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Speciale 6° Congresso di Rifondazione comunista

 

Come si è rilevato da più parti, il sesto congresso del Prc è stato un congresso difficile, ruvido, di forte contrapposizione. Fausto Bertinotti lo aveva concepito come una resa dei conti e un plebiscito sulla sua persona e le attese non sono state smentite. Lo scontro è stato duro e questo ha generato una inevitabile polarizzazione attorno alle due grandi mozioni che escono sostanzialmente premiate dalla disputa congressuale.

La mozione 1 ha ricevuto il 59,17% dei consensi, l’Ernesto ha chiuso con un risultato del 26,18%, il resto se lo sono conteso le tre mozioni “trotskiste” (Progetto Comunista al 6,51%, Erre al 6,5%, Falcemartello all’1,64%).

Rispetto al 5° congresso c’è stato un vistosissimo aumento dei votanti: da poco più di 35mila a quasi 51mila!

Considerato che il livello organizzativo del partito non è sostanzialmente mutato negli ultimi 3 anni, ne emerge che i risultati congressuali sono stati sostanzialmente distorti dall’incidenza di almeno 15mila voti passivi, e cioè dal voto di una massa di nuovi iscritti sul cui senso di appartenenza al partito è lecito quanto meno dubitare.

Su questa questione c’è stata nel mese di gennaio una presa di posizione congiunta delle quattro opposizioni, che è stata pubblicata da Liberazione ed è rintracciabile sul nostro sito. Non ci torneremo, ma è giusto dire che un “cammellaggio” del genere non si era mai visto in Rifondazione, come avrebbe avuto modo di dichiarare lo stesso Aurelio Crippa, sostenitore del primo documento ed ex responsabile d’organizzazione.

Si tratta di una pratica non degna di un partito comunista, che è stata largamente usata dalla maggioranza per garantirsi un sostegno vicino al 60%. Anche se dobbiamo riconoscere per onestà, che seppure a un livello minore, con la nostra unica eccezione, anche le minoranze hanno contribuito a gonfiare il tesseramento in alcune federazioni.

Il quadro che ne emerge in ogni caso è che la metà o quasi del partito (pur da posizioni diverse) si è opposta alla linea governista voluta dal segretario. Questo rende il Prc il partito in Italia con la più forte opposizione interna.

Il nostro risultato e quello di Progetto Comunista

La mozione Rompere con Prodi, preparare l’alternativa operaia ha raccolto a livello nazionale 834 voti per un totale di 12 delegati eletti al congresso di Venezia, 2 in più rispetto al congresso di tre anni fa quando eravamo emendatari del documento di Ferrando. Il rapporto di forza all’interno della sinistra del partito (ex seconda mozione) è mutato a nostro favore. Mentre il rapporto tra noi e Ferrando al 5° congresso era di 7 a 1 oggi è di 4 a 1 (al 4° congresso era di 12 a 1).

I dati parlano chiaro: la vecchia seconda mozione al 5° congresso aveva ottenuto il 12,7% e 80 delegati (70 Progetto, 10 noi), a questo congresso il 3° e il 5° documento sommati raggiungono l’8,15% dei voti con 57 delegati eletti (45 per il 3° documento, 12 per noi).

Al 5° congresso l’argomento che veniva utilizzato per giustificare l’arretramento della seconda mozione rispetto al 4° congresso (quando Progetto Comunista aveva ottenuto il 16%) era la “apparente svolta a sinistra del segretario”, adesso che è evidente lo spostamento a destra della linea di maggioranza, si parla del cammellaggio e della competizione di più mozioni che si ponevano alla sinistra del segretario.

Queste motivazioni, che pure esistono, sono tuttavia del tutto insufficienti per spiegare un arretramento così netto che è da attribuirsi, dal nostro punto di vista, a un vizio di propagandismo, alla gestione sostanzialmente settaria che è stata data all’area e a una cedevolezza di fondo nei confronti della maggioranza particolarmente sulle questioni organizzative.


Alessandro Giardiello interviene a Venezia
Non a caso oltre a noi, che pure ci siamo sforzati di fare un appello unitario respinto con arroganza (si veda a questa proposito la lettera aperta “Se si vuole l’unità bisogna perseguirla”) si sono staccati da Progetto Comunista altri due pezzi, il gruppo di Izzo che ha deciso di emendare il 4° documento e il gruppo Ottobre (D’Angelo, Malerba, Benni) che ha emendato il documento dell’Ernesto.

In un articolo di Madoglio e Di Iasio apparso sulla tribuna congressuale di Liberazione, è stato notato che sommando i voti del 3° e del 5° documento si arriva a un totale di voti assoluti corrispondenti a quelli del 5° congresso (si tratta in realtà di 4.152 voti contro 4.330). Non c’è dunque secondo i compagni, un arretramento di Progetto Comunista rispetto a 3 anni fa. La mozione tiene.

Ci permettamo solo di far notare che questa somma non è proponibile in questi termini, in primo luogo perchè non tiene conto dell’aumento di consensi ottenuti dalla 5° mozione rispetto all’ultimo congresso, in secondo luogo perchè il 3° documento non ha raccolto solo “consensi attivi”, come abbiamo potuto verificare in numerosi congressi di circolo, e dunque se è vero che le percentuali non dicono tutto è altrettanto vero che il confronto sui voti assoluti è improponibile in un contesto in cui (a differenza dello scorso congresso) si votava con le fascie orarie e con altre modalità di voto (per esempio nei circoli aziendali, e non solo, con il voto in busta consegnato alla presidenza), che sono state ampiamente utilizzate anche dai compagni di Progetto Comunista.

Il vero bilancio in ogni caso non si fa sui voti ma sulla crescita di influenza reale di una tendenza e su questo il nostro risultato lascia ancor più soddisfatti.

Cresce l’opposizione marxista

Nei Comitati politici federali tenuti nel mese di dicembre su oltre 3.300 partecipanti, 63 hanno sottoscritto il quinto documento in 25 federazioni. Di questi, ben 20 sono stati conquistati alle nostre posizioni nel corso dei dibattiti ai federali o con le presentazioni autonome che abbiamo fatto in oltre 60 federazioni e in 200 circoli in tutta Italia. La maggioranza dei nostri nuovi sostenitori o sono di recente iscrizione o provengono prevalentemente dall’Ernesto e da Progetto Comunista. Solo in qualche caso dall’area bertinottiana e da Erre.

Nonostante fossimo assenti in numerose federazioni siamo riusciti, con uno sforzo davvero strordinario e per certi aspetti commovente dei nostri sostenitori, a coprire la presentazione dei congressi in 1.350 circoli sui 2.000 esistenti a livello nazionale. Trattandosi spesso dei circoli più grandi, oltre l’80% degli iscritti partecipanti al congresso ha assistito a una presentazione del 5° documento nel proprio circolo. Alla fine abbiamo raccolto voti in 90 federazioni, quasi tutti voti militanti e coscienti anche perché per arrivare a noi bisognava passare letteralmente sotto le forche caudine, considerando le enormi pressioni a cui sono stati sottoposti gli iscritti nella grande maggioranza dei circoli.

Un congresso duro, come si diceva, dove noi eravamo i più piccoli e dunque quelli che prendevano colpi da tutti. Ma i compagni, spesso giovanissimi, non si sono fermati di fronte a nulla, anche quando, alle prime armi, si sono trovati a fare dei congressi imbattendosi coi massimi dirigenti nazionali del nostro partito.

Un esempio di coerenza e serietà politica che c’è stata riconosciuta da più parti. Scrivevano a tal proposito sul loro sito i compagni del Prc di Savona: “Vogliamo personalmente ringraziare i compagni che da Genova e da Milano sono venuti a presentare nei nostri circoli il quinto documento. Questi ragazzi hanno dato a tutti noi un’autentica lezione di passione politica. Hanno dimostrato un grande rispetto per il partito e per i suoi iscritti.”

Nel corso dei congressi di circolo di gennaio e febbraio almeno 200 nuovi compagni, tra quelli che ci hanno votato hanno deciso di continuare con noi, anche dopo il congresso, la battaglia politica nel partito e nel movimento più in generale. Molti altri che ci hanno ascoltato con interesse considerando seriamente la nostra opzione, per ragioni diverse non ci hanno votato, ma hanno dichiarato la loro disponibilità ad aprire un confronto politico fin da subito. Un dato che serve a misurare la nostra influenza è certamente quello dei giornali venduti nei congressi di circolo: almeno 3.500 copie di Falcemartello. Un iscritto su 10 che ha partecipato ai dibattiti ha comprato il nostro giornale, senza contare i libri, gli opuscoli, ecc.

Nelle prossime settimane lanceremo una campagna che culminerà a fine maggio con la convocazione di un’assemblea nazionale di tutti i sostenitori dell’area, nella quale discuteremo le linee strategiche e tattiche che caratterizzeranno il nostro intervento, preparandoci per le nuove scadenze politiche. Aldilà dei voti presi al congresso (che rappresentano certamente un dato che lascia soddisfatti) quello che conta, ed è molto più importante, è che usciamo da questa campagna congressuale significativamente rafforzati in termini di militanti e quadri (tra cui molti operai e giovani) e con una presenza sul territorio nazionale che non ha precedenti nella nostra storia. Non è che l’inizio!

L’assise di Venezia

La relazione e ancor più le conclusioni di Bertinotti hanno confermato la linea di rottura del segretario nei confronti delle minoranze interne.

Nell’introduzione non è stato fatto alcun riferimento alle posizioni espresse dalle opposizioni. Un discorso prevalentemente rivolto a Prodi e agli altri rappresentanti dell’Unione presenti in sala. Nelle conclusioni c’è stato invece un vero e proprio sfogo contro le minoranze che ostacolerebbero il nuovo corso del partito. Obiettivamente i colpi più duri sono stati scagliati contro l’Ernesto (con un invito neanche troppo velato ad andarsene col Pdci), mentre ci sono state delle timide aperture verso i compagni del quarto documento (“Non c’è motivo di sostituire Malabarba come capogruppo al Senato, né Cannavò come vicedirettore di Liberazione”).

Rispetto agli organismi dirigenti sono state operate delle modifiche importanti a colpi di maggioranza (con il solo voto dei delegati del primo documento).

È stato in primo luogo proposto un quarto livello di direzione (oltre alla segreteria nazionale, alla direzione e al Cpn) che assumerà le sembianze dell’Esecutivo nazionale.

L’Esecutivo nazionale non sarà un organismo composto secondo un criterio proporzionale, ma vedrà al proprio interno la Segreteria nazionale (composta da 8 membri tutti rigorosamente di maggioranza), i capogruppi alla Camera e al Senato, i capi dipartimento, i segretari regionali e delle grandi federazioni. Un organismo composto da 55-60 membri che vedrà presumibilmente una presenza all’80-85% di esponenti di una maggioranza congressuale che ha raccolto il 59% dei consensi.

Questo organismo assumerà inevitabilmente un ruolo decisivo in quanto:

1) il Cpn viene trasformato in un parlamentino pletorico (con 260 membri rispetto ai 135 precedenti) e non potrà riunirsi più di due, tre volte l’anno,

2) la direzione nazionale secondo le prime indiscrezioni verrebbe viceversa ridotta all’osso (si parla di 25 membri rispetto ai 39 attuali) e svuotata di potere nella misura in cui non avrebbe al suo interno la Segreteria nazionale ma solo un paio di membri della stessa. Una direzione di 25 membri teoricamente potrebbe prevedere persino un’esclusione della nostra mozione, in quanto secondo un criterio rigidamente proporzionale dovrebbe avere almeno 31 compagni per garantire la presenza anche del quinto documento.

Rispetto a questa proposta i quattro documenti di opposizione hanno condotto una battaglia unitaria sia in commissione statuto che nella seduta plenaria, hanno espresso un voto contrario e una dichiarazione comune che abbiamo riprodotto sul nostro sito.

Un tentativo di mediazione proposto dal compagno Cremaschi, il quale ha chiesto un rinvio del voto per trovare un accordo unitario almeno sullo Statuto e cioè sulla Carta Costituzionale del partito, è stato respinto da Bertinotti e dalla platea congressuale con circa 50 voti di scarto.


Claudio Bellotti interviene a Venezia
Su queste basi tutte e quattro le minoranze hanno votato contro il segretario (Bertinotti è stato eletto dal Cpn con 142 voti a favore e 85 contrari) e la segreteria nazionale, e hanno dichiarato la loro indisponibilità ad entrare in direzione nazionale almeno fino a quando non si chiariranno i contorni complessivi della proposta sia per quanto riguarda i numeri, che per la composizione dell’esecutivo e della direzione nazionale.

Di fronte a questo la maggioranza ha acconsentito a rinviare l’elezione della direzione nazionale a una riunione del Cpn da tenersi dopo le elezioni regionali.

Il “cartello delle opposizioni”

Per quanto riguarda la nostra area c’è stata una adesione convinta al cosiddetto cartello delle opposizioni e possiamo ritenerci soddisfatti perché al di là delle differenze politiche e strategiche che esistono tra le diverse mozioni di opposizione si è riusciti a fare fronte sulle questioni democratiche. È un risultato da non sottovalutare. Ci auguriamo che questo fronte regga e che le altre mozioni alla fine non finiscano per entrare in una logica contrattualistica, come troppe volte è avvenuto in passato.

All’interno di questo fronte delle opposizioni ovviamente ci sono cose che uniscono tutti e altre che ci vedono divisi, seppure su sfumature, per quanto riguarda la proposta degli organismi dirigenti.

Siamo d’accordo in generale su una gestione plurale del partito ma se da una parte per l’Ernesto, Erre e, pur con qualche riserva, Progetto Comunista questo si traduce in una richiesta di entrata nella Segreteria nazionale, da parte nostra ci sembra inopportuna una entrata in Segreteria delle opposizioni che comporta inevitabilmente un alto livello di corresponsabilizzazione nella gestione politica di una svolta moderata e governista come quella impressa al partito.

Rispetto all’esecutivo e alla direzione c’è identità di vedute, tutti riteniamo che l’esecutivo sia innecessario e che si ponga oggettivamente in alternativa alla direzione che si trasformerebbe sostanzialmente in uno “sfogatoio” riservato alle minoranze. La proposta unitaria delle opposizioni è che si mantenga una direzione come quella attuale (di 39 membri) o la si allarghi leggermente (i compagni di Progetto Comunista hanno proposto di portarla a 45-50), che l’insieme della segreteria ne faccia parte e che al posto dell’esecutivo si costituisca un organismo operativo interno alla direzione con i responsabili di dipartimento.

Per quanto riguarda il Cpn le minoranze erano per non portare l’organismo oltre i 200 membri (con una maggiore propensione nostra a tenerlo il più stretto possibile e con una disponibilità di Progetto Comunista ad accettare un allargamento fino ad un massimo di 250 membri). Ma come detto si tratta di sfumature ed infatti anche sulla proposta del Cpn c’è stato un voto compatto contro la proposta della maggioranza.

Bertinotti lascia il testimone

Per quanto riguarda il dibattito politico riportiamo nelle pagine che seguono la trascrizione dei due interventi svolti in plenaria dai rappresentanti della nostra area (Bellotti e il sottoscritto) e il testo dei due Ordini del giorno più significativi da noi promossi, difesi nel congresso dai compagni Gabriele Donato (questione foibe) e Mario Iavazzi (nazionalizzazione della Fiat). Il primo è stato appoggiato anche dall’Ernesto e da Progetto Comunista (astensione di Erre), il secondo solo da Progetto Comunista (con l’astensione di Erre e dell’Ernesto). A nostra volta ci siamo fatti sostenitori di ordini del giorno proposti dalle altre minoranze, ma la lista è lunga e rimandiamo dunque per maggiori informazioni al sito del Prc.

Come mozione 5 abbiamo eletto nel Cpn (con un voto unanime nella riunione dei nostri delegati e invitati presenti a Venezia) i compagni che erano già membri dell’organismo e che sono stati riconfermati (Bellotti e Giardiello) e in aggiunta Simona Bolelli, una compagna operaia della federazione di Modena e Jacopo Renda della federazione di Napoli. Alessio Vittori (federazione di Roma) è il nostro rappresentante nel Collegio Nazionale di Garanzia.

Bertinotti ha annunciato che questo è l’ultimo congresso che farà da segretario, si prepara dunque una successione non semplice dove il principale candidato a sostituirlo è Gennaro Migliore, attuale responsabile esteri.

Una decisione che lascerà scontento più d’uno nella maggioranza, con un partito che sarà impegnato in scelte difficili in un governo con dei ministri (se l’Unione vincerà le elezioni nel 2006). Proprio per questo il segretario ha dato un giro di vite sugli organismi. Vuole tutelarsi per mantenere il controllo su un partito che sarà sottoposto a enormi pressioni nei prossimi anni.

Per quanto ci riguarda, lavoreremo per contrastare questi propositi e liberare le migliori energie del partito. Lo diciamo alle altre minoranze e a tutti gli iscritti: è finita l’epoca della diplomazia di vertice, bisogna lanciare una controffensiva, provocare un sussulto della base militante che sarà tanto più possibile quanto più si paleseranno gli effetti nefasti dell’attuale linea governista.

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