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L’editoriale di Alberto Burgio “Un passo oltre la palude” (il manifesto, 30 ottobre) riassume con encomiabile sintesi l’abisso che separa una concezione e una pratica classista, comunista, rivoluzionaria dal piagnisteo riformista. Vale quindi la pena di leggerlo per trarne (a contrario…) le dovute conclusioni. La ricostruzione degli ultimi vent’anni è sommaria a dir poco: una “lenta agonia della sinistra italiana (e non soltanto)”.

 

Ora, se Burgio avesse scritto “vent’anni di fallimentare collaborazione di classe” non ci sarebbe stato nulla da eccepire. Ma una “agonia” è qualcosa di oggettivo, che si può solo contemplare con dolore. Si assolvono così tutti i gruppi dirigenti, politici e sindacali, per avere dissipato ogni potenziale di conflitto e di resistenza, nonché un cospicuo corpo militante ormai ridotto al lumicino.

Il quadro proposto è catastrofico: “Ormai la ‘gente’ non sa più che pensare, è sin troppo evidente. (…) Non sono Cassandre quelle che ripetono che siamo seduti su una santabarbara. È la pura verità. Di questo passo, o salta in aria l’euro o salta in aria direttamente l’Europa. E sarà l’inizio di un domino inarrestabile.

E non sono Cassandre nemmeno quelle che mettono in guardia dalla marea montante dei populismi. Il ventre delle nostre società ribolle di pulsioni retrive. La politica ha rinunciato da decenni a civilizzarle.”

Burgio, che è da anni un dirigente nazionale di Rifondazione, che è stato anche parlamentare, che viene considerato un intellettuale di quelli che “sanno”, ritiene dunque che esista una “politica”, della quale si sente parte a pieno titolo, che ha come missione di “civilizzare” una società retrograda, reazionaria e anche piuttosto ignorante. Il suo porre l’accento sul carattere generale e organico della crisi (“sociale e delle istituzioni; morale e della speranza; economica e delle relazioni tra le persone”) non è la premessa di una prospettiva rivoluzionaria, di superamento e rovesciamento di un sistema marcio, bensì la base per un disperato appello.

Un appello a chi? Ai lavoratori, ai giovani, ai disoccupati, a tutti coloro che soffrono le conseguenze della crisi affinché si organizzino, si ribellino, scendano in lotta?

Mai più! L’appello di Burgio è rivolto ai “molti professionisti della politica – molti di quelli che si pensano in qualche misura ‘di sinistra’, ovunque collocati – [che] sanno ancora bene di cosa si tratta”. Insomma “la gente” non sa cosa pensare, mentre i “professionisti della politica” sì.

Di cosa si tratta, dunque? Di “redistribuire ricchezza, (…) programmare sviluppo, spesa produttiva e investimenti, cosa che solo il pubblico può fare all’altezza delle necessità di un paese in declino, puntare su un grande programma di piena occupazione per la manutenzione del territorio e delle città, per il rilancio della scuola e dell’università pubblica, della sanità pubblica, dei servizi alla persona, delle infrastrutture materiali e immateriali” e infine di farla finita con l’evasione fiscale. Il tutto, addirittura, senza necessariamente rompere i “vincoli iugulatori europei”!

Echi degli anni ’60, o della “grande riforma della società italiana” in nome della quale Fausto Bertinotti condusse Rifondazione nel secondo governo Prodi (2006-2008) e al successivo naufragio, di cui ancora oggi si misurano le conseguenze. Dal tragico si passa al comico (involontario) quando Burgio ci spiega che le risposte sono già tutte scritte, “basta frequentare un qualsiasi gruppo, leggere qualsiasi rivista, seguire qualsiasi convegno che la sinistra promuove da anni a questa parte per toccare con mano importanti convergenze di analisi e propositi”.

Basta quindi mettere assieme tutti questi uomini e donne di buona volontà, appellandosi al loro “coraggio” e alla loro “generosità”. “Ci sono oggi dieci, forse quindici persone in Italia – inutile fare i nomi – che avrebbero, per ruolo o per virtù personali, la possibilità di produrre una rottura nella tendenza verso l’agonia del paese (…) mettendo da parte calcoli di bottega e cure personali. E scommettendo sull’immenso patrimonio di forze, intelligenze, di risorse morali che il popolo della sinistra italiana, oggi disperso e depresso, ancora possiede.” Insomma, il tempo della lotta è finito: basta manifestazioni, scioperi, conflitto, organizzazione, programma: si apre il tempo dei “dieci o quindici” illuminati (ma rigorosamente anonimi) che, solo che lo vogliano, possono chiamare a raccolta i “professionisti della politica” e trasformare la “gente” ignorante in un “patrimonio di forze, intelligenze, risorse morali”. Questo prosternarsi (e Burgio va elogiato, senza ironia, perché ha scritto nero su bianco ciò che tanti altri pensano senza però esprimerlo con altrettanta chiarezza), questo strisciare di fronte agli “autorevoli dirigenti”, questo sentirsi irrimediabilmente estranei alle masse e irresistibilmente vicini alle burocrazie, ai gruppi dirigenti autorevoli e consolidati, al compromesso sociale del tempo che fu, sono la vera e incurabile malattia che ha portato il movimento operaio in Italia alla crisi odierna.

Si può e si deve imparare a correggere gli errori, si può e si deve lottare costantemente per superare i nostri limiti, ma c’è qualcosa di inaccessibile e sconosciuto, non solo a Burgio, ma all’insieme di questi gruppi dirigenti sconfitti: è lo spirito rivoluzionario. Alcuni non lo hanno mai avuto, altri lo hanno perso da tempo. La sinistra oggi necessaria lo dovrà apprendere nel vivo del conflitto e nella riscoperta del marxismo come strumento non solo di analisi della società, ma soprattutto di volontà e azione rivoluzionaria.

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