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La crisi mondiale dell’industria dell’auto si sta manifestando apertamente in questi mesi. Se già nel 2005 il mercato mondiale dell’auto aveva una sovrapproduzione del 25% la crisi economica iniziata del 2008 sta portando questo settore industriale sull’orlo del collasso.

Le vendite di automobili infatti sono ai minimi storici negli ultimi trenta anni e milioni di lavoratori rischiano il posto di lavoro.

Negli Stati Uniti la Chrysler a Dicembre ha avuto un crollo delle vendite del 45,6% .

Non versano in una condizione migliore le altre case automobilistiche e i dati parlano chiaro: Nissan -42,1%, General  Motors -40%, Toyota -38%, Honda -37,7%, Ford -33%, Renault -23,5%. Questa crisi sta avendo un affetto pesante sulle condizione di lavoro della classe operaia. 

Solo nel mese di Gennaio del 2009 nel settore si sono persi 140mila posti di lavoro e ristrutturazioni e licenziamenti stanno iniziando praticamente in tutte le grandi case automobilistiche.

La Fiat tra crisi e profitti


In questo momento anche il gruppo Fiat dichiara di essere in crisi e Sergio Marchionne chiede al governo misure di sostegno all’impresa. I primi a pagare questa crisi sono i 50mila dipendenti attualmente in cassa intergrazione. Infatti se è vero che il mercato italiano dell’auto è arrivato a perdere il 29,46% nel mese di novembre, con un calo del fatturato del 50% è anche vero che il Gruppo Fiat chiude il 2008 con un risultato della gestione ordinaria altissimo pari a 3,4 miliardi di euro.

Il Gruppo Fiat ha chiuso il 2008 con  59,4 miliardi di euro di ricavi, segnando una crescita dell’1,5% rispetto al 2007. Un risultato che va interpretato alla luce della buona performance dei primi nove mesi dell’anno (+8,4%). Malgrado Marchionne abbia dichiarato che il 2009 sarà “l’anno più duro di sempre”  con un calo delle vendite del 20%, all’interno di un calo del mercato del’auto in Europa pari all’11%, il Lingotto non prevede perdite perché sembra indirizzato a fare pagare la crisi ai lavoratori.

Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, ha dichiarato che sono a rischio 300mila posti di lavoro tra la Fiat e l’indotto che ne occupano in totale un milione. L’atteggiamento della Fiat sembra abbastanza chiaro e lo stesso Marchionne non ne ha fatto mistero dichiarando: “ci sono due stabilimenti di troppo Pomigliano e Termini Imerese e potrebbe non bastare” (Corriere della Sera 20 Gennaio 2009).

La fusione con Chrysler


La Fiat sta usando la crisi per ridislocarsi sul mercato, ottenere il più possibile altri regali dallo Stato e ridisegnare le proprie strategie industriali a livello internazionale.

L’acquisto da parte di Fiat del 35% dell’impresa automobilistica Chrysler con la possibilità di acquistarne un altro 20% entro un anno è un passo che va in questa direzione. Come ha sottolineato Luca di Montezemolo, «dal punto di vista di Fiat significa poter vendere tecnologie costate grandi investimenti e accedere a mercati con grande potenziale per noi, riportandovi marchi come l’Alfa Romeo e la Fiat 500». Dietro questo accordo vi è la volontà da parte degli Usa di finanziare la Chrysler con 3 miliardi di dollari all’interno del piano lanciato dal nuovo Presidente Obama.

Quella con la casa nordamericana rischia di non essere l’unica operazione vista la necessità di competere anche in Europa. Come osserva il Sole 24ore “anche se aggiungerà 1,7 milioni di auto alle vendite di 2,2 milioni di Fiat, sarà ancora lontano dall’obiettivo di 5,5 milioni di auto all’anno, considerata dallo stesso Marchionne la soglia minima di sopravvivenza. «Ciò fa pensare che non si fermerà con Chrysler e che cercherà altre alleanze».

Un simile scenario vista la difficoltà da parte dell’economia Italia di competere sul terreno del “sostegno alle imprese” con paesi capitalisti molto più forti come Francia e Germania avrebbe ripercussioni devastanti sugli stabilimenti italiani.

Anche il governo Berlusconi sotto le pressioni di Montezemolo si prepara ad un piano di sostegno alla Fiat cercando di riproporre seppur in scala minore i regali alle imprese che nel 1997 l’allora governo Prodi elargì attraverso la rottamazione. Nei prossimi giorni il Governo Berlusconi varerà un piano per il settore auto ma certamente questo non potrà limitare più di tanto la crisi né esser competitivo con il massiccio afflusso di denaro pubblico con cui altri paesi d’Europa si sta sostenendo il settore auto. è chiaro infatti che misure straordinarie come quelle prese dal Presidente francese Sarkozy che ha destinato 6 miliardi di euro alle imprese del settore che non delocalizzeranno all’estero non potrebbero essere sostenute dalla fragile economia italiana.

Lo stabilimento di Pomigliano


Tra tutti gli stabilimenti Fiat italiani che stanno pagando a caro prezzo la voracità dei padroni quello più a rischio è certamente Pomigliano.

La storia del sito di Pomigliano è indicativa delle strategie aziendali ed è stata certamente terreno di sperimentazione da parte di Marchionne. Il fatto che colui che ha ideato la recente ristrutturazione dello stabilimento, il capo marketing Luca De Meo sia recentemente passato a Wolkswagen non fa ben sperare. Di recente lo stabilimento ha dovuto sopportare la cosiddetta “cura Marchionne” ovvero la “toyotizzazione della Fiat di Pomigliano”.

A Pomigliano lavorano circa 5mila dipendenti ed è lo stabilimento del gruppo con l’età media più bassa, 36 anni, ma anche con il 27% dei dipendenti che ha meno di 29 anni, il 32% sotto i 40 e soprattutto con il 40% che ha meno di 5 anni di anzianità.

In questi mesi i lavoratori hanno dovuto prima subire la repressione nei confronti dei sindacalisti e dei lavoratori più combattivi fatta attraverso licenziamenti, sospensioni, la  costruzione di un reparto ghetto fuori dallo stabilimento in cui sono stati confinati 316 lavoratori e poi una vera e propria “rieducazione per imparare ad essere più produttivi”.

La realtà è che aldilà della crisi attuale Pomigliano non ha missioni produttive. I lavoratori pagano sempre di più questa incapacità da parte dei vertici dell’azienda di dare un futuro produttivo allo stabilimento. Da settembre infatti le settimane di cassa integrazione sono state 10 e da gennaio al 15 marzo se ne prevedono altre 8.

La lotta è iniziata!


Questa situazione sta creando grande rabbia e preoccupazione tra i lavoratori ed i delegati spingendo le organizzazioni sindacali a convocare varie iniziative di lotta.

C’è stata un’assemblea con più di mille lavoratori, un blocco dell’autostrada e una manifestazione di tutto il gruppo Fiat sotto Palazzo Chigi durante l’avvio della trattativa con il governo. Tutte iniziative combattive ed ampiamente partecipate che dimostrano la volontà di lotta per la difesa del posto di lavoro e del futuro industriale di Pomigliano.

Quello che è chiaro è che questa lotta non sarà né facile né breve.

è assolutamente necessario mantenere i lavoratori compatti ed evitare ogni contrapposizione con i lavoratori degli altri stabilimenti e con i precari. Non è certamente con il non rinnovo dei 500 apprendisti che scadono a giugno che Pomigliano ha un futuro anzi se li licenziassero sarebbe solo l’inizio di un più generale processo di ristrutturazione.

La lotta deve rivolgersi ai precari, all’indotto, agli altri stabilimenti in crisi del comprensorio pomiglianese, agli studenti ed alla città. Solo così possiamo costruire quella massa critica capace di farci vincere.

La proposta della nazionalizzazione


Se il progetto di Fiat appare abbastanza chiaro i lavoratori ed il movimento sindacale devono dotarsi di un programma ed obbiettivi altrettanto chiari.

Dalla crisi dell’auto italiana non si esce semplicemente sperimentando nuovi modelli capaci di conquistare il mercato né attraverso proposte esclusivamente difensive.

è ovvio che in questa fase è necessario rilanciare la proposta della Fiom che la cassa integrazione copra integralmente il salario, cosa possibile anche alla luce degli enormi profitti fatti da Fiat nel 2007 e nel 2008, ma questo terreno pur necessario non è sufficiente.

Se Fiat, come è probabile, arriverà a fare operazioni come quella con Chrysler anche in Europa l’unico modo per salvare l’industria dell’auto italiana è chiederne la nazionalizzazione.

Questa rivendicazione non solo è praticabile visto che la Fiat è stata pagata più volte dallo Stato, l’Alfa era pubblica e in Europa molti settori si stanno rinazionalizzando, ma è soprattutto l’unica in grado di evitare decine di migliaia di licenziamenti che colpirebbero in particolare gli stabilimenti meridionali di Pomigliano e Termini Imerese.

è attorno a questa rivendicazione e alla battaglia perché attraverso un centro di ricerca d’avanguardia come Elasis si studi un nuovo modello di auto ecologica che la lotta può prendere corpo e vincere.

4 febbraio 2009


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