un lato quello di adeguarsi a queste illusioni, e in molti casi anche di averle alimentate, rinunciando in partenza alla possibilità di lavorare con l’obiettivo di scindere l’Ulivo opponendoci all’alleanza disastrosa che subordina le forze del movimento operaio alla direzione di Prodi e del centro borghese.

Altri fattori hanno poi contribuito a dare fiato al governo Prodi, in primo luogo una modesta ripresa economica, che ha permesso di attenuare alcune tensioni internazionali legate alla prospettiva del trattato di Maastricht. Infine la grande borghesia ha accettato per il momento la strada di Prodi, cioè quella dei piccoli passi, dopo aver sperimentato i rischi dell’attacco frontale tentato da Berlusconi. Da qui il distacco dai partiti di destra, i tentativi di spostamento al centro di Fini e Berlusconi e l’aperto scetticismo con cui la grande stampa padronale accoglie per ora i progetti neoautoritari di Di Pietro.

 

Tutto questo, però ha dei limiti ben precisi. Sono ormai mesi che dai vertici governativi, e in particolare dal Pds, si levano voci che invocano l’avvio di una "fase due", ossia di un programma di riforme che possa accrescere l’autorità del governo fra i lavoratori e in generale gli strati popolari. Il problema è che non c’è e non ci sarà alcuna seria riforma in un prevedibile futuro. In una fase economica come l’attuale, con una concorrenza internazionale sempre più spietata – che non verrà certo attenuata dall’applicazione di Maastricht –, con un’orizzonte sempre più nero per la crisi asiatica, non avremo certo riforme, ma piuttosto nuovi attacchi. Solo in presenza di mobilitazioni massicce, paragonabili per esempio a quelle che attraversano la Francia da due anni a questa parte, è possibile che la classe dominante si rassegni a fare concessioni temporanee, con l’intento di guadagnare tempo per poi, una volta di più, disorientare e deragliare il movimento e riprendersi quanto concesso, e con gli interessi.

 

In mancanza di qualsiasi seria riforma, è assolutamente inevitabile che ad un certo punto la cappa che l’Ulivo ha posto sopra la classe lavoratrice venga rotta. Il processo viene ritardato anche a causa dell’assenza del Prc da questo terreno decisivo. Già in diverse occasioni la nostra titubanza politica, legata in ultima analisi alla collaborazione col governo, ci ha impedito di sviluppare a fondo la nostra azione fra le masse. Questo si è visto nella vertenza dei metalmeccanici all’inizio dell’anno scorso, e nelle mobilitazioni studentesche di questo autunno. Nell’ultima consultazione sulle pensioni, l’approvazione che abbiamo dato a una riforma che non è altro che la continuazione della riforma Dini contro cui ci battemmo duramente, ha lasciato privi di guida tanti lavoratori e delegati sindacali che avrebbero potuto opporsi se avessero avuto un punto di riferimento credibile per questa battaglia.

 

Quali e quante fasi intermedie si debbano ancora attraversare è impossibile dire, ma una cosa deve essere chiara. Quanto più questi sviluppi vengono ritardati, tanto più la risposta che verrà dalle masse sarà ampia, profonda e improvvisa. Non sarebbe la prima volta che i comunisti vengono sorpresi dagli sviluppi della lotta di classe.

Nel 1994, sotto Berlusconi, ci opponemmo duramente a chi dipingeva il quadro di una classe operaia ipnotizzata davanti al video e plaudente ai giochi di prestigio di Berlusconi. Allora come oggi, a chi come noi preannunciava l’inevitabilità di una risposta massiccia da parte della classe lavoratrice si dava dei visionari e degli illusi.

Oggi le condizioni sono certamente più complicate a causa del ruolo differente del Pds e del sindacato, ma si tratta in fin dei conti della stessa questione: avere fiducia nella nostra classe, e lavorare per raggruppare attorno al Prc i lavoratori più coscienti e combattivi. La prima condizione perché questo abbia successo è non tradire le loro aspettative, alimentare la loro crescente sfiducia verso l’Ulivo, e non prestare l’autorità del Prc per abbellire delle controriforme che oltre a portare ad un arretramento materiale nelle condizioni delle masse (scuola, pensioni, fisco, ecc.) hanno un effetto demoralizzante e disgregante all’interno dei lavoratori e delle nostre stesse fila.

 

(17/1/1998)

 


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