Kossovo: la miccia dei Balcani - Falcemartello

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Kossovo: la miccia dei Balcani

 

Il massacro in Kossovo dei civili ad opera dell’esercito jugoslavo e le crescenti tensioni militari in tutta la zona hanno riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica la crisi dei Balcani, a cui le potenze capitaliste non sono assolutamente capaci di dare soluzione.

 

Gli anni ’80 sono stati segnati da decine di scioperi generali in tutta la Jugoslavia in cui le rivendicazioni nazionaliste non erano affatto al centro delle lotte. Alla fine di quel decennio Milosevic punta decisamente sul nazionalismo serbo per isolare il movimento di protesta e questa campagna si conclude con la revoca (1989) dell’autonomia del Kossovo. Centinaia di migliaia di lavoratori albanesi vengono licenziati, gli studenti albanesi vengono espulsi dalle scuole e dalle università, il movimento operaio e studentesco viene così dilaniato dall’odio nazionale in tutto il paese. Nel Kosovo Ibrahim Rugova, un ex della Lega dei comunisti, si erge a difensore degli albanesi kosovari (che sono circa il 90% della popolazione in Kossovo) risponde al nazionalismo con il nazionalismo e organizza uno stato parallelo (fisco, scuole, sanità, ecc) a quello serbo, rivendicando la "resistenza passiva". In tutti questi anni in cui la Jugoslavia è stata teatro di grandi conflitti, la politica di Rugova è stata quella delle trattative con Milosevic: sperava di strappare qualcosa in cambio di tenere a bada la popolazione. In questi anni si sono accumulati rabbia e frustrazioni. L’assenza di una prospettiva per le masse kosovare ha eroso fortemente l’autorità di Rugova e ha spinto soprattutto i giovani ad intraprendere una politica nazionalista più estremista.

Nel 1996 inizia la protesta studentesca, nasce l’Unione indipendente degli studenti. Cresce l’autorità di un altro leader, Adem Demaqi, noto per le sue simpatie verso Enver Hoxa e Berisha. Nello stesso periodo iniziano i primi attentati dell’Uck (Esercito di Liberazione del Kossovo), la cui unica rivendicazione è la secessione dalla Jugoslavia. Indubbiamente la rivoluzione in Albania nel 1997 ha agito da catalizzatore su questi giovani: il vedere i loro fratelli in armi prendere in mano il proprio futuro ha dato ulteriori stimoli alla rivolta armata.

 

I Balcani, crisi economica generalizzata

 

La situazione economica rispetto al periodo del "socialismo reale" è nettamente peggiore.

Questo spiega le mobilitazioni soprattutto di studenti, disoccupati e pensionati in Serbia, in Macedonia e in Bulgaria.

Oggi gli Usa, le potenze imperialiste locali (Italia e Grecia), l’Albania di Fatos Nano e la Macedonia di Gligorov premono su Milosevic affinché conceda una qualche forma di autonomia al Kossovo, ma sono tutti contrari alla secessione. Evidentemente temono che un Kossovo indipendente sia un elemento destabilizzante per gli albanesi di Macedonia e per tutta la zona. Milosevic ha restituito l’università di albanologia agli studenti suscitando le ire degli studenti serbi, ma questo non è chiaramente sufficiente ad indebolire l’Uck e il desiderio di indipendenza.

 

La colonizzazione dei Balcani

 

I governi occidentali in primo luogo l’Italia e la Grecia, ma anche la Germania e la Francia hanno enormi interessi nelle economie della zona. Da un punto di vista geopolitico i Balcani sono sempre stati strategici come ponte verso il Medio oriente e l’Asia Centrale, sul piano strettamente economico possono offrire paradisi fiscali e manodopera quasi gratuita disposta a lavorare a qualsiasi condizione. Inoltre parte delle infrastrutture non sono del tutto obsolete e possono essere rilevate per quattro lire e costituire fonte di grandi guadagni. Il Kossovo in particolare è ricco di materie prime (piombo, zinco, lignite, rame) e rifornisce di energia elettrica la Serbia, il Montenegro e la Macedonia.

Oggi la zona mineraria di Trepca è in usufrutto e sta per essere acquistata da una grossa impresa greca, mentre l’Enel italiana è in trattativa (in concorrenza con la Germania) per l’acquisto della EPS, l’azienda fornitrice di energia elettrica del Kossovo. Nel corso del 1997 il ministro Dini ha fatto ben tre viaggi per incontrare Milosevic e stipulare diversi accordi economici, fra i quali l’acquisto di parte della Telecom serba (oggi il 49% della Telecom serba è in mano italo-greca). Nel 1997 l’import-export Italia Jugoslavia è stato di 754 miliardi di dollari, con un aumento del 22% rispetto al 1996 (alla faccia dell’embargo!). Anche in Albania i "nostri" si sono dati da fare: Nano ha dato in appalto all’Italia la formazione delle forze di polizia albanesi, mentre l’esercito è in mano alla Grecia e i servizi segreti alla Cia. L’Italia ha inoltre stipulato recentemente un accordo di massima per la costruzione di un acquedotto di 85 Km per portare acqua dall’Albania alla Puglia (un’opera da 2mila miliardi di lire), mentre a Tirana ci sono mobilitazioni per la mancanza di acqua. Infine l’Italia è riuscita a firmare accordi per la costruzione del "corridoio n. 8", un’autostrada che collegherebbe Istanbul a Tirana e Brindisi, attraverso Sofia e Skopje, garantendo appalti multimiliardari alle imprese italiane.

Questi sono solo alcuni degli impegni dei paesi capitalisti avanzati, per non parlare delle numerose multinazionali, ma anche delle medie imprese, che spostano la produzione a est per la manodopera a basso costo.

Da qui si capisce il motivo per cui l’occidente difende la pacificazione e si capisce quanto sia ipocrita questa difesa. Proprio la politica di depredazione avanzata dalle grandi potenze è in primo luogo responsabile della miseria e delle guerre nei Balcani. La politica dei governi di tutta Europa di tagli allo Stato sociale in patria, di riduzioni dei diritti sindacali fa il paio con una politica estera estremamente aggressiva in cui l’Europa dell’est e i Balcani rappresentano le più vicine terre di conquista per le nostre borghesie.

 

Una alternativa di classe

 

La rivoluzione albanese del 1997 ha tentato una via d’uscita. Nonostante nessuna organizzazione politica o sindacale avanzasse un programma anticapitalista, le masse albanesi hanno preso le armi e questa volta non per puntarle contro un’altra etnia, ma contro il loro Sato, contro il capitalismo responsabile della loro miseria.

La rivoluzione in Albania purtroppo è stata deviata e sconfitta e almeno per ora non fornisce un modello. Oggi gli unici che si ergono a punto di riferimento della rabbia degli albanesi kosovari sono Berisha e i suoi che, sventolando la bandiera della Grande Albania, disorientano ancora di più la popolazione, insinuano il veleno del nazionalismo e preparano conflitti ancora più tragici.

Nessuna forza politica nei Balcani difende una posizione di classe per la soluzione dei problemi. Tutti difendono la propria etnia e rivendicano l’estensione dello spazio vitale per la propria gente alle spese degli altri. Tutti i politici, a partire da Rugova, Demaqi, ma anche Nano e Milosevic, sul terreno della politica economica rivendicano l’intervento dell’occidente, le privatizzazioni e i licenziamenti di massa. Né Rugova, né Demaqi hanno appoggiato la rivoluzione albanese del 1997, entrambi si sono trincerati dietro la difesa della patria Albania e di Berisha.

Con questa gente il movimento operaio non può e non deve avere nulla a che fare.

Ogni popolo deve poter decidere democraticamente quali rapporti vuole avere coi suoi vicini. Ma il movimento operaio però non può limitarsi a sostenere questo diritto. Lenin diceva che la questione nazionale è in ultima analisi una questione di pane. È necessario trovare le soluzioni al problema del lavoro, della casa, dello Stato sociale. Nella situazione odierna limitarsi solo a parlare di diritto alla secessione del Kosovo può essere addirittura reazionario. Contro le privatizzazioni e le chiusure in Italia, come in Serbia e in tutta Europa, bisogna avviare un coordinamento democratico del movimento operaio europeo e internazionale. Partire dalla difesa dei diritti sindacali, della paga uguale per uguale mansione in tutti i paesi, fino a mettere in discussione l’intero sistema di produzione capitalista. Nei Balcani sotto il capitalismo non c’è futuro, l’economia pianificata in passato ha dato un barlume di idea degli enormi progressi possibili. Ribadiamo la superiorità del socialismo sulla violenza e l’anarchia del capitalismo, rivendichiamo le nazionalizzazioni e il controllo operaio, per una federazione socialista dei Balcani, unico modo di garantire ad ogni popolo il diritto alla propria lingua, religione e cultura, per una federazione socialista dell’Europa.